Indipendentismo e anarchismo collettivista: relazione impossibile?

di GIANNI SARTORI

Una premessa. Personalmente considero l’indipendentismo come uno degli aspetti assunti dalle lotte per i diritti e per l’autodeterminazione dei popoli. E l’indipendenza uno sbocco possibile, non un destino necessario. Alla richiesta di analizzare la possibilità di un rapporto organico, stabile e strutturale tra anarchismo e indipendentismo di sinistra, ho sempre risposto con una buona dose di scetticismo.

Tuttavia, dato che le circostanze e le scelte mi avevano portato a solidarizzare con irlandesi, baschi, corsi, curdi e altri (in quanto vittime di una forma di oppressione, una delle tante che devastano questa “valle di lacrime”), senza mai rinnegare i miei trascorsi giovanili inequivocabilmente libertari, ho cercato di vivere dentro a questa contraddizione. Per quanto mi è stato possibile, in base al principio della makhnovsina: “Con gli oppressi contro gli oppressori, sempre”. Che poi ci sia anche riuscito, questo è un altro paio di maniche.

In una fase precedente, evidentemente in preda all’ecumenismo, mi ero spinto oltre, scrivendo che “lottare per il superamento della forma-stato a favore dell’autorganizzazione totale delle classi subalterne deriva da una concezione del mondo non dissimile da quella di chi teorizza il superamento dello stato-nazione per l’autorganizzazione della comunità popolare”*. E mi salvavo l’anima aggiungendo un indispensabile “Forse”. Del resto le “nazioni senza stato” che hanno saputo sopravvivere, conservare tradizioni e linguaggi, combattere l’oppressione e lo sfruttamento e talvolta anche difendere la propria terra dal degrado, non dimostrano, magari senza volerlo, che l’apparato statale non è poi così indispensabile?

Penso quindi che tra libertari e indipendentisti di sinistra (“nazionalisti”? “nazionalitari”? “abertzale”?) ci si possa comunque sopportare, convivere. E talvolta, di fronte al comune nemico del momento, solidarizzare, lottare insieme.**

La Storia infatti ha registrato lotte comuni contro capitalismo, fascismo e imperialismo, contro il nucleare e in difesa dell’ambiente, dei diritti umani e dei prigionieri…. Oltre naturalmente alla condivisione di repressione, galera, esilio. Non sono poi mancate reciproche contaminazioni, biografie familiari e personali che si sovrappongono, osmosi tra gruppi libertari e indipendentisti di sinistra. Qualche esempio. Magari “non farà testo” (mille indizi non fanno una prova), ma sempre degno di nota. Il patriota italiano Carlo Pisacane era un seguace di Pierre-Joseph Proudhon e sua figlia intervenne a favore degli anarchici arrestati dopo i moti insurrezionali del Matese (1877) presso il ministro degli Interni, ex seguace di Pisacane.

In Catalogna vanno ricordati i rapporti del MIL (Movimiento Iberico de Liberacion) dei consiliari libertari Puig Antich e Oriol Solé con gli indipendentisti dell’OLLA (Organitzaciò de La Lluita Armada) e il caso, tragicamente emblematico, di Monteagudo: dalla FAI (Federaciòn Anarquista Iberica) a Terra Lliure, fino alla morte in combattimento come militante di Eta. In alcuni movimenti indipendentisti catalani degli anni ottanta (Moviment d’esquerra nacionalista, Crida a la Solidaritat…) le istanze libertarie erano ancora ben presenti. Anche perché, come mi confermò in un’intervista Carles Riera, parecchi militanti erano figli o nipoti di membri della CNT e della FAI. Anche in Francia talvolta la solidarietà era diventata partecipazione attiva. L’anarchico George Fontenis, recentemente scomparso, aveva collaborato con il FLN algerino.

Nell’Ucraina fresca di indipendenza, una cerimonia in memoria di Nestor Makhno, rischiò di degenerare per colpa di alcuni nazionalisti (un amico presente li definì “cosacchi”, non so se correttamente) che non vedevano di buon occhio la presenza delle bandiere nere degli anarchici. In effetti pare che Nestor Makhno sia ormai diventato un un eroe nazionale per aver combattuto, oltre che contro i reazionari “bianchi” (Denikin, Wrangel), contro gli invasori austro-tedeschi (dopo il trattato di Brest-Litovsk) e i bolscevichi, visti come espressione dell’occupazione russa. In realtà Makhno si era scontrato anche con alcuni gruppi nazionalisti ucraini che, da destra, si opponevano al modello sociale di Guliai-Pole. Già in precedenza la figura di questo rivoluzionario sociale si era sovrapposto alle aspirazioni indipendentiste (o comunque di autodeterminazione) del popolo ucraino. Nel 1981 un semisconosciuto gruppo della diaspora, intitolato a Makhno e fautore dell’indipendenza dell’Ucraina, compì alcuni azioni dirette in solidarietà con gli hunger strikers irlandesi (Bobby Sands, Patsy O’Hara…).***

In questa duplice interpretazione della figura di Makhno una parte di responsabilità spetta ai bolscevichi che, per infamarlo, lo descrissero falsamente come una specie di “nazionalista ucraino alla Taras Bulba, bandito incolto e satrapo” (v. “La via dei tormenti” di Alexis Tolstoj). Lo scultore anarchico basco Felix Likiniano nel luglio 1936 era sulle barricate di Donosti (San Sebastian) contro i franchisti. Fu lui l’ideatore del “Bietan Jarrai”**** il serpente attorcigliato all’ascia, simbolo dell’Eta (Euskadi Ta Askatasuna). Racconta “Peixoto” (José Manuel Pagoaga) nel libro “Felix Likiniano, miliziano de la Utopia” di quando, mostrandogli per la prima volta il simbolo, gli spiegò il significato dell’ascia (l’arma, in bronzo, usata dai baschi nella battaglia di Roncisvalle contro i Franchi di Carlomagno che avevano saccheggiato Pamplona) e del serpente (“che si avvicina all’obiettivo con circospezione, silenziosamente…”).

