Indipendenza, ricchezza e norme sociali

di ALESSANDRO MORANDINI

L’indipendentismo padano, o veneto o di qualsiasi altra regione del Nord Italia, ha una caratteristica. E’ l’indipendentismo delle regioni più ricche della penisola. Le regioni più povere, dove i movimenti indipendentisti non hanno fortuna, sembrano sostenere con più forza l’indissolubilità dello stato italiano, la sua sacrale unità. Anche nel Nord vale questa regola; molte persone sono affezionate alla comunità politica a cui appartengono. Ma negli ultimi vent’anni la Padania ha dimostrato di non possedere una particolare tenacia rispetto alla volontà di conservare l’Italia così com’è: una istituzione fortemente centralizzata.

Si tende a spiegare questa curiosa inversione di ruoli nel seguente modo: le aree più bisognose temono di perdere l’aiuto dello stato, le aree più ricche non sono più disposte a pagare per le altre. Questo modo di leggere l’Italia, l’indipendentismo del nord, il nazionalismo italiano del sud potrebbe essere viziato da una falsa credenza.   In questo articolo cerco di presentare al lettore l’analisi di alcuni fondamentali meccanismi che presiedono al funzionamento della società. Non ho, ovviamente, la pretesa di essere esaustivo: non bastano  certo poche righe per affrontare problemi così grossi. Ma il dualismo nord-sud Italia mi sembra un buon banco di prova per illustrare alcune dinamiche sociali, o più precisamente “per spaccare il capello in quattro”, dove il capello è il comportamento sociale letto con l’ausilio degli strumenti offerti dalla sociologia analitica.

Prima di proseguire rispondo alle prevedibili critiche dei lettori che ritengono discorsi di questo tipo perfettamente inutili, perdite di tempo alle quali non bisogna neanche prestare attenzione. Dice il lettore fremente: “Bisogna agire, non serve scrivere!” In termini assoluti, nulla di più vero: bisogna agire. Ma le azioni collettive sono la risultante di azioni individuali. E le azioni individuali sono la risultante di desideri, credenze, opportunità, norme, equilibri. E’ difficile pensare che senza conoscere quanto più precisamente possibile il modo in cui queste diverse variabili entrano in relazione ed il modo in cui le azioni individuali risultanti interagiscono tra di loro, si possa tentare di spiegare perché talvolta le azioni hanno successo e tal altra no (un problema questo che mi sembra d’attualità per gli indipendentisti ed i libertari in Italia). E’ difficile pensare che sia sufficiente privarsi di un grado accettabile di analisi per poter raggiungere un qualsiasi scopo. E’ senz’altro vero che insistere all’infinito nella ricerca delle prove relative ad una credenza significa costringersi all’immobilità. Ma l’articolo che avete sotto gli occhi è ben lontano da questa, peraltro irraggiungibile, meta. Più vicino, penso, al tentativo di aggiungere nel bagaglio di chi coltiva il desiderio dell’indipendenza  qualche  nozione circa il complesso dispositivo sociale.

Le aree più ricche del paese e le aree più povere del paese. Illustri sociologi hanno già ampiamente descritto quanto le statistiche che leggiamo sui giornali non riescano a rendere un’immagine precisa della realtà italiana. Mi riferisco alla ricerca di Luca Ricolfi. Ciò basterebbe per disinteressarsi del dualismo nord-sud se descritto nei suddetti termini. Rispetto all’obiettivo di questo articolo però, l’illustrazione di un Italia divisa in due da uno squilibrio economico inaccettabile per qualsiasi stato-nazione può essere mantenuta. Possiamo ipotizzare cioè che lo squilibrio sia presente, ma in una misura sensibilmente ridotta e diversa.

