Indipendenza? Usciamo dall’incantesimo della “politica pura”

di MICHELE CORTI

Molte discussioni su autonomia e indipendenza, anche qui su l’Indipendenza, mi paiono galleggiare nel vuoto. Nel vuoto pneumatico della politica, delle istituzioni, delle costituzioni formali, assunte come qualcosa che si genera e si trasforma da sé, nel vuoto sociale, in forma partenogenetica.

Forse è l’eredità della modernità che non si si riesca a scrollare di dosso, l’eredità di una separazione tra le sfere del “politico”, dell’ ”economico”, dell’ “istituzionale”, del “sociale” ecc. che, alla fine, è solo una chiave di interpretazione di una realtà sociale che, oggi come mille o duemila anni fa, è unitaria.  Così le “rivoluzioni politiche” dei secoli XVIII-XX sono assurte nell’immaginario collettivo a sconvolgimenti epocali. In realtà non lo furono affatto, a cominciare dalla “rivoluzione per antonomasia” (quella francese) che in larga misura era stata già attuata dalla monarchia.

Molto più influenti sono altre rivoluzioni che toccano più da vicino le forme “primarie” di organizzazione sociale e territoriale. Al di là di tutta la retorica sulla “rivoluzione comunale” che (con la solita ottica urbanocentrica che contraddistingue la cultura italica) si è voluta identificare con quella cittadina, una grande rivoluzione sociale (di quelle di cadenza millenaria) avvenne intorno al XII-XIII secolo nelle aree rurali e montane dove le antiche forme di organizzazione comunitaria convivevano con forme di organizzazione e potere separati della piccola aristocrazia locale. La fusione dei due ambiti (che, almeno in alcune aree lombarde coincise con la fusione tra l’elemento celtico e quello longobardo) significò un drastico ridimensionamento dei privilegi dell’aristocrazia e la nascita di comunità a base territoriale basata – specie nelle aree alpine non sottoposte a potestà feudali e alla stretta dominazione dei comuni urbani – su una democrazia diretta molto avanzata dotata di statuti, organi di autogoverno (assemblea dei capifamiglia), rotazione delle cariche.

Per le sue profonde conseguenze quella fu una vera rivoluzione che ebbe durevolissime conseguenze sul piano sociale (ed economico), politico ed istituzionale. Piani che i contemporanei non percepivano certo separati come noi “moderni”.

 

Siamo costretti a tornare a riconnettere politica e società, società e “natura”

Oggi siamo di fronte a una crisi molto profonda che ci costringe a tornare a ragionare in termini di sociosfera globale se vogliamo raccapezzarci e magari trovare delle soluzioni. Che le istituzioni economiche, politiche, scientifiche ecc. siano “bolse” è ormai un dato comunemente accettato.

Ci si meraviglia che la produzione e la distribuzione e il consumo dell’energia, quelle  del cibo, la gestione dei rifiuti abbiano assunto un carattere politico. Ma solo perché si è imprigionati nella logica di separazione delle sfere dell’attività dell’uomo in società imposta dalla modernità. Pian piano ci si accorge che sono queste questioni ad assumere centralità e a rimodellare l’organizzazione politica e istituzionale. Oggi siano in gioco due potenti tendenze contrapposte: alla centralizzazione e alla decentralizzazione, è ormai palese. Le discussioni su campo dell’energia, anzi delle energie, sono sempre più cruciali (anche se le questioni strettamente correlate del cibo, del rifiuto, dell’acqua non sono da meno). Non è solo una questione di “scarsità” e di costi crescenti. È molto di più. L’allargamento della sociosfera ha occupato larga parte della biosfera, di cui – ieri come oggi – resta peraltro parte integrante, tanto da portare all’interno dell’ambito sociale problemi che in passato parevano ad esso estranei. Su una Terra che arriverà a 9 miliardi di umani (anche se non è tanto il numero che conta quando il modello di produzione e consumo) la pressione delle attività antropiche è in grado di modificare profondamente i parametri di composizione dell’atmosfera e pone in modo inedito e obbligato rispetto alla precedente storia umana il nesso tra naturale, sociale e politico.

 

“Correzioni” disastrose perché dirette da un potere economico, politico, scientifico che non ha alcuna intenzione di rinunciare ai propri tornaconti

Per “correggere” le conseguenze di uno sviluppo industriale governato dalla ricerca del massimo profitto immediato si invocano politiche energetiche (e a cascata agroalimentari ecc.) “alternative”. Ma queste “alternative” lo sono solo in apparenza. Per contrastare l’effetto serra si proclama “ecologico” distruggere ulteriormente le foreste per bruciare biomasse (con l’assunto idiota ma sino a poco tmpo fa avallato dalla “comunità scientifica” che bruciare legname è “carbon neutral”).