Altro anarchico basco degno di memoria quel Sebastian San Vicente ricordato da Paco Ignacio Taibo II in “Arcangeli” (“Un nome senza strada”) che dopo aver diffuso verbo e azioni libertari negli Stati uniti, a Cuba e in Messico concluso la sua vita nei dintorni di Bilbo (Bilbao) combattendo con la CNT contro i franchisti. A Donosti (San Sebastian) viene ricordato nel locale Museo della Marina dove il suo nome è stato dato ad una lancia da pesca di circa dieci metri degli anni trenta e recuperata dai volontari del museo. “Forse non avrà il nome di una strada o di una piazza – aveva spiegato allo scrittore la direttrice del museo, Soko – però ha il nome di una barca in un museo basco”. Non vorrei poi allargarmi troppo, ma anche Durruti è un nome sicuramente basco (ereditato dal nonno paterno, pare) anche se il nostro era nato a Lèon.

Sempre in Euskal Herria, alla fine degli anni settanta, era presente un gruppo indipendentista esplicitamente libertario denominato “Askatasuna” (Libertà)***** di cui in seguito ho perso le tracce. “Alcuni si sono poi integrati in Herri Batasuna” mi spiegava José Antonio Egido (“Takolo”, ex responsabile degli esteri di HB). La stessa Eva Forest, la compianta scrittrice di origini catalane e basca di adozione, incarcerata e torturata dopo l’attentato a Carrero Blanco nel 1973, mi raccontò di collaborare senza problemi, lei libertaria e figlia di un militante della FAI, con i movimenti indipendentisti baschi. A suo avviso il modello sociale che tentavano di costruire era di tipo “molto orizzontale”.

Nel suo libro “Anarchia e potere nella guerra civile spagnola 1936-1939” (elèuthera 2009) Claudio Venza ha spiegato quali furono i rapporti tra anarchici e catalani, baschi, galleghi. A Bilbo (Bilbao) la CNT, con Horacio Prieto, collaborò al Comisariado de Defensa de Vizcaya fino alla sua dissoluzione quando il PNV (Partito nazionalista basco), maggioritario, diede vita a una Junta de Defensa (più orientata in senso autonomista e anche indipendentista) con l’esclusione degli anarchici. Altri studiosi, come J.D. Reboredo Olivenza e M.Chiapuso, avevano trattato sui rapporti tra gli anarchici e il Governo basco ****** raccontando che il confronto a volte fu duro, ma comunque leale. In Euskal Herria non si registrarono fatti analoghi a quelli di Barcellona del maggio 1937 che videro anche dei nazionalisti catalani, oltre agli stalinisti del Psuc, combattere contro gli anarchici.

Qualche modesto segnale perfino in Irlanda. Nel programma politico del Republican-Sinn Fein, un movimento minoritario, fuoriuscito dal Sinn Fein e fondato da un noto esponente dell’Ira-provisional, Ruari O’Bradaig, si parlava esplicitamente dei consigli operai e di Kronstadt come modello di liberazione sociale e nazionale.

Tra i miei ricordi personali, Domhnall de Brun, un anarchico (figlio di un volontario della Brigata internazionale “James Connolly”) che insegnava gaelico nel centro sociale gestito dal Sinn Fein a Derry. A Belfast invece frequentavo una libreria-caffè (dalla inequivocabile porta rosso-nera) dove, insieme a testi anarchici, antimperialisti e di controcultura, si vendevano depliant e cartoline del Movimento repubblicano, IRA compresa.

In Bretagna avevo conosciuto anche due rari esemplari di “anarco-nazionalisti bretoni” che provenivano dal movimento antifascista SCALP e da Emgann (divenuto nel frattempo Breizhistance). Nel 2001 Guillaume Bricaud e Maiwenn Salomon avevano partecipato alla fondazione della “Coordination pour un Bretagne indépendant e libertaire” (CBIL) a Gurunhuel. Da qualche parte conservo ancora un loro manifesto: “BRETAGNE LIBRE sans Etat ni Patrons” firmato CBIL, con la stella nera sovrapposta all’herminia stilizzata (l’ermellino, erminig in bretone). Il loro riferimento era il Chiapas dell’EZLN (n.b. di “Liberazione Nazionale”) dove entrambi avevano soggiornato a lungo. Fondarono anche una radio libera, “HUCH!” (dal bretone huchal, “gridare”), con l’herminia a pugno chiuso e stella nera sul petto.

Si potrebbe continuare. Per esempio parlando della “George Jackson Brigade” (USA, anni settanta) che riuniva militanti anarchici e marxisti. Fortemente caratterizzata in senso antimperialista e per la difesa delle minoranze oppresse, somigliava più a un movimento di liberazione nazionale che a un gruppo della sinistra militarista. O anche del vivo interesse mostrato da “Apo” Ocalan per le teorie dell’anarchico statunitense Murray Bookchin ancora negli anni novanta. In seguito, anche se segregato in una cella, il Mandela curdo ha voluto approfondire le teorie dell’autore di “L’ecologia della libertà” e consigliarne la lettura e la messa in pratica ai militanti del PKK. La sua richiesta di un incontro con il pensatore libertario non si è, purtroppo, realizzata. Sia per gli ostacoli messi in campo dall’amministrazione carceraria turca che per le precarie condizioni di salute di Bookchin (deceduto qualche tempo dopo) che aveva espresso pubblicamente la sua ammirazione per il leader curdo imprigionato.

Ma negli ultimi anni lo scenario sembra essersi ulteriormente complicato. Non tanto per la possibilità, comunque scarse, di coniugare in maniera duratura le istanze libertarie con quelle indipendentiste. E nemmeno perché questi “nazionalisti” siano cambiati in peggio. Da parte mia mantengo un profondo rispetto per tutti quei militanti baschi, catalani, irlandesi o curdi (da Bobby Sands al Txiki) che hanno perso la vita cercando di coniugare liberazione nazionale e sociale. Quello che è cambiato, sicuramente in peggio, è l’accresciuta capacità del sistema tecno-industriale-militare dominante (il “caro”, vecchio imperialismo, fase suprema etc.etc.) di strumentalizzare i movimenti di liberazione. Anche questo un “effetto collaterale” della globalizzazione? L’autodeterminazione rischia davvero di ridursi, come avvertiva il sociologo catalano Manuel Castells, ad una variabile che si usa o si getta a seconda del caso? Una questione che ovviamente non riguarda soltanto gli anarchici, ma tutta quella sinistra antagonista, non omologata e non addomesticata che ancora si confronta con il diritto dei popoli all’autodeterminazione. Certo, per i colonizzatori il “divide et impera” non è una novità. Viene praticato con successo almeno dai tempi di Giulio Cesare.

