Indipendentisti, meglio cento giorni da leone che uno da pecora

sudtiroldi ENZO TRENTIN

Ognuno dei governi successivi all’ultimo cinquantennio ha, più o meno, distrutto con ritmo sempre più rapido la vita locale e regionale; ed essa, alla fine, è scomparsa. L’Italia è come quei malati che hanno già fredde le membra e in cui ormai solo il cuore palpita ancora. Non c’è un fremito di vita in nessuna parte del corpo nazionale, tranne che a Roma; fin dai sobborghi che la circondano la città comincia a puzzare di morte morale. Se lo Stato ha ucciso moralmente tutto quel che, dal punto di vista territoriale, era più piccolo di lui, ha anche trasformato le frontiere territoriali nelle mura di un carcere, per imprigionarvi i pensieri.

Se guardiamo la storia un po’ più da vicino, al di fuori dei manuali, rimaniamo sbalorditi scoprendo di quanto altre epoche, quasi prive di mezzi materiali di comunicazione, fossero superiori alla nostra per ricchezza, varietà, fecondità e intensità di vita nella circolazione intellettuale, attraverso territori vastissimi. Per esempio nel Medioevo, nell’antichità preromana, nel periodo immediatamente anteriore ai tempi storici. Ai giorni nostri con la radio, la televisione, l’aviazione, astronautica, lo sviluppo di mezzi di trasporto d’ogni genere, la stampa, i giornali, internet, il fenomeno delle moderne nazionalità chiude in piccoli compartimenti stagni persino la scienza che è così naturalmente universale.

I ribelli che si agitano intorno a questo giornale quotidiano, siano essi collaboratori o lettori, sono forti sempre la metà di quanto lo siano i difensori del potere ufficiale. Anche quando si pensa di sostenere una buona causa. Come scrisse Ètienne De La Boètie, intorno al 1550: «Com’è possibile che tanti uomini sopportino un tiranno che non ha la forza se non quella che essi gli danno. Da dove prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia se voi non glieli fornite? Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi.»

Ma in Italia viviamo in una particolare atmosfera. Per questo ci piace ricordare le parole che una volta si scambiarono uno dei favoriti di Serse I (519 a.C. – 465 a.C.), il gran re persiano, e due Spartani. Quando Serse preparava il suo enorme esercito per conquistare la Grecia, mandò degli ambasciatori alle città greche per chiedere acqua e terra: era questo il modo con cui i Persiani intimavano la resa alle città nemiche. Si guardò bene dal mandarli ad Atene e a Sparta, dato che gli Ateniesi e gli Spartani avevano a suo tempo gettato rispettivamente nei fossati e nei pozzi gli ambasciatori inviati per lo stesso motivo da Dario, suo padre, dicendo loro di prendere laggiù l’acqua e la terra da portare al loro principe: infatti non potevano sopportare che si attentasse neanche solo a parole alla loro libertà. E tuttavia, per aver agito così, gli Spartani riconobbero di aver offeso gli dei, e soprattutto Taltibio, dio degli araldi. Decisero allora, per calmarli, d’inviare a Serse due cittadini, affinché, disponendone a suo piacimento, potesse vendicarsi sulle loro persone dell’assassinio degli ambasciatori di suo padre. Due Spartani, di nome Sperto e Buli, si offrirono come vittime volontarie. Partirono e cammin facendo arrivarono al palazzo d’un Persiano chiamato Idarno, luogotenente del re per tutte le città della costa asiatica. Costui li accolse con tutti gli onori, e dopo aver parlato d’altro chiese loro perché rifiutassero tanto orgogliosamente l’amicizia del gran re. E aggiunse: «O Spartani, prendete il mio caso ad esempio, e vedete come il re sa ricompensare coloro che lo meritano, e pensate che se voi foste dei suoi sareste trattati altrettanto bene. Se voi foste al suo servizio ed egli vi conoscesse, farebbe di ciascuno di voi il governatore di una città greca». «Quanto a questo, o Idarno – risposero gli Spartani – tu non sei in grado di darci un consiglio valido. Infatti tu hai provato il bene che ci prometti, ma quello che noi godiamo non sai cosa sia; tu hai fatto esperienza dei favori del re, ma della libertà non sai nulla, non ne conosci il gusto e la dolcezza. Orbene, se tu l’avessi assaporata, tu stesso ci consiglieresti di difenderla, non già con la lancia e lo scudo, ma con i denti e le unghie». Solo lo Spartano diceva il vero; ma senza dubbio ciascuno parlava secondo l’educazione ricevuta. Infatti sarebbe stato impossibile che il Persiano rimpiangesse la libertà che non aveva mai avuto e che gli Spartani sopportassero la servitù dopo aver assaporato le dolcezze della libertà.

