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IL WELFARE STATE SPIEGATO IN TRE PARAGRAFI

di CRISTIAN MERLO

Il Welfare è semplicemente un sistema di redistribuzione irrazionale, privo di metodo e di calcolo economico, nonché caotico. La ricerca empirica ne ha dato ampia ed inconfutabile dimostrazione. Esso è un sistema degenerato, perverso che, dissociando la figura del pagatore da quella del consumatore, crea esclusivamente azzardo morale ed è indifendibile in relazione ad alcun coerente disegno di principi o di obiettivi. Ciò che sta a cuore a tutti i paladini del Welfare non è la rimozione della povertà, ma la sua istituzionalizzazione.

Non sono i poveri ad aver bisogno del Welfare State, ma sono lo Stato ed i paladini del redistribuzionismo ad aver un disperato bisogno dei poveri. Anzi di più, l’istituzionalizzazione dello status di povertà, come quella della figura del povero, assistito, mantenuto e vezzeggiato come un parassita della società in servizio permanente effettivo, è strumentale al mantenimento dei carrozzoni statali, elefantiaci e farraginosi, dediti alla promozione della solidarietà e a quell’esercito di “professionisti” dell’assistenza pubblica che non trovano altre giustificazioni plausibili se non nel proprio istinto di autoconservazione.

Molto semplicemente, il processo di redistribuzione, in nome e per conto del quale gli apologeti del “più Stato, più tasse” si stracciano le vesti ad ogni piè sospinto, stante la particolare struttura organizzativa del modello statale di assistenza, impone dei costi di transazione esorbitanti, direttamente proporzionali al volume dei programmi assistenziali varati. Più si “assiste”, maggiori sono quindi i guadagni lucrati dagli apparati preposti alla gestione della funzione assistenziale. Va da sé, però, che quello che la collettività riceve dallo Stato è sempre meno di quello che la collettività ha dovuto pagare.

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11 Responses to “IL WELFARE STATE SPIEGATO IN TRE PARAGRAFI” Subscribe

  1. Sandi Stark 23 aprile 2012 at 12:28 pm #

    Stupidaggini. Un buon welfare costa meno di un progetto demagogico come l’Italia “fondata sul lavoro” (che non c’è più) e sul compromesso tra ideologie che non esistono più. Esempio? Il welfare austriaco.

    Una coppia di disoccupati ultra cinquantenni percepisce € 3.005,00 al mese di indennità di disoccupazione.

    Dopo i 52 anni non sono più obbligati ad accettare “qualsiasi lavoro”. Se non trovano lavoro vengono condotti verso il pre pensionamento.

    La “pensione sociale” minima che si prende dopo 10 anni di cittadinanza, è di € 670. Il reddito minimo sociale è di € 950,00. L’indennità di disoccupazione si percepisce dopo 6 mesi di lavoro ed i parametri di accesso sono diversi secondo l’età.

    E non è finita qui perchè poi c’è il mutter geld (minimo € 1.000 al mese per la nascita di figli), i trasporti scolastici, i libri, le ampie detrazioni fiscali per le spese per i figli eccetera. Ed anche i salari minimi, esempio € 1.450 al mese per un apprendista 18 enne viennese, o € 2.200 al mese per muratori, carpentieri eccetera.

    Quanto costa tutto ciò?

    La disoccupazione costa una cifra che, divisa tra i percipienti (80% dei disoccupati), è di € 13.800 annuali per persona.

    Cioè € 1.150 mensili.

    Costa di meno dare € 1.150 ad ogni disoccupato, o costa meno mantenere 3-4 milioni di posti di lavoro inutili come in Italia?

    Vediamo; uno stipendio di € 1.200 netti mensili, diventa lordo di circa € 20.000. Austria batte Italia di € 6.200 per persona.

    Lo stipendio lordo di € 20 mila, sommato di quota parte delle strutture (edifici, uffici, spese generali, consumi eccetera) lievita fino ad € 200 mila annuali per persona (casellanti delle Autostrade, sostituibili dalle vignette) ed anche oltre.

    Lo stipendio lordo di un lavoratore del porto di Gioia Tauro, vera e propria Cattedrale nel Deserto per antonomasia, sommando il costo del porto e diviso per gli anni di attività, raggiunge gli € 4 milioni e 250 mila annuali. E si tratta di un porto inutile, dichiarato fallito dai mercati.