Le milizie curde alleate della Turchia che (come ha riconosciuto il Parlamento curdo in esilio) parteciparono al massacro degli armeni durante il genocidio del 1915 possono aver fornito un protocollo per l’utilizzo da parte della Francia, e in seguito degli Usa, di alcune minoranze indocinesi contro la resistenza vietnamita. In Irlanda del Nord era il proletariato protestante, maggiormente garantito, a condurre la “guerra sporca” (omicidi settari, spesso indiscriminati) contro gli abitanti dei ghetti cattolici. Da sottolineare che entrambi, indigeni irlandesi e coloni scozzesi, erano di origine celtica (non germanica, come gli inglesi, angli e sassoni). Un elemento in più per sottolineare l’artificiosità e la strumentalità, a tutto vantaggio dell’imperialismo di Londra, della divisione in due comunità reciprocamente ostili.

Putin ha potuto “pacificare” la Cecenia con il ferro e con il fuoco, utilizzando anche bande di ex guerriglieri indipendentisti divenuti collaborazionisti. Sul piano religioso, sciiti e sunniti, a fasi alterne, vengono strumentalizzati in Medio oriente. Lo stesso avviene con le popolazioni minorizzate – curdi, beluci, turcomanni – alimentando e armando le loro aspirazioni ad una maggiore autonomia o all’indipendenza.

Per conto di chi agivano i miliziani sciiti di Amal (“Speranza”) che nel 1986 assediavano i campi palestinesi, ormai indifesi e ridotti alla fame dopo l’allontanamento dell’Olp dal Libano? E in base a quali calcoli gli Stati Uniti hanno integrato nell’esercito e nella polizia irachena formazioni come il gruppo Sciri e Al-Da’wa, notoriamente filoiraniani? Contraddizione nella contraddizione: contemporaneamente gli Usa avrebbero utilizzato in funzione anti-Teheran gruppi di indipendentisti beluci (sunniti) legati ad Al Qaeda. Chi, se non i servizi segreti turchi, può aver organizzato nel 2007 gli assalti – ufficialmente opera di rom – contro le baracche dei profughi curdi a Istanbul?

Anche le “guerre tra poveri” che hanno insanguinato il subcontinente indiano danno l’impressione di essere state in parte manovrate. Nel 2007 alcuni gravi attentati compiuti in occasione di feste nazionali e anniversari dell’India, vennero inizialmente attribuiti ai gruppi islamici. Successivamente emerse la pista dei separatisti del Nord-est (bodo, naga…). Nel secolo scorso lo scontro era stato particolarmente duro nell’Assam, dove la maggioranza della popolazione è induista. Dal 1989 al 1996 la guerriglia dei bodo (in maggioranza cristiani) avrebbe causato la morte di migliaia di persone. Nel dicembre 1996 un attentato al Brahamaputra Express, mentre attraversava l’Assam, provocò più di trecento morti. Ancora prima delle rivendicazioni, l’atto terroristico venne attribuito ai bodo che due giorni prima avevano fatto saltare un ponte ferroviario. Strategia della tensione, mascherata da lotta per l’autodeterminazione?

Molto probabilmente in alto loco qualcuno pensa che è “sempre meglio che si ammazzino tra di loro”, purché il controllo del territorio e delle risorse rimanga saldamente nelle mani di chi detiene il potere. Si tratti di un esercito di occupazione, di una multinazionale o di criminalità organizzata come nei pogrom di Ponticelli. E naturalmente anche l’oppresso, il diseredato di turno ci metterà “del suo”. Un caso limite, a mio avviso, quello dei karen, in perenne fuga tra Birmania e Thailandia e che da qualche tempo verrebbero sostenuti da gruppi neofascisti europei.

Ormai la strumentalizzazione dei movimenti di liberazione nazionale e di quelli autonomistici non è più appannaggio esclusivo dei servizi segreti. Le varie potenze planetarie operano alla luce del sole decretando la legittimità o meno delle rivendicazioni. Non a caso Manuel Castells ha parlato di “indipendenze a geometria variabile”, denunciando come la comunità internazionale si dichiari favorevole all’autodeterminazione di un popolo o difenda l’integrità di un paese “a seconda di chi, del come e del quando”. Ricordava che osseti e abkhazi si erano ribellati contro la Georgia nello stesso periodo in cui i ceceni si sollevavano contro la Russia. Inizialmente gli Usa appoggiarono l’insurrezione cecena, ma tollerarono facilmente la repressione da parte della Georgia. Analogamente nel caso del Kosovo (dove è stata poi costruita un’immensa base statunitense) si è invocato il diritto all’autodeterminazione, mentre per il Tibet non si va oltre qualche protesta simbolica. Quanto agli uiguri, sembra quasi che non esistano come popolo. “Le posizioni sul diritto all’autodeterminazione – ha scritto il sociologo catalano -sono frutto di un cinismo tattico” e l’indipendentismo sarebbe divenuto uno “strumento geopolitico fondamentale in un mondo globalizzato e interdipendente”.

Gli esempi si sprecano. Pensiamo al diverso trattamento riservato ai curdi in Iraq, già praticamente autonomi (e alleati degli Usa a cui hanno consentito di installare alcune basi militari), mentre quelli della Turchia continuavano ad essere bombardati, imprigionati e torturati da Ankara, grande alleato degli Stati Uniti. Cui prodest? Non certo alla nazione curda nel suo insieme. Nel 2010, dopo una serie di impiccagioni di militanti curdi che l’opinione pubblica mondiale aveva completamente ignorato, i curdi dell’Iran (“Partito per una vita libera in Kurdistan”, PJAK, considerato il ramo iraniano del PKK attivo in Turchia) sembravano essersi rassegnati a collaborare anche con Il Mossad (lo aveva rivelato Le Monde, ma poi la situazione sembra essere cambiata).

