AMERICA, SPECCHIO ILLUSORIO PER LA VECCHIA EUROPA

di DANTE SETTEMBRINI

Mi prometto di dare ai lettori de “L’Indipendenza” qualche ragguaglio sulle elezioni presidenziali americane viste un po’, diciamo così, da dietro le quinte. E’ mia convinzione che la copertura giornalistica dell’America soffre di quella che, a mio avviso, si può definire la “sindrome del professore”. Immaginatevelo il professore in trasferta, con doppio stipendio, seduto in poltrona, pipa in mano e cognac sul tavolo, riverito ed adulato da studenti ed assistenti e quindi convinto di essere il depositario eletto della verità.

Non lo si può rimproverare se per lui il nostro è il migliore di tutti i mondi possibili. E quindi va quasi da sé che il nostro professore sia indifferente o insofferente di quello che succede all’esterno della maison doreé o delle sale di ricevimento.

Per descrivere la storia e la politica degli Stati Uniti e dare un contesto agli eventi occorre una premessa fondamentale. E bisogna proprio risalire all’origine della nazione. Perchè dalle origini sono derivate conseguenze che hanno dato il metaforico “la” a tutti i successivi sviluppi. Il risultato socio-culturale della Rivoluzione americana fu un curioso amalgama in cui si mescolavano varie aspirazioni idealistiche con una realtà molto fredda e molto pratica.

Prendiamo, per esempio, il famoso incipit della dichiarazione di indipendenza, “Tutti gli uomini sono creati uguali”. Bellissimo, tuttavia la dichiarazione non comprendeva i negri, che erano schiavi, gli indiani, che dovevano esser cacciati dalle loro terre, i poveri, che non potevano votare e le donne per il semplice fatto che non erano uomini. Il governo americano, basato sulla nuova costituzione, sostituì l’autorità inglese precedente con un’autorità essenzialmente identica, un’élite dominante basata sulla monarchia e sulla nobiltà ereditaria con una nuova élite repubblicana basata sul patrimonio ereditario e sulla distinzione sociale.

La differenza tra il vecchio e nuovo regime era che gli americani non potevano ammettere le distinzioni di eredità e di stato sociale su cui la (nuova) società era basata – come del resto lo era la vecchia. Il paradosso creò immediatamente una frattura tra la teoria dell’eguaglianza, che aveva ispirato la rivoluzione e la pratica della lotta competitiva, lotta a cui seguì una progressiva polarizzazione sociale. Ma il divario (e qui è l’importante) tra la teoria e la pratica, tra l’eguaglianza e il privilegio, non poteva mai essere ammesso né tantomeno affrontato. Di conseguenza, le frodi e le illusioni necessarie per nascondere la realtà divennero e rimangono ancora componenti fondamentali della storia e della realtà americana.

Tale realtà storica americana ha avuto conseguenze importantissime anche per l’Europa. L’America diventò per l’Europa quasi uno schermo sul quale finalmente gli europei potevano proiettare le loro speranze o utopie che dir si voglia.

Infatti, in Europa, tra la fine del ‘700 e l’800 si cominciava a riflettere sulla differenza tra merito e privilegio, sulla democrazia, sull’eguaglianza, sulla differenza tra classi sociali. Le speranze europee, irrealizzabili in loco e condite con molta utopia, furono trasferite all’America, interpretando gli eventi americani alla luce di un’irrealtà quasi donchisciottesca. Si sa che l’indifferenza verso i fatti è lo specchio delle emozioni dell’osservatore. Nel caso specifico la costituzione americana – e di conseguenza l’America – diventarono (e un po’ lo sono ancora) un miraggio e un simbolo del “Meglio”.

Per esempio, ecco come si esprime nel 1782 un giornalista belga: “In Virginia i rappresentanti scelti per formare il nuovo governo (americano, ndr), si radunarono in un bosco tranquillo, nascosti alla vista del popolo, in una radura preparata dalla natura, circondata da rive erbose. In questo angolo silvano deliberarono su chi avrebbe dovuto presiedere.” Ecco un altro esempio, ancora più ridicolo, con echi di Plutarco e della storia di Roma, scritto da un francese: “Il giorno in cui George Washington abbandonò il comando del paese nella sala del Congresso, una corona incastonata con gioielli era stata posta da qualcuno sul libro della costituzione. Tutto d’un tratto Washington prese in mano la corona e la scagliò a terra rompendola in mille pezzi di fronte all’attonita assemblea. Come sembra minuscolo e ridicolo l’ambizioso Giulio Cesare di fronte a questo eroe dell’America”.

Il lettore mi perdoni la lungaggine ma dal prossimo articolo in poi parleremo del circo elettorale e del teatro dell’assurdo americano. Mi sono permesso un’introduzione diciamo così “storica” perché pochi hanno il tempo o l’interesse di offrire al pubblico un’interpretazione che si stacca un po’ dalle convenzionali realtà ufficiali. Interpretazione che, come vedrete, pesa di grosso anche sul corrente momento americano.

 

 

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4 Comments

  1. amerigo says:

    ottime e interessanti osservazioni.

    sono curioso di leggere le prossime puntate.

  2. luigi bandiera says:

    Saro’ breve, gli americani, inglesi passati sopra i corpi inerti di donne, vecchi e bambini, NON HANNO NULLA DA INSEGNARCI..!!

    E io non sono contro di loro tout court.

    I fatti li condannano… non io o altri.

    Saluti

    Ah, leggero ‘ volentieri… le varie puntate.

    • luigi bandiera says:

      Dimenticavo.
      Noi venethi possiamo essere paragonati, come una fotocopia, proprio ai pellirosse.

      Si dovrebbe commemorare il nostro OLOCASTO CULTURALE E CIVILE e non pensare ad altri olocausti.
      INFATTI L’italia PER FARE GLI ITAGLIANI DEVE CANCELLARE I POPOLI IN ESSA INGABBIATI..!!

      VA CONTRO I TRATTATI INTERNAZIONALI. MA NESSUN, intellettuale per l’appunto, SE NE ACCORGE..!!

      Se va bene commemorare gli ebrei, allora anche i venethi. Si, mettiamoci tutti insieme per i rispettivi OLOCAUSTI..!!

      Ovviamente, il mio disk, e’ un pizzino lasciato nel deserto in te la Luna talibana.

    • luigi bandiera says:

      ho scritto inerti… sarebbe inermi… ma non e’ un errore.
      Erano INERTI DAVVERO PERCHE’ MORTI e le ossa sono inerti.

      Va ben… ci siamo capiti.

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