Allo stesso modo chi oggi prospetta l’indipendenza dall’Italia, e non abbia un progetto chiaro, dettagliato e convincente, difficilmente potrà scalzare dalla mente e dal cuore degli italiani l’idea che la democrazia in Italia possa diventare reale, e che lo Stato possa riformarsi in senso favorevole al cittadino, anziché alla partitocrazia. Infatti, possiamo osservare che ogni volta la protesta (Forconi, Presidi 9/12 fermiamo l’Italia, solo per citare gli ultimi) ha assunto un più evidente carattere di sradicamento e un più basso livello di spiritualità e di pensiero. Si può anche osservare che questi spiriti liberi, da quando sono stati attivati, hanno dato un contributo piuttosto ridotto alla cultura e alla causa indipendentista.

Bene fanno i Veneti ad insistere sulla loro cultura, sulle loro tradizioni, sul loro particulare. Solo i collaborazionisti tipo Idarno sono soddisfatti dell’attuale stato di cose in Italia. Infatti se guardiamo altrove ed al passato, per esempio, la contea di Borgogna era sede di una cultura originale e splendida che non sopravvisse alla conquista. Alla fine del XIV secolo le città delle Fiandre avevano relazioni fraterne e clandestine con Parigi e con Rouen; ma c’erano dei fiamminghi feriti in battaglia che preferivano morire piuttosto che essere curati dai soldati di Carlo VI. Quei soldati compirono una scorreria nel territorio olandese, e ne tornarono portando prigionieri alcuni ricchi cittadini. Avevano deciso di ucciderli; ma un moto di pietà li spinse a offrir loro la vita a condizione che diventassero sudditi del re di Francia; quelli risposero che, una volta morti, persino le loro ossa si sarebbero rifiutate, se avessero potuto, di essere sottomesse all’autorità del re di Francia. Uno storico catalano della stessa epoca, raccontando la storia dei vespri siciliani, dice: «I francesi, che, ovunque dominano, sono crudeli quant’è possibile esserlo…». Meglio vivere cent’anni da leone che un giorno da pecora.

I bretoni si disperarono quando la loro sovrana Anna fu costretta a sposare il re di Francia. Se quegli uomini ritornassero oggi, o piuttosto qualche anno fa, avrebbero forse molte ragioni di credere d’essersi sbagliati? Per quanto sia screditato l’autonomismo bretone, per coloro che lo manovrano, e per i fini inconfessabili che essi perseguono, è certo che quella propaganda risponde a qualcosa di reale tanto nei fatti quanto nei sentimenti di quelle popolazioni. Ci sono, in quel popolo, tesori latenti che non hanno potuto manifestarsi. La cultura francese non conviene a quel popolo; la sua non può portar frutto; da allora esso è costretto ai bassifondi delle categorie sociali inferiori. I bretoni dei secoli passati fornirono gran parte dei soldati analfabeti; le bretoni, si dice, gran parte delle prostitute di Parigi. L’autonomia non sarebbe un rimedio, ma ciò non significa che la malattia non esista. Meglio vivere cent’anni da leone che un sol giorno da pecora.