Nel caso di Timor Est, la popolazione subì per anni un vero e proprio genocidio nell’indifferenza dell’opinione pubblica. Tra le poche eccezioni, negli anni settanta, Noam Chomski e la “Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli” (Lidlip, fondata da Lelio Basso). Solo di fronte al rischio concreto di una dissoluzione dell’Indonesia intervennero le forze internazionali, ripescando l’ex guerrigliero Gusmao, leader del Frente revolucionària de Timor-Leste independente (Fretilin) per farne il presidente. Pare che inizialmente non ne fosse particolarmente entusiasta, dato che aspirava a ritirarsi dalla vita politica e darsi all’agricoltura. Paradossale che per garantire l’indipendenza di Timor Est venissero impiegati anche soldati inglesi provenienti dalle caserme di Belfast.

E a proposito di Belfast, due situazioni molto simili come l’Irlanda del Nord e il Paese basco negli ultimi anni sembravano aver imboccato strade antitetiche. Soluzione politica, abbandono della lotta armata da parte di Ira, Inla e delle principali milizie lealiste, liberazione dei prigionieri politici e cogestione del governo locale a Belfast e Derry. Repressione, ancora casi di tortura, tregue effimere, illegalizzazione di partiti (Herri Batasuna, Batasuna, Bildu, Sortu…), associazioni ( Jarrai, Haika, Segi, Gestoras pro Amnistia, Askatasuna…) e giornali (Egin, Egunkaria) a Bilbo, Donosti e Gasteiz. Solo nel 2012, con la definitiva rinuncia alle armi di Eta e la possibilità per la “sinistra abertzale” di partecipare alle elezioni (con Sortu), si è riaperta la possibilità di una soluzione politica del conflitto. Ma al momento Arnaldo Otegi e altri esponenti indipendentisti rimangono ancora in galera (come se durante le trattative Blair avesse fatto arrestare Gerry Adams) e per i prigionieri politici baschi, in particolare per gli etarras, la situazione rimane molto difficile. *******

La mia ipotesi è che negli anni novanta il “grande laboratorio a cielo aperto per la contro-insurrezione” dell’Irlanda del Nord dovesse chiudere in vista della partecipazione britannica alle guerre in Afghanistan-Iraq e del ruolo fondamentale assunto da Londra. Meno convincente la tesi della conversione di Blair al cattolicesimo, anche se non si può mai dire. Quanto agli Usa, Clinton avrebbe agito per conservare il voto dei cittadini statunitensi di origine irlandese che solitamente votano per i Democratici. E’ ipotizzabile che in Irlanda del Nord la stessa Cia abbia dato una mano per togliere di mezzo qualche capo delle milizie lealiste (filobritanniche) che non aveva compreso la nuova situazione. Ipotesi formulata anche dal compianto Stefano Chiarini. Al contrario, già negli anni novanta Washington inviava agenti della Cia nel Paese basco per coadiuvare l’apparato repressivo.

Il problema di “quale autodeterminazione” si pone soprattutto nel caso di stati nati dalla colonizzazione, dato che le loro frontiere sono state stabilite in base a trattati europei con cui si decideva arbitrariamente il destino delle popolazioni. I poteri globali reali (economici, militari, tecnologici) stabiliscono caso per caso, di volta in volta, se appoggiare una lotta di liberazione, legittimarne la repressione o anche inventarne una di sana pianta. Al limite della farsa l’episodio che ha visto un gruppo di aspiranti golpisti (quasi tutti membri di una loggia massonica) arruolare mercenari per sobillare la rivolta secessionista nel Cabinda, regione angolana ricca di petrolio. Episodio da segnalare per l’uso spregiudicato di due ONLUS (Freedom for Cabinda e Freedom for Cabinda Confederation) create appositamente per ricevere donazioni.

Alcuni casi esemplari, storici, di separatismo a puro uso e consumo di qualche potenza coloniale (come il Katanga di Tshombe nell’ex Congo belga) potrebbero tornare di attualità. Per esempio in Bolivia con Santa Cruz, capoluogo di una regione ricca, abitata prevalentemente da discendenti dei colonizzatori, che ha spinto per l’indipendenza. Chissà? Forse Evo Morales (il presidente boliviano esponente del MAS, Movimento al socialismo) ha rischiato davvero di finire come Lumumba, il presidente progressista del Congo, assassinato nel 1961 dagli sgherri di Tshombe al servizio dell’imperialismo belga.

E forse non è un caso che nel 2008, dopo anni di impegno a fianco dei popoli oppressi, la Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli (Lidlip), riconosciuta dall’Onu e dall’Unesco, abbia definitivamente sospeso le sue attività. Fondata da Lelio Basso, la Lidlip è stata per trent’anni portavoce delle minoranze, delle popolazioni perseguitate, dei movimenti di liberazione dal colonialismo, grazie all’impegno di Verena Graf, segretaria generale e rappresentante permanente della Lidlip all’Onu. Ci mancherà.

NOTE

* Gianni Sartori “Catalogna – Storia di una nazione senza stato “ ed. Scantabauchi, 2007

**Ovviamente mi riferisco all’indipendenza come sbocco di una lotta di liberazione, dall’oppressione coloniale classica, “da manuale”. Come nel caso di Algeria, Guinea Bissau, Mozambico, Angola, Irlanda… o dal “colonialismo interno” come potrebbe essere per i Paesi Baschi, il Tibet e la Cecenia. A mio avviso si può legittimamente parlare di movimenti di liberazione quando la lotta è anche contro il sistema economico responsabile dell’oppressione (capitalismo, neoliberismo, capitalismo di stato…). Escludendo, per quanto mi riguarda, dall’interessante dibattito partiti come l’Adsav bretone, la Lega Nord o alcuni indipendentisti fiamminghi nostalgici del nazismo.

***ne aveva dato notizia il corrispondente da Londra di “la Repubblica” Paolo Filo della Torre. Nel suo articolo definiva Makhno un “generale dei bianchi” (?!) e poche righe dopo Patsy O’Hara (un esponente dell’Irish National Liberation Army morto in sciopero della fame il 21 maggio 1981 a 24 anni) veniva scambiato per una donna. Se non ricordo male, fu in quella circostanza che presi la sciagurata decisione di darmi al giornalismo. Peggio di così non avrei mai potuto fare, neanche volendo.