In realtà le “politiche energetiche sostenibili” ripropongono lo schema di produzione centralizzata e di immissione e di redistribuzione dell’energia in rete (che sia energia elettrica “rinnovabile” (sic) o “biometano”). Rispetto all’era del “fossile” lo schema non cambia molto: si continuano a realizzare “centrali”: parchi eolici, grossi inceneritori a legna (con inquinamento superiore al carbone). In queste “centrali” affluisce “biomassa” da un ampio raggio (es. materiale legnoso dall’Indonesia o dal Brasile). Con il pretesto di politiche “salvaclima” (salvo poi accorgersi che lo peggiorano) i gruppi economici politicamente più accreditati grazie a normative compiacenti e alla connivenza di istituzioni e agenzie pubbliche si lanciano in orrende speculazioni che impattano profondamente sui territori. Si tratta di una vera aggressione a comunità locali espropriate di importanti valori: paesaggio, salute, sicurezza, aria, cibo e acqua puliti. Tutto ciò ha importanti implicazioni politiche e istituzionali. Le “centrali” che perpetuano la dipendenza del cittadino-utente alla rete di distribuzione dell’energia elettrica (o quella del teleriscaldamento) comportano una disseminazione sul territorio di impatti pesanti ai quali non corrisponde alcun beneficio per la comunità locale. È, senza mezzi termini, la logica del “colonialismo interno “.  Si tratta infatti di “impianti energeticii” che presuppongono l’esproprio della facoltà di una comunità di dire la sua sulla gestione del territorio. Chi è così cerebroleso da accettare a casa sua (a volte a decine di metri, spesso a centinaia di metri dalle proprie finestre) un impianto inquinante?

 

Un ripensamento delle istituzioni, della partecipazione, della rappresentanza

Questa politica dell’energia da biomasse (e da altre fonti “rinnovabili) è agli antipodi di un “autonomismo energetico” che consentirebbe a famiglie, piccole comunità di autoprodursi la propria energia con reali “filiere corte” senza pagare ai nuovi feudatari le rendite di posizione dei certificati verdi e delle tariffe onnicomprensive  fa ripiombare indietro la storia. La classe politica locale a volte si schiera con i cittadini ma spesso, molto spesso, agisce come un’appendice dei comitati d’affari. Senza pudore.  Tiene nascosto in modo connivente e vergognoso cosa bolle in pentola perché i biomassisti hanno capito bene che è solo grazie a dei rapidi blitz che possono ancora realizzare le centrali. Solo se il procedimento arriva all’autorizzazione e non c’è tempo per i ricorsi. A volte i sindaci usano tattiche viscide: fingono di appoggiare almeno in parte i cittadini e fanno passare il tempo. Logico che di fronte a tanto disprezzo per ogni proclamata e vacua “democrazia partecipativa”, la rabbia monta e le istituzioni, Comune compreso, vengono percepite come un nemico da combattere.

Non tutti i mali vengono per nuocere. Sul tema della politica dell’energia pseudo sostenibile e veritieramente speculativa si sta sviluppando un movimento sociale inedito per capillarità, trasversalità politico-ideologica e sociale.

 

Una “rivoluzione dall’alto” che può essere ribaltata da una rivoluzione dal basso

Mentre la politica espropria anche della più elementare rappresentanza politica le comunità locali con una “rivoluzionicchia dall’alto” che toglie enti inutili come le provincie e le comunità montane  ma crea aree metropolitane che portano Torino a comandare sui paesini dell’alta Val Susa e che porta a fusioni e unioni di comuni spesso forzate. È una centralizzazione, una “razionalizzazione” del potere che non va nel senso degli interessi delle comunità, che è funzionale allo sfruttamento delle risorse (i vagheggiati “petrolio verde” e “petrolio blu”) alle grandi opere inutili,  alla governance tecnocratica spolverata di strumenti di partecipazione formali dai nomi esterofili accattivanti.  Tutte cose possibili senza comunità organizzate in forma politica per i piedi.  Che si tratti di energia, produzione di cibo, gestione rifiuti, capacità decisionale e gestionale del territorio è chiaro che la tendenza alla decentralizzazione è, però, altrettanto forte e poggia su argomenti molto forti di razionalità ecosociale. Un conflitto da manuale.

