Indipendenza, l’unione fa sempre la forza?

di ENZO TRENTIN

Esaminiamo, per esempio, la questione di sapere come e sotto quale bandiera l’indipendentismo sardo, sudtirolese, veneto eccetera si dovrebbe alzare a combattere la battaglia dello scioglimento dei vincoli dell’unità nazionale italiana. Si accusavano gli indipendentisti (specie, ma non esclusivamente, i Veneti) di essere discordi; da ogni lato si predica loro l’unione, perché, secondo il vecchio adagio, l’unione costituisce la forza. Ma, per avere la forza ci vuole un’unione di elementi omogenei, se no, in sua vece avremo miscuglio e confusione che generano la debolezza e l’impotenza. Ci vuole un’idea che segni la via che conduce alla meta, e tolga le incertezze, le perplessità e i governi provvisori che partoriscono necessariamente la sconfitta.

Se solo si guardasse alla storia, si è mai veduta unione più meravigliosa di quella degli italiani nel 1848?

Tutti ripetevano ad una voce: «Non si discuta ora di nulla! Prima fuori lo straniero, poi ci intenderemo sul da farsi!» e furono veduti re, cortigiani, commissari di polizia, spie, preti, Papa e popolo tutti in un mucchio per cacciare lo straniero, e dappertutto governi provvisori e bandiera neutra. E il risultato? L’Italia, o meglio: gli Stati preunitari, furono più schiavi di prima. E perché? perché quella era un’unione bastarda, un accozzamento assurdo di elementi eterogenei e intrinsecamente nemici.

Il 10 giugno 1848 Radetzki passa nel Veneto, si unisce a Welden e con tutte le sue forze, 44.000 uomini, assalta Vicenza ove gli 11.000 volontari veneti e l’esercito romano del Durando vennero costretti alla resa. In quella battaglia, a Monte Berico, è ferito Massimo D’Azeglio e il gonfalone del Comune di Vicenza verrà insignito della sua prima medaglia d’oro al valor militare. La seconda la riceverà nel 1994, per la guerra di liberazione dal nazi-fascismo. Nello stesso 1848 un po’ in tutta Europa forze eterogenee si uniscono per sovvertire le monarchie assolutiste, e puntualmente tali disomogeneità portano al fallimento delle singole imprese. «Succede un 48» assurgerà a sinonimo di ribellione, confusione, disordine e fallimento.

Non va meglio all’unione delle forze aristocratiche e controrivoluzionarie russe. Allo scoppio della guerra civile (1918) il bolscevico gen. Budyonny organizzò una divisione della cavalleria nella regione del Don, che divenne la prima cavalleria dell’Armata rossa. Questo reparto svolse un ruolo importante nella vittoria della guerra civile spingendo il generale delle armate bianche, Anton Denikin, fino a Mosca. Nel Settentrione, fra Murmansk e Arcangelo, operava l’esercito bianco del generale Evgenij Karlovich Miller con circa 20.000 uomini. Dall’estate del 1918 era supportato dalle potenze alleate che avevano sbarcato migliaia di uomini, tra cui molti sono gli italiani. Quando un anno dopo, a causa di ripetuti ammutinamenti le forse alleate si ritirano, Miller resta solo. Nel febbraio del 1920 ripara in Norvegia, e da qui raggiunge a Parigi il Granduca Nicola e Pyotr Nikolayevich Wrangel altro fuggiasco battuto dalle armate rosse.

Durante la guerra civile spagnola non andrà meglio alle forze repubblicane e democratiche che sono massicciamente composte da brigate internazionali, italiani compresi. Il regista inglese Ken Loach, nel bel film “Tierra y Liberdad” (1995), racconta i massacri di trotskisti ed anarchici ad opera della matrice stalinista. L’anno era il 1937, una data cruciale per la guerra civile spagnola, che finì per compromettere gravemente la resistenza repubblicana.