****In euskara: ”Continuare con entrambi”, l’indipendenza e il socialismo.

*****Da non confondere con l’omonima associazione di sostegno ai prigionieri politici che aveva sostituito le “Gestoras pro Amnistia” dopo che erano state illegalizzate, per esserlo poi a sua volta.

******Da segnalare: “Los anarquistas y la guerra en Euskadi. La Comuna de de San Sebastian” di M. Chiapuso

******* Ma l’auspicata soluzione politica del conflitto è tornata nuovamente al palo dopo la retata del 1 ottobre 2013 contro 18 esponenti di Herrira (tra cui il portavoce Benat Zarrabeitia). Il giudice Eloy Velasco ha accusato l’associazione basca per i diritti umani dei prigionieri politici di essere “un tentacolo di ETA” in quanto avrebbe organizzato manifestazioni di “esaltazione” dei prigionieri baschi.

 

 

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8 Comments

  1. Gianni Sartori says:

    IN MEMORIA DI GUIDO BERTACCO

    (Gianni Sartori – 2015)

    Ho rinviato a lungo prima di scrivere questo ricordo del compagno Guido Bertacco scomparso già da alcuni mesi (marzo 2015). Aspettavo forse che qualche altro sopravvissuto del MAV (Movimento AnarchicoVicentino) prendesse l’iniziativa? Difficile, dato che ormai in giro non è rimasto nessuno o quasi, almeno per quanto riguarda la militanza. Oltre a Guido, nel corso degli anni se ne sono andati per sempre Anna Za, Laura Fornezza, Mario Seganfredo, Patrizia Grillo, Nico Natoli….E vorrei qui ricordare anche Giorgio Fortuna, sicuramente un libertario, presente fino alla fine alle iniziative contro il Dal Molin.
    Qualcuno che aveva conosciuto le dure galere di stato per militanza ha poi cercato altrove un posto dove ricominciare a vivere; altri ancora sono semplicemente invecchiati…
    Guido (assieme a Claudio Muraro e Rino Refosco, se non ricordo male) aveva partecipato all’esperienza milanese della Casa dello Studente e del Lavoratore. Un breve riepilogo: nell’aprile del 1969 gli studenti occupavano l’Università Statale di Milano in via Festa del Perdono. Quasi contemporaneamente veniva occupato un vecchio albergo a Piazza Fontana. Qui venne applicata una rigorosa autogestione e l’ex albergo ora denominato “Casa dello Studente e del Lavoratore” subirà presto sia gli attacchi dei fascisti (con il lancio di alcune molotov) che una indegna campagna di stampa criminalizzante. Lo sgombero per mano della polizia scatterà all’alba, come da manuale, per concludersi con numerosi arresti. In un libro fotografico di Uliano Lucas c’è l’immagine del processo ad alcuni anarchici in cui si riconoscono un paio dei sopracitati vicentini; in qualità di pubblico rumoreggiante, a pugno chiuso, per il momento non ancora imputati. Secondo una leggenda locale Guido sarebbe partito da Vicenza ancora m-l per ritornarvi anarchico. A Vicenza comunque i tre fondarono immediatamente il MAV e aprirono in Contrà Porti una sede, destinata ad essere perquisita spesso, soprattutto dopo gli eventi del 12 dicembre. I visitatori venivano accolti da uno striscione un pochettino situazionista “Date a Cesare quel che è di Cesare: 23 pugnalate!”. Del resto era questo il clima dell’epoca.