    Quanto costa alla collettività, lo stipendio di un qualsiasi dipendente pubblico, parapubblico, del sottobosco, delle società miste inutili, dei parcheggi per trombati politici eccetera?

    Qualsiasi posto di lavoro inutile in Italia, costa molto, ma molto di più degli € 13.800 annuali che l’Austria paga ai propri disoccupati.

    E’ così anche in Svezia, Danimarca, GB eccetera, cioè in tutti i paesi civili ed intelligenti.

    E se poi gli italiani se ne approfittano?

    E’ sempre conveniente, come diceva l’economista Modigliani, “meglio lasciarli a casa che in giro a fare danni”. Inoltre, la malavita organizzata perderebbe il proprio mercato del lavoro.

    Si può fare in Italia?

    Difficile. Il sistema funziona solo fino a quando conviene lavorare perchè si guadagna molto di più.

    Confindustria sarebbe contraria, dovrebbe alzare il lievello medio delle retribuzioni.

    I partiti perderebbero il voto di scambio, unica loro ragione di esistenza

    I sindacati perderebbero potere

    Quindi non c’è pericolo, in Italia non si farà.

    Ma per favore, non scrivete più delle stupidaggini come quella che il “welfare” è una sciocchezza. Dipende da com’è organizzato e gestito, come tutte le cose.

    • Cristian Merlo 23 aprile 2012 at 1:22 pm #

      La produzione e la fornitura di beni e servizi per via del mantenimento e del consolidamento di monopoli coercitivi statali, inefficienti e penalizzanti, alimentati da una regolamentazione ipertrofica e da una bulimica iper-tassazione, presta, sempre e comunque, il fianco a questioni di rilevante impatto per la libertà dei singoli.
      Se da un lato, in ragione della natura delle erogazioni – standardizzate, monolitiche ed indeclinabili – non possono essere esercitate le opzioni di scelta più adatte ad appagare il variegato spettro dei bisogni individuali (e delle rispettive utilità marginali), dall’altro il costo della fornitura, tutt’altro che trasparente e documentabile, non è certo ripartito secondo criteri di sana ed equa conduzione economica. E qui si prescinde dagli ulteriori discorsi legati alla qualità, ed al rapporto qualità/prezzo, della fornitura (inesistente, per definizione di “monopolio”).
      Questo costo non è difatti in alcun modo associato, come logica economica e buon senso invece imporrebbero, alla misura in cui si tenda a generarlo: ovvero, non è che si concorra a pagare le spese pubbliche in funzione del livello in base al quale si abbia fruito delle stesse.
      E nemmeno la compartecipazione ai costi è strutturalmente orientata a soddisfare degli intendimenti che pur abbiano qualcosa a che spartire con quei vincoli che dovrebbero sempre permeare i rapporti sociali: cioè a dire, solidarietà ed assistenza. Purtroppo, l’aiuto ai poveri e ai bisognosi è solamente il vergognoso e sordido alibi con cui i paladini del solidarismo d’accatto e del buonismo truffaldino giustificano delle azioni tutt’altro che disinteressate!
      Il prelievo forzoso, coonestato con la fornitura dei cosiddetti beni pubblici, è in realtà dominato da logiche pesantemente arbitrarie e discriminatorie: è la mano pubblica a decidere chi e quanto deve pagare, chi e come deve passare all’incasso, così come a stabilire i tempi e i modi per cui le perdite al gioco redistributivo siano avvertite dai vinti come non troppo dolorose e facilmente rimediabili in una “riffa” futura, mentre i guadagni siano per i vincitori i più immediati, concentrati e perduranti possibili.
      La totale assenza di trasparenza e la presunta difficoltà a discernere vincitori e vinti non deve comunque assolutamente trarre in inganno: a beneficiare della ingente messe di risorse intermediate dalla mano pubblica è essenzialmente quella pletora di clientele e di parassiti in servizio permanente effettivo, interessata a sostenere le azioni dilapidatorie della casta, oltre ovviamente alla casta in sé, beninteso. Do ut des: privilegi e benefici in luogo di consenso e sostegno.
      Un fatto appare però palmare. Parafrasando Oscar Giannino, “lo Stato, nel nostro caso italiano soprattutto, non è affatto sinonimo di più giustizia sociale. Esso è vischiosamente e ineliminabilmente prigioniero di interessi organizzati che badano a massimizzare il proprio tornaconto: che non è il mio e non è il vostro, a meno che non siate amministratori, dipendenti, clienti o fornitori”.
      Come vede, quello che si è andato affermando, non mi sembrano poi così delle stupidaggini.