Sulla seconda guerra mondiale, un solo esemplificativo episodio riguardante l’unione delle forze partigiane: il 7 febbraio 1945, mercoledì, alle 14.30. Nelle malghe di Porzus, due casolari sopra Attimis, in provincia di Udine, ha sede il comando Gruppo brigate est della divisione Osoppo, formata dai cosiddetti “fazzoletti verdi” della Resistenza, partigiani cattolici, azionisti e indipendenti. Giungono in zona cento partigiani comunisti, agli ordini di Mario Toffanin (nome di battaglia Giacca) sotto le false spoglie di sbandati in cerca di rifugio dopo uno scontro con i nazifascisti. In realtà, è una trappola: alla malga vengono uccisi il comandante della Osoppo, Francesco De Gregori (nome di battaglia Bolla), il commissario politico Enea, al secolo Gastone Valente, una giovane donna sospettata di essere una spia, Elda Turchetti e un giovane, Giovanni Comin, che si trovava a Porzus perché aveva chiesto di essere arruolato nella Osoppo. Il capitano Aldo Bricco, che si trovava alle malghe perché doveva sostituire Bolla, riesce a fuggire e salva la vita perché i suoi inseguitori, dopo averlo colpito con alcune raffiche di mitra, lo credono morto. Altri venti partigiani osovani vengono catturati e condotti prima a Spessa di Cividale e poi nella zona del Bosco Romagno, sopra Ronchi di Spessa, una ventina di chilometri più a valle. Due dei prigionieri si dichiarano disposti a passare tra i garibaldini. Gli altri saranno tutti uccisi e sbrigativamente sotterrati tra il 10 e il 18 febbraio. Della cosa si cercò di non far trapelare nulla. Ancora un mese dopo c’era chi assicurava che i capi Bolla ed Enea erano tenuti prigionieri dai garibaldini o dagli sloveni. La liberazione dal nazi-fascismo in Europa ed in Italia, infine, avvenne ad opera delle armate alleate, non già dalle forze partigiane.

Morale? Non sempre, dunque, l’unione fa la forza! Cosa manca, allora, all’indipendentismo del Belpaese?

Sicuramente manca l’indicazione dell’obiettivo finale. Tutti si scapicollano a dettagliare questo o quel percorso atto ad ottenere l’indipendenza; quasi nessuno indica per filo e per segno quale sarà l’organizzazione del nuovo Stato che si venisse a creare. Se ci si pensa: in Francia scrivono su tutti gli edifici pubblici la parola libertà fra quelle di fratellanza e di eguaglianza e non hanno neppure la libertà comunale, come se vi potesse essere repubblica senza il Comune libero e senza il federalismo.

Dopo tanto sentir parlare e sproloquiare di federalismo da parte di Umberto Bossi, politicanti vari e intellettuali al soldo del “principe” (leggasi: partiti ad personam), alcuni hanno cominciato ad affermare di volere l’indipendenza e basta. Non vogliono il federalismo. E che c’entra l’unità politica coll’amministrazione dei Comuni?

L’accentramento esagerato del potere è il dissolvente più rapido di ogni spirito civico. Voler regolare con le stesse leggi perfino nei più piccoli bisogni dei Comuni, sessanta milioni di cittadini o anche meno, è una cosa insensata. Alla minima ruota che si rompe, tutto il sistema va a catafascio. Infatti, nel XIX secolo, ogni quindici o vent’anni si faceva, in Francia, una rivoluzione che termina invariabilmente con fucilazioni e deportazioni, e i cadaveri delle vittime non erano ancora raffreddati che quegli uomini politici non trovano nulla di meglio da fare che di rabberciare la vecchia macchina sotto l’intelligente protezione delle baionette. Nessuno pensa a costruire una macchina nuova nella quale l’equilibrio delle forze sia meglio distribuito.