Nelle aree mediamente più povere della penisola si direbbe essere diffuso un interesse comune: l’interesse a conservare il legame con lo stato-nazione. Se c’è una norma sociale che stabilisce che bisogna amare la nazione a cui si appartiene, cioè se c’è una norma di comportamento che afferma che chi non ama una nazione non è degno di appartenervi e tutti coloro che vi appartengono hanno il dovere di disistimare l’individuo in questione (quindi non è degno di disapprovazione chi non ama la nazione alla quale non pensa di appartenere o non vuole appartenere e, di fatto, non vi appartiene); se c’è una norma sociale di questo tipo, questa sembra particolarmente diffusa nel Mezzogiorno d’Italia. In nessuna parte d’Italia è così diffuso il disprezzo verso i secessionisti del nord come nel Mezzogiorno. Sempre nel Mezzogiorno d’Italia norme sociali molto potenti delle quali già si è detto in altre occasioni (i codici d’onore), contribuiscono alla formazione, nella mente degli individui, di una specie di dissonanza cognitiva che qui brevemente esprimo così: “amo l’Italia perché è la mia nazione e contemporaneamente detesto l’Italia perché non mi concede di conservare il mio onore (sia quando mi chiede di testimoniare contro un uomo d’onore, sia quando mi chiede di non vendicare un’offesa subita)”. Spesso in queste situazioni si finisce per apparire incoerenti perché, di volta in volta, si adotterà il comportamento che risponde in modo migliore a quello che si ritiene essere l’interesse prevalente in quel momento. Però l’individuo ben integrato nelle comunità del profondo sud può manifestare in numerose occasioni questa contraddizione senza correre il rischio di generare diffidenza nelle persone a lui vicine. Può sostenere nella piazza del paese di amare l’Italia senza che ciò provochi sospetti tra i suoi compaesani, i quali sanno che non per questo egli denuncerà le operazioni illecite dei mafiosi che bene conosce, anche se ci si potrebbe aspettare il contrario. Altra cosa è l’espressione dell’amore verso una nazione, altra cosa l’amore autentico. Nessuna nazione moderna può trarre vantaggio da una norma che  sancisce che la reputazione di un patriota dipende dalla capacità dello stesso di lavare con il sangue le offese subite e di ostacolare la ricerca della verità giudiziaria. I codici d’onore sono norme che, viceversa, corrodono o limitano l’amore verso comunità di appartenenza abbastanza grandi da includere tutto il popolo entro i propri confini; perché è ovvio che tali norme impediscono alla nazione di identificarsi in un’istituzione centralizzata capace di minacciare sanzioni pesanti ed essere creduta: impediscono alla nazione di diventare Stato.

La dissonanza cognitiva di chi è ben integrato nel Mezzogiorno d’Italia finisce, nella vita sociale, per svantaggiare gli stessi cittadini del sud nel rapporto con quelli del nord. La diffidenza con cui il Padano è solito trattare i meridionali è una reazione naturale: se so di avere di fronte una persona della quale non è possibile stabilire se ama la mia stessa nazione o no, non potrò considerarlo né un connazionale né uno straniero. E’ probabile che prima ancora che sul piano cosciente, questi meccanismi psicologici operino in noi ad un livello più profondo. Infatti ciascuno di noi può maturare ottime relazioni con persone provenienti da tutto il mondo senza porsi nessuno dei sopra elencati problemi. Ma verso le persone che non conosciamo adotteremo un comportamento segnato dai pregiudizi; ed il pregiudizio dei settentrionali nei confronti dei meridionali si fonda sulla conoscenza dell’ambiguità necessaria a tenere insieme due prescrizioni inconciliabili così importanti per il pensiero e l’azione degli individui. Tale pregiudizio è così fondato che quando un ministro delle finanze dichiarò che parlando con gli amministratori del sud non si può sapere se questi siano mafiosi o no, nessuno sentì il bisogno di replicare. Ovviamente non avrebbe alcun senso disquisire sulla fondatezza o meno del pregiudizio: quasi sempre i pregiudizi funzionano e, ciononostante, contribuiscono ad ostacolare la cooperazione tra le persone. Vale la pena ricordare, però, che anche l’amore verso la nazione italiana dei cittadini del nord ha manifestato e manifesta, per fortuna, non pochi cedimenti.

In Padania la norma sociale che prescrive che bisogna cercare di rispettare le leggi dello Stato in cui si vive ha prodotto, nel tempo, una maggiore grado di vivibilità e di ricchezza. Bisogna ricordare che la diffusione di una norma sociale non comporta il rispetto unanime della stessa. Se in un contesto come quello meridionale il diffuso comportamento da free raider, cioè il comportamento di chi trae vantaggi dalla collaborazione degli altri senza collaborare, impedisce l’aumento generalizzato dei vantaggi per tutti, in Padania la cooperazione diffusa rende il comportamento da free raider ancora più vantaggioso, se non si tiene conto della sanzione sociale e del rischio di incorrere nelle sanzioni previste dall’istituzione centralizzata deputata a distribuirle, qui più efficace.  Si pensi, per esempio, alle industrie che smaltiscono i rifiuti inquinanti al sud.