    Di tutto l’impegno di una quindicina di compagni (più o meno sempre gli stessi con qualche abbandono e qualche rientro in corso d’opera) tra la fine degli anni sessanta e i settanta resta poco. Forse i reperti più consistenti (entrambi gelosamente conservati dal sottoscritto) sono una bandiera rossa con A cerchiata nera (non proprio ortodossa, ma ha sventolato ai funerali del Borela, ardito del popolo di Schio) e un pacco di volantini di cui credo non esistano altre copie. Sono quelli distribuiti nel corso di un paio d’anni (1971-1972), regolarmente, almeno uno ogni 15 giorni, davanti al locale manicomio (così era chiamato, senza eufemismi) in epoca pre-Basaglia; quasi una lotta d’avanguardia per chi aveva letto, se non “La maggioranza deviante”, almeno”Morire di classe”. Denunciavamo le violenze, i ricoveri coatti (una sorta di TSO di massa) nei confronti di soggetti scomodi (“disadattati” secondo l’ideologia dominante) improduttivi, sostanzialmente non addomesticati. Dall’interno c’era chi ci sosteneva, informava, guidava: il compianto medico Sergio Caneva, fedele alla sua giovinezza partigiana, destinato a morire proprio mentre teneva una conferenza sulla Resistenza.
    Il lavoro del MAV era stato apprezzato dai compagni del Germinal di Carrara
    (da non confondere con l’omonimo gruppo anarchico -e giornale- di Trieste con cui comunque si era in contatto) dove avevamo mandato copia dei volantini e degli articoli comparsi sulla stampa locale. Alfonso Failla, per anni direttore di Umanità Nova e Umberto Marzocchi (volontario in Spagna nelle Brigate Internazionali con Camillo Berneri; toccò a lui nel maggio 1937 riconoscerne il corpo dopo che era stato assassinato dagli stalinisti) ci invitarono per prendere contatti ed eventualmente allargare il discorso contro le istituzioni totali. Partimmo in quattro nel novembre del 1972. Oltre a me e Guido (l’unico con la patente e l’auto, gli altri tre eravamo tutti motociclisti) facevano parte della delegazione Stefano Crestanello e Mario Seganfredo (detto Mario cavejo per evidenti motivi) che quattro anni dopo perì in un incidente stradale. Dopo aver deciso di cogliere l’occasione per visitare anche altri gruppi lungo la strada, ci stipammo nell’auto di Guido. Prima tappa Reggio Emilia (o era Parma?) dove, nella biblioteca del locale gruppo anarchico, ci accolse un incredibile compagno ottantenne. Aveva fatto tutto: l’ardito del popolo, la Spagna, la Resistenza, l’USI…
    Conservo il ricordo di un intenso abbraccio tra lui e Guido, quasi un passaggio di testimone. Alla notte, dopo aver fatto la conta, Guido e Mario dormirono in macchina (dove c’era posto per due), io e Stefano all’addiaccio nel sacco a pelo. In seguito ci demmo il cambio, credo.
    Il giorno dopo, sosta in un bar sulla sommità di un passo appenninico dove percepii una sensazione da “confine del mondo”. Ricordo delle rocce rossastre, color ruggine (erano forse le Metallifere del mistico ribelle Lazzareti?) e Mario suonò un pezzo rock (suscitando qualche sguardo perplesso negli avventori, peraltro cordiali) sul vecchio pianoforte che completava l’arredo. Poi Carrara: due giorni a parlare, discutere, nella mitica sede del Germinal con Failla e Marzocchi, combattenti inesausti.
    Alla parete la risoluzione di Kronstadt (quella del 1921) e un’immagine di Rosa Luxemburg.
    Dopo una discussione, amichevole ma tesa, su CHE Guevara (che io comunque difendevo a spada tratta, con spirito ecumenico), Marzocchi mi regalò un libro su Malatesta. A Genova pernottammo da un amico di Guido, un musicista. Dopo Milano Mario scese nel cuore della notte proseguendo per Bologna, dove aveva una morosa, in autostop. La nostra scorribanda si concluse a Peschiera. Giungemmo in tempo per partecipare alla manifestazione davanti al carcere militare che in quel periodo ospitava soprattutto obiettori totali, in maggioranza testimoni di geova e anarchici (tra cui un nostro compagno vicentino, Alberto P.). Ci fu anche una carica dei carabinieri. Da Carrara portammo a Vicenza un pacco di manifesti (poi denunciati e sequestrati) per Franco Serantini, il compagno assassinato a Pisa qualche mese prima (maggio 1972). Scoprii al ritorno che lo stato si era premunito di avvisare la mia famiglia del fatto che mi trovavo a Carrara in un covo di sovversivi (il Germinal) e non, come avevo elegantemente detto, a Padova per ragioni di studio (all’epoca alternavo periodi di facchinaggio con la militanza e improbabili percorsi universitari). Gentile da parte sua, lo stato intendo.
    Che altro dire di Guido? Forse di quella volta che lo incontrai in corso Palladio con un paio di bastoni diretto al liceo dove il giorno prima i fascisti avevano sprangato alcuni compagni (in particolare, il futuro storico Emilio Franzina e Alberto Gallo, figlio del noto avvocato, figura di spicco della Resistenza vicentina). Mi invitò a partecipare alla sua “spedizione punitiva” e sinceramente non me la sentii di lasciarlo andare da solo “incontro al nemico”, ma in cuor mio sperai ardentemente che quel giorno i fasci si fossero presi un giorno di ferie (anche perché qualche giorno prima era toccato anche a me di partecipare ad uno scontro dove me la ero cavata con qualche legnata, in parte restituita). Ma se penso a Guido lo rivedo in piedi, in tuta da imbianchino, barba e capelli lunghi, aspettare la figlioletta all’uscita dalla scuola elementare di via Riello. Immancabilmente, ogni giorno. Proletario, ribelle e rivoluzionario, senza mai perdere la tenerezza.
    Ci mancherà.

    Gianni Sartori

  2. Gianni Sartori says:

    Mea Culpa.
    Scopro solo ora che il sito “lesenfantsterribles” che si occupa della resistenza repubblicana irlandese e a cui avevo inviato vari commenti è opera di un certo Andrea Varacalli (autosoprannominato “ASKA”) autore di un’infame intervista con Valerio Fioravanti (personaggio che non avrebbe sfigurato tra gli squadristi della morte GAL e UVF, comunque sempre buono per la P2) dove si fanno accostamenti tra RAF e NAR.
    Da ex anarchico e consiliare (e quindi non certo indulgente con leninisti vari) posso affermare senza ombra del minimo dubbio che il peggior esponente della RAF era comunque migliore del più ingenuo, sprovveduto e in “buona fede” (?) esponente dei NAR (comunque guardie bianche del kapitale).
    Temo poi che il soprannome “ASKA” stia per ASKATASUNA (LIBERTA’ in euskara)…ma si può?
    Che dire? Veramente, non ci si può più fidare di nessuno.
    Ma andate al diavolo fascisti e “terceristi” vari!
    ORA E SEMPRE RESISTENZA!
    Gianni Sartori

    PS mi hanno fatto osservare che questa potrebbe essere una qualche “nemesi” per aver infierito su alcune persone che da anni si occupano di Irlanda e che, forse ingenuamente, si sono trovate a presenziare convegni insieme a qualche (neo, post, ex…?) fascista. Ricordo che, come avevo già avuto modo di precisare in altre occasioni, ho sempre fatto una distinzione tra il lavoro fondamentale e utilissimo di persone come Calamati che hanno condiviso le lotte del proletariato repubblicano esponendosi in prima persona (non per niente era presente e ha documentato fotograficamente la morte di Sean Downes nell’agosto 1984) e gli interventi (a mio avviso estemporanei e fuorvianti) di altri personaggi come Giorello (tanto per non fare nomi) in merito alla questione irlandese.
    E comunque (nel caso di lesenfantsterribles) riconosco di averla fatta fuori dal vaso…
    GS

