Attenti a non fermare l’indipendenza veneta

referendum venetodi DAVIDE LOVAT

Un recente sondaggio divulgato dal prof. Ilvo Diamanti, la cui attendibilità non è discutibile per l’autorevolezza della fonte, è il dato politico che rimane e sul quale si deve ragionare, dopo l’operazione mediatica di successo del comitato “plebiscito.eu”. In Veneto prevale, con maggioranza trasversale del 55%, il desiderio d’indipendenza. Ciò accade mentre in Europa continuano, da 20 anni, a nascere nuovi Stati sovrani e altri 2, Scozia e Catalogna, potrebbero proclamare l’indipendenza. Si tratta dunque di un fenomeno storico slegato dal leghismo e dall’armamentario lessicale connesso, fatto di tensione fra centro e periferia in materia di fisco, gestione delle risorse, dell’immigrazione e della sicurezza. Bisogna liberarsi da schemi mentali anacronistici e da concetti che sanno ormai di ammuffito e stantio.
Dunque cosa succede agli Stati ottocenteschi? Sorsero come superamento dell’antico regime, in conseguenza di mutate condizioni produttive e, socio-culturali. Cambiò il contesto politico e dunque cambiarono le istituzioni con cui l’umanità si regolava. Nacquero in un mondo ancora agricolo e industriale a bassa tecnologia, con masse analfabete incapaci di gestirsi autonomamente, con economia legata a moneta reale, con sistema mediatico embrionale o arcaico, con limitati mezzi di locomozione, con sistemi difensivi ancora legati al numero di soldati. Pochi istruiti dovevano guidare tanti ignoranti; i capitali circolavano lentamente e l’oro era la solida base della finanza; il numero era potenza e perciò servivano campi vasti, officine con tanta manodopera, famiglie numerose, milioni di baionette, pochi giornali, niente aerei o auto, navi e treni erano com’erano, le strade poche e malsicure.

Il sistema logico era quella forma di Stato che ha accompagnato l’Occidente dal mondo agricolo a quello industriale e commerciale, con l’unico cambiamento dato dalla transizione delle monarchie in democrazie di massa, indirette e rappresentative.
Ma oggi? Oggi la globalizzazione si fonda sulla circolazione immediata delle derrate agricole ottenute con alta produttività per addetto e per ettaro, reperibili sempre e ovunque nel globo; la tecnologia ha ridotto il bisogno di manodopera, richiedendo l’aumento dell’istruzione; ingenti capitali valutari, slegati dall’oro, si trasferiscono con un clic da un continente all’altro, e con pc e webcam posso tenere una videoconferenza con i 4 angoli della terra che, in aereo, raggiungo in giornata. Se Facebook fosse uno Stato, sarebbe il terzo per popolazione dopo Cina e India e, in rete, ognuno di noi ha più rapporti quotidiani che con i condomini. Gli esempi che dimostrano il cambio socioculturale ed economico del mondo sarebbero centinaia e, in queste condizioni, si pone un problema: come salvaguardare la democrazia e garantire il rispetto del patto fiscale “tasse in cambio di servizi”?
In un mondo siffatto al cittadino interessa pagare per avere i servizi urbani (scuole, asili, strade, ospedali, infrastrutture, sicurezza, ecc.) e controllare da vicino le persone deputate all’impiego delle risorse raccolte.

A cosa serve uno Stato centralista che sovrintende 60 milioni di cittadini distanti tra loro migliaia di KM? Uno Stato piccolo, come sono la maggioranza dei membri UE, è più adatto ed efficiente. Ci sono poi le grandi questioni: Difesa, Politica estera, Politica economica generale e Politica agricola. In ambito europeo ne era prevista la gestione centrale, con lo scopo di depotenziare gli Stati Nazionali causa di due Guerre Mondiali; l’Europa Unita nacque per questo motivo, per chi ha studiato Spinelli o i documenti dei lavori del Trattato di Roma del 1957.
In ottica davvero europeista è anacronistico e sbagliato vietare a un popolo storicamente definito (chi può seriamente negare la storia secolare della Repubblica di S. Marco?) di autodeterminarsi. Perché dover essere uniti a regioni distanti migliaia di KM e diverse in tutto come Calabria, Puglia e Sicilia, anziché poter essere sovrani e membri UE come le più vicine e altrettanto diverse Slovenia, Austria, Germania, Olanda o Belgio? Forse perché in passato le vicende della Storia l’hanno determinato? Ma la Storia evolve: in fondo ai libri di Storia non c’è la parola “fine” perché è sottinteso che essa continua; e continuano a cambiare i confini, gli Stati e il modo di organizzarsi. Non governare la sfida imposta dalla globalizzazione significherebbe subire le decisioni altrui.
Infine, l’attuale “stato” del popolo veneto è demotivante e frustrato, come i dati demografici dimostrano. Bisogna trovare un nuovo motivo per entusiasmare i veneti alla vita, condizione necessaria per volerla trasmettere e per impegnarsi tutti assieme all’edificazione di un futuro all’altezza del passato. Emanciparsi da un’Italia sempre più matrigna e ingrata verso il nostro pesantissimo tributo di sangue dato nelle guerre e verso le ingenti imposte copiosamente prodotte dall’ingegno e dalla nostra onesta laboriosità è ormai una necessità storica improcrastinabile. L’Italia ha già S.Marino indipendente, c’è spazio per il ritorno di S.Marco. L’Italia unita non è un dover essere, un imperativo categorico, una verità assoluta, un dogma di fede; è stata solo una delle tante contingenze storiche. La sua Costituzione non è la Sacra Bibbia, né le Tavole Mosaiche scolpite da Dio, ma un documento figlio di un’epoca superata.
Ognuno di noi ha questa vita e ha il diritto di viverla al meglio, onestamente. In un memorabile discorso all’ONU, nel 1995, papa Giovanni Paolo II ribadì che anche la Chiesa difende il Principio di autodeterminazione dei popoli come parte dello IUS GENTIUM, branca del Diritto Naturale. Che la si veda in chiave laica ispirandosi alla Carta dei Diritti dell’ONU e al diritto internazionale universalmente riconosciuto, oppure come popolo di San Marco fedele al Cristo Redentore e alla Chiesa cattolica, tutto converge nella stessa direzione imposta dalla Storia con la globalizzazione. Del resto, chi è democratico vuole che il popolo decida e possa votare; chi invece è mafioso, dispotico o totalitario non vuole che il popolo sia sovrano e decida col voto. I veneti vogliono votare: chi si prende la responsabilità di dire pubblicamente che è contrario a consultare il popolo?
DAVIDE LOVAT – autore del libro LO STATO DEI VENETI, Dottore in Scienze Politiche e Storia

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One Comment

  1. GIULIANO ROS says:

    Intelligente analisi. L’idea di indipendenza dovrebbe essere propria di tutti, poiché non è un’idea “contro”: è un atto di responsabilità che riavvicina i popoli. Il centralismo li tiene divisi, contrapposti e in conflitto con loro stessi.

    Giuliano Ros

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