Ora, se il quadro, pur semplificato, è quello descritto, con un nord più vivibile e ricco ed un sud più povero sia economicamente che sotto il profilo della qualità della vita, come si diceva all’inizio non si spiegherebbero né l’attaccamento del sud all’Italia e neanche la relativa, non sempre evidente ma ben presente disaffezione del nord verso la nazione italiana. Essendo lo Stato, tra le altre cose, l’istituzione chiamata ad equilibrare eccessive disparità, il sud dovrebbe lamentare la sua inefficienza e con giusta ragione. Bisogna, come spesso viene fatto notare, distinguere lo Stato dalla nazione. Solo verso quest’ultima è possibile nutrire un sentimento. Lo Stato, nudo e crudo, è solo un dispositivo che serve per far rispettare delle regole. Il nazionalismo italiano del meridione non può essere confuso con una norma sociale. Se non è possibile amare l’Italia e trattarla malamente; se non è possibile amare l’Italia è disprezzare il dispositivo che, in suo nome, dovrebbe renderla più civile; se non è possibile amare una nazione e tentare di trarre vantaggi personali dallo Stato che nel nome di quella nazione agisce, è invece possibile che succeda, in tutti questi casi, il contrario. Ripeto: un sentimento non è una norma sociale. E’ possibile provare un sentimento negativo, per esempio l’invidia, e comportarsi in modo apparentemente altruistico. Se sono invidioso dei beni posseduti da una persona, posso offrire una quantità inspiegabile di denaro ad un tizio che mi promette di distruggere quei beni e con ciò apparire molto generoso al tizio a cui ho offerto il denaro.

Quando guardiamo al sud ed al modo in cui esso esprime il nazionalismo italiano è indispensabile precisare gli elementi di cui questo si potrebbe comporre: amore verso la nazione, norma sociale che prescrive il rispetto dello stato, norma sociale che prescrive che chi appartiene ad una nazione deve anche amarla. A mio parere il nazionalismo, per come si è diffuso nelle regioni meridionali, coincide solamente con l’ultimo di questi componenti. Al sud è molto diffusa la convinzione che chi appartiene all’Italia deve amarla e chi non lo fa è una persona deprecabile e deve essere disistimata. Si direbbe che molti meridionali non sentano di appartenere in senso stretto alla nazione Italia, ma solo in quanto pubblica accusa rispetto ad un disdicevole sentimento negativo verso l’Italia. L’individuo tipo del sud ama solamente la propria famiglia. Questo amore totalizzante ed esclusivo è coerente con le norme che definiscono il codice d’onore mafioso. Al sud si è sviluppata una modalità di appartenenza alla comunità nazionale che può essere così descritta: noi siamo italiani perché lo stato italiano insiste su di noi, obbligandoci però a tradire la nostra dignità; il nostro amore per la nazione non può essere perciò pieno e totale, anche perché potrebbe, vista la permanenza dei codici d’onore, attenuare l’amore per la famiglia; è giusto però che alle persone che per un qualche motivo fanno parte della nazione non sia concessa l’opportunità di defezionare. Un quadro come questo rende molto difficile l’insorgere di movimenti indipendentisti e favorisce i clan mafiosi.

Anche al Nord è probabile che il numero di persone che continuano ad amare sinceramente la nazione italiana non sia consistente, significativo quanto quello di coloro che amano il Veneto, la Padania e le altre comunità locali (oltre che la propria famiglia). Tuttavia sembrerebbe più diffuso il comportamento cooperativo generato dal rispetto delle leggi e, come al sud, un giudizio negativo nei confronti di chi appartiene all’Italia e tuttavia non la ama. Se è vero che l’obbedienza alle leggi dello Stato dipende dalla capacità dello stesso di sanzionare, è altrettanto vero che il disamore che alcuni individui possono provare verso l’Italia viene sanzionato socialmente perché il livello di cooperazione consente di raggiungere vantaggi medi accettabili. Pur non essendosi mai manifestato, nel corso della storia, un diffuso ed autentico amore per l’Italia, il sentimento contrario deve essere sanzionato nella misura in cui questo si manifesta. Come succede nel caso del comportamento ipocrita e moralista, ciò che disturba non è la violazione del comportamento in se stesso, ma la sua esibizione, cioè la manifestazione del disinteresse vero la sanzione sociale. Può essere che la Padania non ami effettivamente l’Italia, ma non sopporti che lo si dica in pubblico. In un contesto come questo è possibile che una proposta politica indipendentista possa avere un relativo successo, ma solo in alcune circostanze e entro determinate condizioni. La prima condizione è che la proposta secessionista sia espressa da un soggetto politico che in qualche modo riesca a testimoniare un certo qual rispetto delle regole dello Stato italiano (democrazia rappresentativa), o almeno di quelle civili (valori borghesi). La seconda è che essa consenta ai cittadini di conservare l’opportunità di esprimere solo privatamente (nell’oscurità dell’urna elettorale) la voglia di indipendenza. La terza è che essa riesca ad esprimere l’amore verso famiglia e comunità locale e, contemporaneamente, non risponda positivamente all’accusa di disamore verso l’Italia.