Le comunità locali ormai si rendono conto che servono nuove istituzioni di autogestione e di mutualismo e solidarietà sociale dal basso. Non solo perché lo stato, che pretende sempre più tributi di sangue (fiscale), è sempre meno in grado di assicurare servizi (sempre più costosi a causa di burocrazia e rigidità)  ma anche perché il comune rischia di appiattirsi ancora di più al ruolo di terminale del potere politico centralizzato e degli interessi dominanti (locali e mondiali senza soluzione di continuità). La ricomposizione delle fratture politiche e ideologiche è oggi favorita da molti fattori, alcuni politici (movimenti come il 5S tendono ad appiattirsi di meno sulla “sinistra” rispetto a quanto ha fatto la Lega sulla “destra”), altri squisitamente sociali come il rimescolamento di posizioni e ruoli sotto la spinta della crisi. Tutto ciò determina una inedita e preziosa ricomposizione comunitaria che si accompagna alla crescente consapevolezza dell’esigenza vitale di riconquista di autogoverno locale. Essa non ha nulla a che fare con le astruserie del “federalismo” leghista e nemmeno con le chiacchiere su autodeterminazione, indipendenza, macroregione.  Magari edificanti ma lasciano il tempo che trovano in assenza di un “incarnamento sociale”, in assenza di un aggancio della questione dell’autonomia vera del sociale, delle comunità popolari, dei territori, alle spinte divaricanti della localizzazione versus accentramento.

Nel calor bianco delle lotte contro le biomasse (più gagliarde al Centro-sud rispetto ad un Nord, dove la truffa politica leghista ha indotto molta passività e scetticismo) appaiono slogan quali “occupiamo i municipi”, “costituiamo consigli popolari”.  Forse al Sud ci si infiamma più facilmente e ci si compiace di più delle formule dell’ “estetica politica”. Ma al di là di tutto questi fermenti sono spie di una possibile rivoluzione imminente.  È forse matura la nascita di istituzioni comunitarie dal basso, nell’assenza di una politica dei beni comuni, nello sbando delle istituzioni che si riducono a campo di azione delle lobby e delle tecnoburocrazie, nell’abdicazione ai poteri mondialisti della “classe politica” e della “razza padrona”.  Una rivoluzione che parte dalle “periferie” dalle piccole comunità “ai margini” ma proprio per questo spesso più  ricche – quando non implose – di capitale sociale. Se il progetto di autonomia, indipendenza, macroregione si collega a queste spinte può avere gambe, altrimenti restano – a mio parere – degli esercizi autoconsolatori.

 

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3 Comments

  1. pippogigi says:

    Francamente anche io sono stanco di discussioni accademiche sull’indipendenza ed assenza di azioni concrete.
    A noi manca un Michael Collins, un Eamon de Valera, un Mosè che conduca il popolo padano fuori dalla schiavitù.
    Riassumendo alquanto vi dico come la penso:
    Questo Michael Collins nostrano dovrebbe essere una persona con le idee ben chiare, carismatico, un oratore e trascinatore di folle. Dovrebbe innanzitutto costituire un governo in esilio (o clandestino). Girare le capitali europee per far capire i vantaggi per tutti dell’indipendenza della Longobardia (la Padania la conoscono in pochi oltralpe, il Regno di Longobardia ed i Lombard invece sono ben noti), prima di tutto sull’immigrazione clandestina, che l’italia permette per poi spedire i clandestini (pagandoli pure) in altri paesi.
    Questo governo in esilio dovrebbe perdere poco tempo in disquisizioni sullo stile “del sesso degli angeli” ma badare al sodo: si adottano le già esistenti e funzionanti Costituzione e leggi svizzere e si parte.
    Prima cosa le elezioni: in molti paesi si adotta già il voto elettronico, quindi tramite sms o mail si può votare.
    Il voto, dovrà essere ben chiaro, sarà palese e sarà condizione per ottenere la futura cittadinanza padana, chi non vota o vota contro non otterrà la cittadinanza, che vada a vivere in italia, visto che gli piace così tanto.
    Una delle prime condizioni per dimostrare di avere la sovranità su un territorio è la fiscalità. I padani dovranno versare le imposte (con le aliquote, regole e modelli svizzeri) al governo padano, chi non le paga non otterrà la cittadinanza, chi le paga all’italia le perderà (sarà equivalente ad una donazione, liberalità all’estero che però non libera dal pagare le tasse al governo legittimo padano).
    Infine, viste le presumibili azioni italiane, le minacce. Qualunque funzionario italiano compia azioni contro cittadini padani sarà sanzionabile di processo (in contumacia) e domanda di estradizione appena ottenuta l’indipendenza, non potranno nascondersi dietro al “non sapevo, eseguivo gli ordini”.

  2. Silver Price says:

    Le proteste, le rivolte, delle comunità locali contro i rifiuti, le discariche stracolme e fetide, gli inceneritori, le intossicazioni, i tumori, ecc., richiederebbero una nutrita e ampia esposizione. Qui possiamo fare solo un accenno e soltanto a quelle di Acerra, che, per tanti versi, le riassumono tutte.

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