Pasquale Paoli, l’ultimo eroe corso, spese la sua vita per impedire al suo paese di cadere nelle mani della Francia. C’è un monumento in suo onore in una chiesa di Firenze; in Francia nessuno lo ricorda. La Corsica è un esempio del pericolo di contagio implicito nello sradicamento. Dopo aver conquistato, colonizzato, corrotto e contagiato gli abitanti di quell’isola, i francesi li hanno subiti come questori, poliziotti, marescialli, sorveglianti e in altre funzioni del genere grazie alle quali essi trattavano a loro volta i francesi come una popolazione più o meno conquistata. Essi hanno anche contribuito a dare alla Francia, presso molti indigeni delle colonie, una reputazione di brutalità e crudeltà.

Guardando ai Corsi è difficile che il nostro pensiero non vada ad un parallelismo con la “lotta al brigantaggio” immediatamente successiva all’unità d’Italia, ed all’odierna «occupazione» di quasi tutti gli uffici pubblici del nord da parte di funzionari meridionali portatori di una cultura che con il settentrione ha poco a che spartire. Quando si elogiano l’unità d’Italia e l’italianità, bisogna dire soprattutto che esse hanno, e largamente, sradicato le culture autoctone. È un procedimento di facile assimilazione, alla portata di chiunque. Ai popoli cui si toglie la propria cultura, o rimangono senza cultura o ricevono qualche briciola della cultura che ci si degna di voler loro trasmettere, poco rimane. In ambedue i casi quei popoli sembrano essere del medesimo colore, e paiono assimilati. Meraviglioso è invece assimilare popoli che conservino viva, benché modificata, la loro cultura. È un miracolo che di rado si realizza. Solo il neofederalismo di G.F. Miglio lo può fare.

Come giustamente ed autorevolmente è stato scritto in questo quotidiano: «…ad ogni indipendenza debba precedere una fase “costituente”, o piuttosto “ricostituente”, che dia vita però a costituzioni molto mondane, flessibili, leggere…». Si è proseguito con: «Per il Veneto […] possibile, attendo se non 700 pagine, almeno 200 di programma buono e concreto.». Tutto ciò è stato compreso ed approvato da più lettori. Al Veneto manca appunto l’equivalente del «Libro Bianco» dello SNP di Alex Salmon per la sua “Scozia possibile”. A rafforzare quest’idea vorremmo ora aggiungere che voler condurre creature umane, si tratti di altri o di se stessi, verso il bene indicando soltanto la direzione, senza essersi assicurati della presenza dei moventi necessari, equivale a voler mettere in moto un’automobile senza benzina, premendo sull’acceleratore. O è come se si volesse accendere una lampada a olio senza aver messo l’olio. Quest’errore è stato denunciato in un testo abbastanza celebre e abbastanza letto e riletto e citato da venti secoli. Eppure si continua a commetterlo.

A questo punto le possibili soluzioni sarebbero che alcune forze politiche stendessero per loro conto il loro “progetto istituzionale”; ma questo ci sembra abbastanza improbabile. I partiti indipendentisti veneti sono ridotti al lumicino di poche manciate (ed esageriamo) di “aficionados”. Di conseguenza anche laddove essi riuscissero a produrre un tale documento, esso sarebbe più il parto del loro leader, piuttosto che un documento elaborato collegialmente, discusso e condiviso. Tìmeo Dànaos et dona ferentis. [Temo i Danai anche quando portano doni]. Come si ricorderà sono le parole pronunciate da Laocoonte ai Troiani per convincerli a non fare entrare il famoso cavallo di Troia nella città. Anche se apparissero più progetti, elaborati da più soggetti partitici, tutti demandati alla all’approvazione della cosiddetta sovranità popolare; probabilmente non faremmo un buon servizio alle nostre comunità. Tìmeo Dànaos et dona ferentis.