Il successo a cui mi riferisco non è quello politico, ma quello presso l’opinione pubblica. Quest’ultimo non può che essere un successo relativo. Nel caso del successo politico si aggiungono altre complicazioni, non ultima l’abilità contrattuale dei leaders, anche se è chiaro che il consenso diffuso aumenta la forza contrattuale dei leaders.

Si direbbe che la dimensione economica di una realtà che ambisce all’indipendenza è una variabile neanche troppo rilevante rispetto al successo o alla sconfitta, ma ancora meno rilevante rispetto alla possibilità che, in un determinato territorio, si sviluppi una coscienza indipendentista o una diffusa ambizione alla libertà dallo stato-nazione che si considera straniero. L’analisi da me proposta non consente però di escludere a priori la possibilità che l’indipendenza venga raggiunta attraverso un’azione collettiva non democratica. E non consente di affermare che una volta così raggiunta l’indipendenza, questa debba evolvere, come spesso succede nelle rivoluzioni, in senso antidemocratico.

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8 Comments

  1. Amedeo says:

    L’Unità d’Italia per il nord, è stata una gran fregatura, stavano meglio sotto gli Austriaci.
    Al nord, hanno il senso dello stato, sono diligenti e responsabili, fanno vivere i dipendenti dello stato italiano come dei re e amano l’Italia. Non è facile credere che il nord si separi dal sud. Al sud, sono più poveri, ma anche più cattivi e malvagi, la povertà produce cattiveria e a loro, non interessa, se lo stato è responsabile della gente che perde il lavoro e dei suicidi degli imprenditori, non hanno imprese e occupazione, e cercano il lavoro statale. Al sud, amano l’Italia a modo loro: il ricco deve pagare, loro sono poveri e non hanno niente da perdere. Il nord, finisce per essere derubato, perché è ricattabile.

  2. L'incensurato says:

    Perchè free rider quando esiste parassita (più comprensibile)?
    Perchè la favola dei rifiuti da Nord a sud? Tav casalesi vi dice niente? Flusso,consistente,di rifiuti mortali da sud a Nord. Alta velocità pendolino Bologna? Idem: dio solo sa,oltre a chi li ha sotterrati,la m…a che c’è lì sotto. Padania Libera

    • alessandro says:

      Il free raider è colui che, in ogni caso, rifiuta la collaborazione. Talvolta il free raider trae beneficio dalla collaborazione altrui, ma non sempre. Nel caso di equilibri resistenti, per esempio, agire da free raider è svantaggioso. Quello del parassita, termine preso in prestito dall’ecologia, è il comportamento di chi trae vantaggi per sé utilizzando le risorse di un organismo ospite, non cedendo nulla ad esso ed anzi provocando danni.
      Quello delle aziende che inviano i rifiuti al sud è un esempio di comportamento da free raider: le aziende pagano un prezzo inferiore per lo smaltimento e beneficiano così di un vantaggio sul mercato determinato dalla collaborazione delle altre aziende che operano seguendo le norme stabilite da un’istituzione centralizzata.
      Spero che l’analisi abbia raggiunto l’obiettivo che si proponeva, che non era quello di denunciare comportamenti inaccettabili da parte del sud nei confronti del nord e viceversa.
      In ogni caso la ringrazio per l’attenzione che ha prestato a quanto ho scritto.

  3. Albert Nextein says:

    L’italia è tenuta insieme da ignoranza e malafede.
    Questi sono i due collanti usati sia dalla casta che dal popolo.

    • alessandro says:

      L’ignoranza e la malafede non sono sufficienti a spiegare l’unità di uno stato-nazione così sgangherato come l’italia.

  4. Paolo says:

    Io amo il Veneto.

    • alessandro says:

      Caro Paolo anche io amo sinceramente il Veneto. Non solo il Veneto però. L’articolo che ho scritto è anche un invito a considerare il modo in cui si ama un luogo, un territorio. Avendo avuto la fortuna di conoscere il Veneto e non pochi Veneti ho potuto maturare nei confronti di questa fantastica terra un attaccamento che oggi mi consentirebbe di rispondere immediatamente nel caso in cui il Veneto chiamasse.

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