Inflazione, per le famiglie più povere è stata del 20% in 7 anni

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Negli ultimi 7 anni, dal 2005 al 2012, l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie più povere, con la spesa media più bassa, è aumentato del 20,2%. Mentre per le famiglie con la spesa più alta l’inflazione è stata del 16%. Sono i dati pubblicati oggi dall’Istat, secondo cui l’aumento dei prezzi ha colpito maggiormente le famiglie meno abbienti. I rincari più forti negli ultimi anni, infatti, hanno interessato soprattutto alimentari ed energia, intaccando soprattutto le spese quotidiane, come prodotti per la tavola, le bollette e i carburanti.

L’inflazione degli ultimi 7 anni registra un gap del 4,2% a vantaggio delle famiglie più ricche. L’analisi dell’Istat, che oggi avvia la nuova rilevazione semestrale, si basa sull’indice armonizzato per i Paesi dell’Ue (Ipca), che, sempre tra il 2005 e il 2012, é salito del 17,5%.

Per sviluppare l’indagine l’Istat ha diviso in 5 gruppi le famiglie in Italia in base alla spesa media mensile, dalla più bassa alla più alta. Guardando al 2013 (al primo trimestre), rispetto ai primi tre mesi del 2012, l’inflazione si è distribuita in un intervallo compreso tra il +2,5% del primo gruppo di famiglie, quello con la spesa mensile più bassa, e il +1,8% dell’ultimo, con un divario a sfavore dei meno abbienti pari allo 0,7%. Nello stesso periodo l’Ipca generale ha segnato un aumento del 2,1%.

Secondo il Codacons “i dati illustrati oggi dimostrano, finalmente, che i poveri sono penalizzati dalle medie di Trilussa dell’inflazione ufficiale e per questo le loro pensioni e stipendi dovrebbero essere rivalutati con un indice ad hoc”. L’Associazione dal 2004 chiede, ad esempio, di adeguare le pensioni rispetto ad un nuovo indice dell’inflazione fatto ad hoc per i pensionati, in base ai loro effettivi consumi e al reale aumento del costo della vita. “Un obbligo morale almeno per le pensioni fino a 3 volte il trattamento minimo, ossia poco più di 1400 euro”.

“I pesi del paniere utilizzati attualmente dal legislatore per perequare le pensioni, infatti, sono basati sui consumi medi di una famiglia di operai e impiegati (Foi), la famosa media del pollo, ma in realtà ci sono grandi differenze a seconda del numero dei componenti della famiglia, del reddito e della condizione sociale, come dimostrano i dati di oggi. Ecco perché almeno le pensioni più basse andrebbero indicizzate in modo più realistico e specifico. Dal 2002 ad oggi, infatti – aggiunge il Codacons – questi pensionati hanno avuto un’inflazione da doppia a tripla rispetto a quella media ufficiale, perdendo sempre più potere d’acquisto. Un pensionato, infatti, ha molte più spese obbligate rispetto agli altri, concentra la gran parte delle spese in alimentari, abitazione (acqua, elettricità….) e nei beni ad alta frequenza di acquisto. In 11 anni i pensionati si sono, quindi, progressivamente impoveriti e oggi la metà di loro, circa 7,4 milioni, il 44,1% del totale, riceve una pensione da fame, inferiore a 1.000 euro, insufficienti per acquistare il cibo necessario”.

FONTE ORIGINALE: http://www.helpconsumatori.it

 

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