L’immediata soluzione pratica è l’abolizione dei partiti politici, ivi  compresi quelli sedicenti indipendentisti. La lotta dei partiti e nei partiti, quale quella esistente in questo paese, è intollerabile; il partito unico, che d’altronde ne è l’inevitabile conclusione, è l’estremo grado del male già sperimentato col fascismo; non resta altra possibilità che quella di una vita pubblica senza partiti. Oggi una simile idea suona nuova e audace. Tanto meglio, visto che il nuovo è necessario. Come acutamente osservò Simone Weil, in verità, questa sarebbe semplicemente la tradizione del 1789. Agli occhi degli uomini del 1789, non ci sarebbero state neppure altre possibilità; una vita pubblica quale la nostra nel corso dell’ultimo mezzo secolo sarebbe parsa loro un orrido incubo; non avrebbero mai creduto possibile che un rappresentante del popolo potesse abdicare alla propria dignità al punto da diventare membro disciplinato di un partito.

Rousseau d’altronde aveva chiaramente dimostrato che la lotta dei partiti uccide automaticamente la repubblica. Ne aveva predetto gli effetti. Sarebbe opportuno, di questi tempi, incoraggiare la lettura del «Contratto sociale». Infatti oggi, dovunque ci sono partiti politici, la democrazia è morta. Tutti sanno che i partiti inglesi hanno tradizioni, mentalità e funzioni inconfrontabili con quelle di altri paesi. Tutti sanno altresì che i raggruppamenti in lizza negli Stati Uniti non sono partiti politici. una democrazia dove la vita pubblica si riduca alla lotta fra i partiti politici non è in grado di impedire l’avvento di un partito capace di distruggerla. Se emana leggi eccezionali, si suicida. Se non lo fa, la sua sicurezza vale quella di un uccellino di fronte a un serpente.

Proviamo, invece, a lavorare per la creazione di una “Tavola Rotonda” con assisi tutti i rappresentanti dei soggetti politici indipendentisti. Cominciamo dal veneto. Si provi ad immaginare che costoro, spinti da autentico spirito civico, lascino le loro beghe, i loro contrasti, i loro meschini litigi per futili motivi, i loro impicci, fuori della porta, e attraverso una discussione pacata ed approfondita licenzino un progetto della sostanza di quanto viene diffuso in Scozia a responsabilità dello SNP.Bisogna farlo subito. Dopo l’auspicata indipendenza, nello scatenamento irresistibile degli appetiti individuali per la conquista del benessere o del potere, sarà assolutamente impossibile cominciare qualcosa. Bisogna farlo immediatamente. E incredibilmente urgente. Mancare questo momento vorrebbe dire incorrere in una responsabilità che è quasi un delitto.

A questo punto si faccia anche un sforzo d’immaginazione: si prefiguri pure un referendum elettronico autogestito ed informale; ma solo dopo una massiccia, e lunga – quanto basta – campagna informativa presso la popolazione avente diritto. Si aggiunga infine (tanto nel campo delle ipotesi si può fare anche questo) che tale referendum venga vinto. Il giorno dopo non si potrebbe legittimamente dichiarare la secessione? Quali Stati o organismi internazionali “democratici” potrebbero opporsi? Dunque, meglio vivere cent’anni da leone che un sol giorno da pecora.