  3. Gianni Sartori says:

    CORREVA L’ANNO 1970… (Eride e i suoi fratelli)
    (Gianni Sartori)
    Era una nebbiosa serata di novembre. L’anno il 1970. Dopo la riunione, avevo accompagnato Tiziano Zanella verso casa. Progetti, speranze, dubbi che si affacciavano alla mente di due diciottenni già schierati politicamente e poco disposti a pazientare. A dire il vero, anche se sarebbe più in sintonia, la riunione non era per organizzare manifestazioni o picchetti, ma una spedizione alla grotta denominata “Buso della Rana”, all’epoca ancora la più lunga d’Italia (tra quelle conosciute, ovviamente). Presumo quindi fosse venerdì, serata canonica per gli incontri del Club Speleologico Proteo. Lo stradone dello stadio affogava nella densa nebbia che fuoriusciva dal fiume Bacchiglione. A mala pena si distingueva un alone lattiginoso attorno ai lampioni. I tigli siberiani sull’argine, ombre nere che si perdevano verso l’alto. Impossibile distinguere il ponte della ferrovia e, sull’altra riva, il piccolo monumento ai “Dieci martiri”. Tra i giovani resistenti fucilati dai fascisti sulla striscia di terra che separa il Bacchiglione dal Retrone, anche due rom.
    Improvviso un rumore di passi nelle tenebre, forse una voce. Un’immagine che ricorderò per sempre. Cinque figure allineate, di corsa, che si tenevano per mano occupando quasi l’intera carreggiata. Nessuno restava indietro. Sull’argine, per un attimo, due sagome evanescenti subito dissolte. Le persone in realtà erano sei. Una madre con i suoi figli. Il più piccolo, avvolto in uno scialle, appeso al collo.
    La donna, una “singana” nel linguaggio politicamente scorretto di quando non si sapeva di sinti e di rom, raccontò di essersi accampata nello spiazzo lungo la ferrovia, vicino al vecchio Foro boario, uno dei luoghi dove periodicamente si fermavano carovane in transito.
    Ci spiegò che due individui (le ombre intraviste sull’argine) avevano tentato di entrare con chiare intenzioni. Preoccupata soprattutto per la figlia quattordicenne, era immediatamente fuggita portandosi appresso tutta la famiglia. Raccontò di essere stata recentemente abbandonata dal marito che se ne era andato con la loro roulotte e di vivere in una tenda, dono di un medico benefattore. Fino a qualche giorno prima il campo aveva ospitato alcune carovane. Ma poi erano partite per Milano e loro erano rimasti soli, in attesa che qualcuno li aiutasse a trasferirsi dall’altra parte della città. A Sant’Agostino, dove agli inizi degli anni settanta stazionavano sempre piccoli gruppi di nomadi.
    La donna, nonostante la situazione, dimostrava un forte carattere e non voleva assolutamente ritornarsene nella tenda. I loschi individui avrebbero potuto ritornare. Che fare? Alla fine, dopo aver ampiamente dibattuto, pensammo di risolvere la situazione ospitando provvisoriamente la famiglia in una qualche sede di quelle che frequentavamo abitualmente . Una telefonata per strappare al sonno un dirigente politico, discussione animata (per gli ideologi operaisti ortodossi gli “zingari” erano lumpenproletariat di cui diffidare) e alla fine consegna delle chiavi. Le organizzazioni della sinistra extraparlamentare presenti a Vicenza erano allora una mezza dozzina. Per quella notte trovammo ospitalità a “Potere operaio”, nella vecchia sede di S.Caterina, la prima. Mettemmo a disposizione la sala delle riunioni (dove troneggiavano due manifesti di Marx e Lenin:“ma quello chi è, tuo nonno?”) dove dormirono avvolti nelle coperte che, prudentemente, si erano portate via prima di scappare, mentre noi restammo a far la guardia tra il corridoio e il ciclostile. Un paio di notti freddissime, nonostante l’eskimo. Nei giorni successivi ci occupammo del trasloco, effettuato con uno di quei carretti a pedali che circolavano ancora in città. Per più di un anno frequentai il campo dove si erano stabiliti contribuendo con collette e doni in viveri. Determinante, sia per umanità che per doti organizzative, il ruolo del futuro dott. Dino Sgarabotto che successivamente avrebbe confermato la sua tempra umanitaria in Kenya con il CUAM.
    La madre dei bambini raccontava di essere sfuggita, in tenera età, allo sterminio della sua famiglia. Un giorno dei funzionari erano venuti a cercarli in una località “vicino a Trieste” (poteva trattarsi anche dell’Istria) per portarli a “fare gli esami del sangue” e nessuno di loro fece più ritorno. In quel momento lei era in giro, a giocare, e una sua cugina (che evidentemente aveva mangiato la foglia) si offrì di restare ad aspettarla per poi recarsi in”ambulatorio”. Appena la bimba fu tornata, la cugina l’afferrò e cominciò a correre, a scappare lontano.
    Davo per scontato che la famiglia fosse stata distrutta per mano dei nazifascisti, ma poi qualcuno (forse un “revisionista”?) suggerì che avrebbero potuto trovarsi anche tra le vittime delle foibe. Molti di loro infatti erano classificati come “profughi giuliani”. Lo scoprii quando, in occasione delle elezioni, venivano nel campo per comprarsi qualche voto gli esponenti di un partito ben noto. Ma non certo per il suo antirazzismo. Missini senza scrupoli che al danno aggiungevano anche le beffe. La conferma che era stata opera dei nazifascisti (in una data imprecisata, ma comunque dopo l’8 settembre 1943) la ebbi quando mi recai, su loro richiesta, al Comune di Trieste (in autostop) per ritirare alcuni documenti. Dalle carte si intuiva che la prima tappa del viaggio verso la desolazione e la morte era stata a San Sabba, la “risiera”.
    Nessuno dei cinque figli frequentava la scuola anche se tre di loro ne avevano l’età. Sette, otto e quattordici anni. Cominciai quindi a dare lezioni, all’aperto, anche d’inverno. Talvolta con il terreno ricoperto di neve. Avevamo trovato una stanza, messa a disposizione da una signora di buon cuore, ma loro preferivano così. La cosa avveniva in maniera del tutto “spontaneista” (oltre che, sicuramente, velleitaria) dato che diffidavo delle varie associazioni impegnate all’epoca a “riadattare i nomadi” (come da statuto). Qualche problema anche con alcuni compagni che si occupavano esclusivamente di “classe operaia” dura e pura. Anche se poi, diversamente da chi scrive, a lavorare in fabbrica nessuno di loro c’è mai andato. In compenso qualcuno di loro avrebbe visto volentieri gli zingari alla catena, anche se solo di montaggio*. Da parte mia (dato che la Rivoluzione sembrava ormai dietro l’angolo) ritenevo fosse giusto “non lasciare indietro nessuno”. Talvolta succede, da giovani, di volare alto. Malattia infantile da cui si può comunque guarire.
    Studente-lavoratore, trascorrevo parecchie notti da “Domenichelli” a scaricare e “stivare” camion. Di solito mi recavo al campo nel pomeriggio, prima di iniziare il turno. Altre volte di mattina, quando staccavo. Ovviamente non tutti i giorni, sicuramente molto meno di quanto sarebbe stato necessario. Ma con l’aiuto di alcune amiche del “Fogazzaro” (ricordo in particolare due compagne, Rosanna Rossi e Chiara Stella) qualcosina riuscimmo a insegnare. Anche perché i bambini erano svegli, soprattutto Eride, la più grande. Ne avemmo conferma un paio d’anni dopo che se ne erano andati, a Milano. Sul “Corriere della sera” venne pubblicata una sua lettera bellissima (forse un po’ strappalacrime, ma a fin di bene) che suscitò un’ondata di solidarietà nei confronti della sfortunata famigliola.
    Per il sottoscritto c’era stato qualche piccolo precedente rivelatore. Una mezza denuncia, due anni prima (nel “68”) per aver tolto (“divelto”) alcune tabelle di “Sosta vietata ai nomadi”. In seguito, partiti i miei amici per Milano, non ricordo di averne frequentati altri per parecchi anni, almeno in Italia. Invece all’estero non mancarono occasioni di confronto e talvolta anche di “scontro”, come quando in Bosnia venni inseguito per essermi avvicinato a un accampamento con macchina fotografica. Ricordo, in Guipuzkoa, un militante del movimento antinucleare Eguzki che rivendicava di essere “un basco di origini gitane” e i Tinkers accampati tra il Bogside e il Craigsvon Bridge, a Derry, in Irlanda del Nord (in realtà i Tinkers avrebbero scelto il nomadismo in epoca relativamente recente, per imitazione).
    Nel 1987 proposi ad un settimanale locale di “area progressista” (Nuova Vicenza) alcuni articoli sui campi nomadi del vicentino, via Cricoli in particolare. Visitai, venni invitato a pranzo, partecipai a qualche battesimo, matrimonio e funerale e scattai molte fotografie su richiesta. In una di queste, tempo dopo, riconobbi Paolo Floriani, un ragazzino destinato a morire tragicamente a causa di un inseguimento impietoso da parte della polizia. La sua corsa finì a Debba nel fiume Bacchiglione, in novembre, dopo aver salvato la vita dell’amico Davide che stava per annegare. **
    Come potei documentare, mentre i due sinti fuggivano in motorino per i campi (il giorno dopo restavano ancora i segni delle ruote sull’erba di un vigneto e ne conservo le foto), la polizia aveva sparato, probabilmente in aria. Dal punto dove si era buttato in acqua a quello in cui era annegato c’era una distanza di circa cento metri. Braccato da una riva all’altra, aveva attraversato il fiume quattro volte prima di affogare. Partecipai ai funerali di Paolo e il mio articolo, in cui lo definivo “vittima di razzismo istituzionalizzato, di Stato”, non venne mai pubblicato dal solito settimanale “progressista” (per non aver rogne con le autorità, mi spiegarono). Diventò un volantino di denuncia, firmato dalla sez. di Vicenza della “Lega per i diritti e le liberazione dei popoli” e per quel testo rischiai una querela.*** Ma questa è un’altra storia.
    Gianni Sartori

