ANCHE IN BANGLADESH TIRA ARIA DI SECESSIONE

di REDAZIONE

Il 16 dicembre 1971 la resa del corpo di spedizione pachistano alle forze congiunte della resistenza bengalese e dell’esercito indiano metteva fine alla guerra d’indipendenza dell’odierno Bangladesh. Un evento traumatico che doveva ridisegnare la fisionomia del Subcontinente indiano, ma insieme proiettava nell’incertezza uno dei paesi più poveri e sovrappopolati del mondo.

Per 24 anni il territorio era stato oggetto di uno strano destino, quello disegnato a tavolino dai negoziatori britannici che nelle ultime, convulse settimane prima di lasciare al proprio destino l’India, la loro “perla” dell’impero, incendiata dalle tensioni e divisa territorialmente, avevano delineato confini impossibili tenendo solo conto della preponderanza religiosa della popolazione. Nella notte tra il 14 e il 15 agosto 1947 erano così nati due Stati sovrani, l’Unione indiana a maggioranza indù e il Pakistan a maggioranza musulmana. Un Pakistan però diviso in due tronconi ai due estremi dell’ex colonia indiana: il Pakistan Occidentale, oggi Pakistan, e il Pakistan Orientale, l’attuale Bangladesh. Un paese con due realtà ben distinte sotto ogni aspetto, tranne la comune fede islamica.

La regione occidentale era da lungo tempo islamizzata da diverse invasioni fino dal IX secolo, vicina per lingua e abitudini al mondo mediorientale, iranico e centro-asiatico. Una terra, con l’eccezione di poche aree, caratterizzata da un paesaggio desertico, semi-arido o montuoso.

Piatto, tra i rami dell’immenso delta del Gange-Brahmaputra, il Pakistan Orientale è stata invece antica terra di diffusione buddhista, prima di essere induista e poi, dal XIV secolo, diventare musulmana sotto signorie islamiche locali. L’acqua è la sua benedizione e la sua condanna, l’elemento che ha plasmato la sua gente, le attività economiche, la società, la cultura.

Inevitabilmente, il peso politico del lontano Occidente doveva diventare un elemento di rottura, alimentato dall’intransigenza dei governi del Pakistan, insediati prima a Karachi e poi a Islamabad.

Passata l’euforia dell’indipendenza e dell’acquisizione di una identità distinta dall’India sì, ma altrettanto duale all’interno del nuovo Stato, con i primi sintomi di insofferenza le regioni orientali diventarono di fatto colonie su cui imporre leggi e scelte elaborate a 1.600 chilometri di distanza. Con la forza, se necessario.

Nel giro di qualche anno, l’insofferenza doveva diventare rabbia e richiesta di autodeterminazione. A fomentarla, due elementi: nelle regioni occidentali, un ruolo crescente dei militari; in quelle orientali, la crescente richiesta di autonomia.

Dopo il “padre della patria” Muhammad Ali Jinnah, morto nel settembre 1948, un convulso intermezzo politico e la breve presidenza di Iskander Mirza (1956-1958), di fatto dovevano passare 13 anni prima che a Islamabad venisse insediato un altro presidente non proveniente dai ranghi delle forze armate. Nel frattempo, nel lontano lembo orientale, l’influenza dell’ideologia marxista preesistente alla divisione e rafforzata dai rapporti con il confinante Bengala Occidentale, governato dai comunisti, ma anche le rivendicazioni senza risposta alimentano negli anni un movimento di protesta che trova espressione a partire dal 3 marzo 1971 nelle manifestazioni guidate da Sheikh Mujibur Rahman. Settori locali delle forze armate, come pure pubblici dipendenti, si uniscono alla protesta che cresce di forza e consistenza nelle settimane successive e viene sottoposto a pressioni e poi ad aperta repressione dal 25 marzo, quando l’esercito interviene per ordine del presidente-generale Yahya Khan per riprendere il controllo degli edifici amministrativi nella capitale.

La dichiarazione d’indipendenza, letta il 27 marzo nella città di Chittagong da parte del maggiore Ziaur Rahman, e la contemporanea proclamazione della nascita dell’Esercito di liberazione del Bangladesh, rappresenta l’avvio del vero movimento di liberazione. Nei mesi successivi, defezioni dall’esercito regolare e una crescente partecipazione di civili metteranno in grado il Mukti Bahini (Esercito di liberazione), movimento di guerriglia che associa molte “anime”, di confrontarsi con una repressione durissima, con un crescente invio di uomini e mezzi dal Pakistan Occidentale, fino a quando i cieli non saranno chiusi per ordine di Indira Gandhi e l’India, che già aveva infiltrato uomini e intelligence, non dichiarerà apertamente il proprio intervento armato a sostegno dei bengalesi e delle proprie esigenze strategiche, determinando l’andamento del conflitto.

Dieci milioni di profughi, che nel tempo diventeranno anche strumento di tensione con la confinante India, saranno solo il risultato finale di un conflitto senza esclusione di colpi, il maggiore in termini di vittime, rifugiati, influsso sulla popolazione e sul territorio dalla Seconda Guerra mondiale.

Quello che la storia non racconta, in un difficile bilanciamento tra i massacri descritti con dovizia sui libri di testo del neonato Bangladesh ancora oggi, e la realtà che fu di sofferenza di più popoli, è una verità che va emergendo a quattro decadi di distanza. A chiederla, sono la storia e le società civili dei paesi coinvolti nel conflitto; a portarla avanti, in modo non sempre specchiato, le autorità che hanno riscoperto come sofferenze antiche e antichi rancori possano oggi coprire mancanze e promesse tradite.

di Stefano Vecchia

FONTE ORIGINALE: http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/bangladesh-passato.aspx

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One Comment

  1. joseph says:

    scusate ma dove sarebbe l’aria di secessione?!

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