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6 Comments

  1. giancarlo says:

    Se qualcuno può confutare ciò che scrive Enzo Trentin si faccia avanti, prego!!!
    Sottoscrivo in pieno la sua analisi e le sue conclusioni.
    Conclusioni che mi vedono in prima linea nell’enunciarle continuamente quando mi capita l’occasione.
    Senza un soggetto che racchiuda tutti, ma veramente tutti, i movimenti indipendentisti veneti ci precludiamo qualsiasi possibilità di rinnovare la nostra identità Veneta come Popolo Veneto e di costruire le basi per un nuovo Stato Veneto moderno sì ma che mantenga e rinnovi se necessario le sue tradizioni, la sua cultura, la sua lingua, etc..etc.. Relativamente alla sua storia finalmente dovrà essere studiata nelle nostre scuole.
    Dunque una tavola rotonda, o in mancanza di una grande tavola, va bene anche una sala cinematografica. o un teatro.
    Ricordo che un referendum digitale è stato già fatto e che un libro bianco fu iniziato e subito interrotto.
    Anche un’azione internazionale con la costituzione di consolati in vari paesi ebbe un suo inizio ed una sua fine repentina. Insomma i ” capi” o i “padri fondatori” del movimento per loro esclusiva responsabilità stanno diventando, se già non lo sono, dei morti che camminano.
    E’ vero, ora è il momento giusto, ma sono pronti i ” leaders” ???
    Se ne sente mai qualcuno che scriva su questo giornale che non finirò mai di ringraziare per la sua apertura a tutti e per la sua incredibile libertà culturale ???
    Perché non si esprimono apertamente? A cosa servono le riunioni se la comunicazione rimane circoscritta ai soli presenti ? E tutti gli altri che non ci vedono e non ci sentono non sono forse anche loro Veneti ?
    La comunicazione deve essere fatta come si deve. Con i tempi necessari. Con le persone giuste.
    Altrimenti tutto rimane sulla carta e sulle buone intenzioni.
    Ma forse come al solito sono un ingenuo e credo ancora che ci siano persone all’altezza, quando invece ci troviamo davanti solo degli opportunisti che alla fine si dimostrano degli incapaci solo perché perseguono fini estranei all’indipendenza e percorrono strade troppo avanzate o inconcludenti stante i tempi che viviamo oggi nel Veneto. Ascoltare certi consiglieri porta alla fine di qualsiasi azione fatta se pur positiva.
    Mi chiedo come non lo capiscano.
    WSM

    • caterina says:

      Lei che e’ cosi’ tecnologico, non come me che sono un’imbranata, mi stupisce perche’ mi sembra che si tenga a distanza da quelli che si dedicano alla causa mentre potrebbe dare una mano… Stanno dedicandosi anima e corpo e han fatto passi da gigante in attesa dell’esploit… Chissa’ che non sia arrivato il momento…
      Scruto ogni giorno sul sito di Pllebiscito.eu….

  2. caterina says:

    ovviamente come sempre interessante leggerLa per I preamble e le dotte premesse e abbondanti citationi storiche e letterarie…. Ma, Professore, dov’era nel 2014 quando consapevoli e coraggiosi indipendentistii veneti dopo diatribe intestine inconclidenti trovarono la strada, gli strumenti, il coraggio e I mezzi autoconferiti per farci votare in tutto il Veneto e fuori, grazie ai moderni metodi applicati e controllati, sul quesito: vuoi che il Veneto sia una REpubblica Indipentente e Sovrana: SI o NO….
    della cosa nessun giornale si espresse se non per spottere…
    Un anno e mezzo dopo al Palazzo Vendramin Calergi la Commissione OSCE al completo venne a dirci:
    Tutto OK! … e, ci fece gli auguri …per il seguito…
    E siamo qui ancora con un gruppo che lavora assiduamente impiegando energie e competenze… e confidiamo ovviamente di arrivare un giorno alla meta… Le fondamenta sono state tracciate….la casa e’ in costruzione!
    La Liberta’ come Lei ha illustrato e’ un bene irrinunciabile.