    * solidarietà, invece, dai compagni del M.A.V. (Movimento anarchico vicentino, ricordo Claudio Muraro, Rino Refosco, i fratelli Anna ed Enrico Za, Laura Fornezza, Stefano Crestanello, Guido Bertacco, Gianni Cadorin… che nello stesso periodo difendevano la dignità di altri “marginali”, i reclusi dell’ospedale psichiatrico. Con il sostegno del compianto Sergio Caneva, medico e partigiano.

    ** Per saperne di più vedi: “Nomadi e scomodi” su A, rivista anarchica n. 187, dicembre 1991

    *** L’autore di un discutibile articolo sulla morte di Paolo, un ex di Lc, pubblicato dal Giornale di Vicenza non aveva gradito di essere stato “messo in discussione” nel volantino.

  4. Eugenio says:

    IO credo che l’Anarchia sia una UTOPIA, Sul problema dell’INDIPENDENZA, Non bisogna dividersi tra Destra e Sinistra,ma Lottare assieme per il fine ossia L’indipendenza.In un Movimento di Liberazione ,tra i capi ho nel direttivo ci devono essere rapresentanti di sinistra e di destra ,poi con delle votazioni,ci sara’ una percentuale piu di una parte che dall’altra.Per quanto riguarda i nostri amici Baschi ho Catalani ,sono di sinistra perchè Franco che era Un fascista ho nazionalista Spagnolo ,li mandava in prigione.Mentre in altri posti sono di Destra..

    • Antlet says:

      Più che utopia, che lo trovo un termine diciamo “reazionario”, definirei l’eventuale società libertaria, una meta finale di un percorso lungo, quindi lontano. Non è detto che si stia andando in questo percorso, ma io vorrei far sì che ci si vada.
      Anarchismo coniuga indipendenza ed unione. Ovviamente servirebbe un percorso di autodeterminazione, che porti ad organizzarsi per dare risposte autonome alle esigenze sociali al posto dello stato, partendo da piccole cose. Per arrivare ad ospedali, amministrazione stradale, etc.
      Però bisogna creare accordi tra soggetti economici che portino alla cooperazione ed alla solidarietà come parte integrante delle relazioni economiche. Superando quelle capitalistiche che tendono ad essere maggioritarie (nel senso che eliminano i piccoli) e a corto raggio. Altrimenti gli oppressi non si uniscono. Tenendo conto certo che un minimo di competizione, non selvaggia però, può essere uno stimolo ed una forza creativa a dare il meglio. Il significato però dovrebbe essere più sportivo.

  5. alessandro says:

    Articolo interessante e ricchissimo, grazie.

  6. nomenade says:

    Bell’articolo davvero…
    Il fatto di odiare uno stato che ci occupa (tramite l’amministrazione pubblica non autoctona) e ci impone la cancellazione di cultura e lingua non ho mai capito come possa portare alla destra…
    Certo la sinistra italiana non é niente é inutile e pericolosa…dannosa…
    Ma la destra italiana é nazionalista,unionista…
    La lega vuole applicare agli stranieri quello che i Lombardi hanno subito dagli italiani.
    Sbagliato…
    Io sono prima Lombardo poi politicamente schierato o no…
    Color44 docet e speriamo “impera”.
    Preferibile un discorso etnico a quello economico…non migliori di altri Ma schiacciati…
    E uniti

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