Biblioteche catalane e lombarde. Scopri la differenza…

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di CHIARA BATTISTONI – Ciò che lascia esterrefatto un povero federalista nostrano, per forza di cose profondamente frustrato dalle italiche scelte, è il dibattito in corso in terra spagnola; mentre da noi gli statalisti si affannano a cercare soluzioni immediate a problemi storici, con modelli fortemente centralisti, nella penisola iberica ci si confronta, pur con toni accesi, sulle differenze semantiche e sostanziali che esistono tra Stato e nazione.
Avete letto bene: a 10 ore di macchina da qui o poco più di un’ora di volo c’è un’Aula parlamentare che ha deciso di aprire il dibattito su temi che da noi sono ancora (o quasi) un tabù. Per rendervene conto vi basta poco; se
avete tempo cercate su internet e leggete gli stenografici d’Aula (Camera e Senato) delle discussioni sulla Devoluzione in Italia. Se poi volete capire davvero quanto que-ste discussioni siano radicate nei cittadini, alla vostra prossima visita in Spagna concedetevi un po’ di tempo per fare un giro in libreria; scoprirete quanto abbondante sia la produzione letteraria sui temi dell’autodeterminazione, dell’autono-mia, del federalismo.
In Catalunya ci sono reparti, non scaffali, riservati al dibattito sullo Statuto e sull’identità catalana; troverete senza difficoltà, per esempio, la raccolta dei discorsi politici di Jordi Pujol, a partire da quello del 1958 “Fer poble, fer Catalunya”.

Gianfranco Miglio ci ricordava che «con il consenso della gente si può fare di tutto: cambiare il governo, sostituire le bandiere, unirsi a un altro Paese, formarne uno nuovo»; è successo in Spagna con gli Statuti, qualche settimana fa è successo in
Montenegro con la secessione; noi, invece, ce lo dimentichiamo. Sfiniti (ma è poi così faticoso?!) dalle chiamate alle urne, finiamo per arrenderci, ci ritiriamo e lasciamo che altri decidano per noi. Ci chiudiamo
nelle nostre preoccupazioni, ci avvitiamo nei nostri problemi, grandi o piccoli che siano e dimentichiamo che noi e solo noi siamo artefici del nostro futuro. Il 21 settembre 1997, suIl Sole 24 ore, Gianfranco Miglio scriveva: «(…) la maggioranza di centro-sinistra oggi al potere, con le sue componenti ex-marxista e di sinistra cattolica, è ancora legatissima al mito dello Stato “unitario e sovrano” e sorda a una prospettiva pluralista. E senza pluralismo non c’è vero federalismo. Gli italiani po-trebbero essere costretti loro malgrado ad adottare una costituzione federale soltanto se, entrati nel sistema monetario europeo, scopriranno alla fine che è difficile restarci, mantenendo i loro vizi secolari e senza cambiare almeno le regole del gio-co». (da “Speciale Gianfranco Miglio: gli articoli” – Quaderni Padani64-65 – pag. 90).
Letto 10 anni dopo sembra una profezia; corsi e ricorsi della storia, verrebbe da commentare, se non fosse che, dopo tanti anni poco o niente sembra essere cambiato. Forse aveva ragione il Profesur; forse capiremo che il Federalismo è l’unica strada percorribile quando avremo toccato il fondo, quan-do saremo sull’orlo del baratro, quando, strangolati dallo statalismo che abbiamo pervicacemente sostenuto, capiremo che alla morte non c’è scampo senza un cambiamento radicale di cultura e stili di vita.

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