Immobilismo, il partito killer

morindi CHIARA BATTISTONI – Quante volte abbiamo scritto che il  Paese soffre di una grave malattia… Ha perso la voglia di immaginare e progettare il proprio futuro. La terapia? Ammesso che qualcosa si possa prescrivere in tempi brevi, c’è chi propone più Stato, considerando lo Stato l’unica struttura in grado di garantire protezione e controllo e chi, invece, suggerisce meno Stato, aumentando così i gradi di libertà dell’individuo, lasciando che sia il singolo a scegliere e tracciare la propria strada, semplificando la gabbia normativa e burocratica che domina oggi la nostra vita.

Forse è proprio questa l’unica vera differenza che ancora sopravvive tra destra e sinistra: da una parte la convinzione che sia l’Uomo la
base su cui costruire il Paese, dall’altra la convinzione che sia invece lo Stato l’elemento chiave da cui origina la società. Se volessimo tentare una sintesi (con un approccio fin troppo manicheo) potremmo scrivere che da una parte si crede alla persona, dall’altro allo Stato, alla società, alla collettività.

Non lasciamoci ingannare dalla convergenza di programmi: di fronte ai gravi problemi che dobbiamo affrontare non c’è dubbio che si debba trovare un punto d’incontro, che i metodi possano anche essere simili; ciò che è e resta profondamente diverso, invece, è l’approccio a essi. Un Paese che non cresce più come il nostro, che, come ho già ricordato, ha sempre meno giovani ai vertici è un Paese ammalato che ha smarrito l’Uomo; perciò non crede più nella capacità di inventare e costruire il nuovo e preferisce annichilire nell’immobilismo (che genera poi recesso) piuttosto che reagire e rischiare. Il mondo cresce e cambia, in Europa i paesi proseguono la loro crescita, spesso realizzando quel Federalismo fiscale che da noi resta un sogno. Diceva bene  Ernesto Galli della Loggia quando, nel suo vecchio articolo di fondo apparso sul Corriere della Sera, dal titolo “Le pagine bianche del romanzo Italia” ci ricordava che «il guaio è che la politica, quella di buona qualità di cui avremmo un disperato bisogno, condivide e partecipa, invece, della triste impotenza italiana. Scomparso il popolo si è dileguata anche l’unica vera matrice dell’ideologia politica italiana del XX secolo, quella populista per l’appunto, che aveva dato vita al socialcomunismo riformistico-gramsciano, al fascismo e infine al popolarismo cattolico. Divenuti una nazione di strabocchevoli ceti medi non siamo stati capaci di inventarci più nulla, di pensare alcuna sintesi di valori e di idee nuove adatte ai tempi».

Non resta molto da fare, ormai, se non identificare ciò che ancora di straordinario resta in noi, nella nostra cultura e su questi elementi immaginare future strategie; qualche volta sarà necessario guardare agli altri, per ispirarsi ai modelli che paiono funzionare, senza per questo perdere di vista le nostre specificità. Ricordate Edgar Morin, l’iniziatore del pensiero complesso? Abbiamo un disperato bisogno di persone che sappiano leggere la complessità; ricordiamoci infatti che non si sono soluzioni semplici ai problemi di oggi; ci sono però strumenti per semplificarne la complessità.

Si tratta di individuarli e applicarli, rapidamente, ove possibile. Ci vogliono menti libere che sappiano costruire cultura. Sentite cosa dichiara a questo proposito Edgar Morin in uno dei suoi libri più affascinanti, I miei demoni, una sorta di autobiografia completata nel 1994: «La cultura che mi sono costruita non si è mai chiusa in sé, l’ho costruita muovendo dai problemi di tutti, con le mie attitudini, con la mia curiosità. Non l’ho costruita per accumulazione, ma grazie alla diversità e la pluralità di approcci; non sommando, ma mettendo a nudo i nodi conoscitivi strategici che presidiavano i punti di fusione di quel che è diviso: così ognuno – cioè tutti, ma in primo luogo io stesso – poteva evitare la cecità della frammentazione e l’ignoranza causata dai confini disciplinari» (da I miei
demoni, Edgar Morin, Universale Meletemi, pag. 50). E ancora: «”Esser colti” oggi non deve più voler dire rinchiudersi nella propria specializzazione, né essere paghi di idee generali mai sottoposte a un esame critico perché non riconducibili alle conoscenze   più particolari e concrete.

Esser colti significa, piuttosto, essere in grado di collocare le informazioni e i saperi nel contesto appropriato, di chiarirne il senso; significa riuscire a situarli nella realtà globale di cui sono parte, esercitando un pensiero che – come diceva Pascal – alimenta la
conoscenza delle parti solo iniziando da quella del tutto, e permette di conoscere il tutto solo iniziando dalle parti. Significa essere capaci di anticipare – non di predire, ovviamente – di prevedere le possibilità, i rischi e la sorte. Insomma, la cultura è quel che aiuta lo spirito a contestualizzare, globalizzare e prevedere» (da I miei demoni, Edgar Morin, Universale Meletemi, pag. 52). Il nostro Paese ha fame di nuova cultura, di teste giovani e ben fatte, aperte al mondo, ai suoi molteplici spunti, pronte a valorizzare ciò che di grande abbiamo costruito per inventare un futuro diverso dal nichilismo dell’immobilismo.

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