    • ENZO TRENTIN says:

      Raramente replico, poiché questo spazio l’ho sempre considerato dei lettori; ma poiché interpellato direttamente dalla lettrice che si firma Caterina, proverò a rispondere sintetizzando:

      1 – non sono un professore. Sono semplicemente un giornalista in pensione.
      2 – nel 2014 ho votato anch’io al referendum digitale.
      3 – prima ancora avevo aderito al progetto “Libro Bianco” contribuendovi significativamente, e anticipando i vari argomenti-proposte con articoli su questo e l’unico altro quotidiano che si occupa d’indipendenza. Basta fare una ricerca digitando il mio nome per avere la conferma.
      4 – lei afferma che: «Un anno e mezzo dopo […] OSCE al completo venne a dirci: Tutto OK!» e qui bisogna fare uno sforzo di memoria. Un anno e mezzo dopo è stato un lasso di tempo assai lungo, ed alcuni avanzarono il sospetto che tale “vacanza” fosse stata strumentale a fare da piattaforma elettorale per l’ideatore del referendum stesso, che infatti si candidò senza successo alle elezioni del periodo.
      5 – Sull’«OSCE al completo…» io sarei più cauto. Propenderei per: «qualche personalità di livello internazionale.» Ma se lei può esibire documenti ufficiali dell’OCSE sarò lieto di prenderne atto.
      6 – riguardo alle ragioni per cui l’autore del suddetto referendum fu abbandonato dalla massa dei sui sostenitori attivi e potenziali, alcuni avanzarono l’insofferenza per… “un uomo solo al comando”.
      7 – Infine, per tutti coloro che rivendicano DIRITTI internazionali e pre-costituzionali, ho più volte scritto che un diritto che non è riconosciuto da nessuno non vale molto. La Catalunya dei nostri giorni è lì a confermarlo. Anzi, il suo attuale stallo ha raffreddato non poco gli entusiasmi.

      Precisato questo, se nonostante tutto lei ed il suo gruppo riuscirete ad ottenere ciò che vi proponete, giustamente riceverete il plauso e la riconoscenza del popolo veneto.

      • caterina says:

        Mi scusoscusa se sono stata troppo diretta…non ci si conosce se non attraverso questo giornale…
        La Commissione internazionale OSCE che e’ investita della regolarita’ di referendum popolari era presente in tutte le fasi e l’e same compressive si protrae se per un anno e mezzo anche causa sospensione per grave malatila del presidente, comunque I documenti finali sono dopo l’incontro a venezia sono custoditi da Plebiscito.eu e consultabili… nel caso che chi unique, giornalisti compresi avessero voluto visionarili… E intanto, mi sembra di ricordare il 20 dicembre 2015, cioe’ subito dopo su tutte le testate venete dandone notizia fu pubblicata una diffida nei confronti di chi si fosse ancora divertito a declassare come sondaggio il referendum effettuato… infatti nessuno piu’ oso’ farlo…salvo ovviamente a non parlarne aflatto come nell’interesse ovvio della stampa che deve render conto a chi la foraggia…
        Il lavoro iniziato e poi sospeso del Libro Bianco ovviamente non poteva continuare… L’apporto dell’amico che pensava di avere la stessa rispondenza del suo pubblico scozzese…. mi ricordo di averlo incontrato in treno e conservo la bandiera di San Marco che mi regalo essendone io sprovvista diretta come lui a Venezia per una manifestazione… non ando’ certo perduto… ho avuto modo di sentire, una volta costituite le Commissioni parlamentari, come le stesse lavorassero con metodo al fine di predisporre i testi finali… il contributo di nessuno e’ andato perduto… Tanto lavoro e..tanti soldi per sostenerlo sarebbe veramente da masochisti buttarlo… stanno oggi lavorando a livello altamente specializzato e la meta sembra si avvicini passo passo… Chi vuole si puo’ documentare… L’informazione e’ continua… fino alla meta!

        • caterina says:

          Mi scuso di un sacco di refusi…non riuscivo a rileggere la parte iniziale:… l’esame complessivo si protrasse…… grave malattia…. nel caso che chiunque…
          insomma… sono imbranata coi mezzi tecnologici e chiedo scusa…

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