Quasi nessuno dei competitori indipendentisti che corrono alle amministrative del prossimo 6 maggio 2012, c’informa che – se eletto – si spenderà per la modifica degli Statuti comunali, introducendo la corretta formulazione, e quindi l’agibilità semplice e tempestiva degli strumenti di partecipazione popolare, detti anche di democrazia diretta. Questo perché appartenendo la sovranità, a qualsiasi livello degli organi dello Stato, ai cittadini; gli eletti hanno sempre il dovere di uniformarvisi, qualunque essa sia, poiché essi sono delegati a rappresentare la volontà della maggioranza e non gli interessi dei partiti politici ai quali appartengono, e che ai cittadini, in democrazia, dev’essere sempre riconosciuto il potere di modificare le regole della delega, e di fare o di modificare direttamente le leggi nella libertà, e senza assurdi ed ingiustificati vincoli burocratici.

Se noi governati negassimo loro il consenso, come crediamo si dovrebbe fare, impediremmo ai politicanti, e agli interessi che rappresentano, di gestire e dominare la società attuale e quella a venire. Imporremmo noi l’idea di ordine e corretto sviluppo economico-politico. È pur vero che oramai sono in molti a parlare di democrazia diretta; a raccogliere firme per questa o quella proposta di legge d’iniziativa popolare o referendum; ma quasi tutti costoro non pensano all’indipendenza, credono e sperano che il paese di Arlecchino e Pulcinella possa ancora essere riformato. C’è solo un clima psicotico e paranoico (con singoli elementi che spiccano per il loro… protagonismo. Sigh!) che continua a ripetere come un mantra come si raggiungerà l’indipendenza, non a cosa porterà. Ha scritto Mark Twain che «per bontà divina, nel nostro paese abbiamo tre cose indicibilmente preziose: libertà di parola, libertà di coscienza e l’accortezza di non praticarle mai».

In senso generale, pensiamo sia corretto sostenere che un’élite corporativa di “tecnici”, tycoon e politicanti d’ogni risma governi il sistema economico-politico, se non altro in larga parte. Il cosiddetto popolo esercita occasionalmente la scelta tra quelle che Marx definì «le fazioni rivali e gli avventurieri delle classi dominanti».1 Chi ritiene poco duttile questa spiegazione potrebbe preferire la formulazione moderna che ne ha dato un teorico della democrazia come Joseph Schumpeter.2 Questi descrive il nostro sistema democratico in modo favorevole: al suo interno «la decisione sulle istanze pubbliche da parte dell’elettorato è secondaria rispetto all’elezione degli uomini che prendono le decisioni». Egli sostiene correttamente che il partito politico «è un gruppo i cui esponenti propongono di agire di comune accordo nella lotta per il potere

Oggi abbiamo a disposizione risorse tecniche e concrete per soddisfare i bisogni materiali dell’uomo. Non abbiamo ancora perfezionato quelle morali e culturali, cioè le forme democratiche dell’organizzazione sociale, che ci permetterebbero di utilizzare in modo umano e razionale la nostra ricchezza e potenza materiale.

Gli ideali della democrazia classica espressi e sviluppati con le moderne tecnologie sono realizzabili. Ma può farlo solo un movimento rivoluzionario radicato in ampi strati della popolazione, che miri ad eliminare le istituzioni repressive e autoritarie, private o statali. Creare un’azione di cittadini di questo tipo è la sfida che dobbiamo cogliere se vogliamo sfuggire alla barbarie moderna. Alla «Dicta blanda» in atto.

Come sosteneva Buckminster Fuller 3: «Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta». Non bastasse gli fa eco Gianfranco Miglio 4: «Chi – come me – pensa che, in una fase storica come l’attuale, ci si debba sforzare di inventare nuove istituzioni e nuovi modelli politici…».

NOTE

  1. 1.       «The Civil War in France», in Tucker, a cura di, The Marx-Engels Reader, p. 630.
  2. 2.       È stato un economista austriaco, tra i maggiori del XX secolo.
  3. 3.       È stato un inventore, architetto, designer, filosofo, scrittore e conduttore televisivo statunitense. Fu anche professore alla Southern Illinois University.
  4. 4.       Tratto da Ideazione n. 2 – Marzo-Aprile 2001

(da lindipendenza dell’aprile 2012)

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