      • kmatica 28 aprile 2012 at 2:30 pm #

        Volere omettere la sostanziale differenza che intercorre tra l’eliminare questo stato e quella di eliminare lo stato non è una questione di lana caprina.
        Se un medico sbaglia la cura non si elimina l’ospedale ma il medico.
        Se con la macchina si causa un incidente non si eliminano le macchine ma bensì il guidatore che lo ha provocato.
        Le responsabilità sono sempre personali. Se invece si intende che sia lo stato in se a generare aberrazioni, allora entriamo nel campo della politica, che se scienza si vuol considerare, è risaputo che si tratta di scienza non esatta.
        La stupidaggine consiste nel voler considerare una legittima richiesta di aiuto in pane per i parassiti.
        Niente di nuovo, la storiella è vecchia come il mondo ed il popolo, nella sua ignoranza etichettava:
        Chi mal fa mal pensa.

  2. Franz 22 aprile 2012 at 6:07 pm #

    Ti auguro di non avere mai bisogno del welfare… si vede che sei tanto bravo che riesci a farne a meno…

    • Cristian Merlo 22 aprile 2012 at 7:01 pm #

      Il punto è proprio questo, sperare di averne bisogno il meno possibile…. Altrimenti, saresti costretto a pagare due volte: una, per mantenere questo carrozzone parassitario inefficiente, costosissimo e degenere sin dalle midolla; l’altra, per ottenere una prestazione soddisfacente sul mercato, a cui si deve invariabilmente ricorrere per risolvere i propri problemi. Tertium non datur.

  3. Nicola Mosti 22 aprile 2012 at 5:47 pm #

    E’ anche possibile. D’altro canto, non credo che la povertà sia eliminabile per Decreto…

    • kmatica 22 aprile 2012 at 7:30 pm #

      Anche la morte non è eliminabile per decreto ma resta il fatto, che per decreto, si paghino le tasse per alleviare le sofferenze altrui, comprese eventualmente le tue, a meno che tu non ti ritenga non solo fortunato ma bensì fortunatissimo da aver già ipotecato una morte nel sonno, quindi priva di sofferenze per buona pace del tuo ego e a costo zero per la collettività.

  4. Roberto Porcù 22 aprile 2012 at 4:46 pm #

    Conciso e esauriente: condivido.

    Mi farebbe piacere che qualcuno affrontasse il tema delle raccolte fondi per i motivi più disparati.

    Ricordo che tra le lettere dei lettori de il Giornale, un ragazzo neolaureato chiese a Montanelli consiglio su che attività intraprendere. Lui lo invitò a fondare una associazione per l’assistenza alle ragazze madri somale con due figli. Scrisse che prima bisogna registrare l’associazione e poi dedicarsi a tempestare di lettere i giornali e le reti televisive per aver visibilità. Dopo un paio d’anni i contributi gli sarebbero arrivati regolarmente tali da mantenere bene un ufficio con una impiegata a part time, rigorosamente somala, e questo con il compenso ed il rimborso spese al presidente avrebbero pareggiato ogni anno il bilancio.
    Montanelli finiva con il raccomandargli di prendersi cura delle ragazze madri somale con due figli perché l’associazione per quelle con un figlio solo c’era già.

    • Leonardo 22 aprile 2012 at 5:07 pm #

      :-)

    • kmatica 22 aprile 2012 at 6:08 pm #

      Ma l’articolo a quale welfare state si riferisce? Forse in senso lato oppure riferito a quello europeo?
      Perchè se fosse riferito a quello italiano vorrei ricordare che non esiste come in Grecia e Ungheria.

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  1. IL WELFARE STATE SPIEGATO IN TRE PARAGRAFI | Movimento Libertario - 22 aprile 2012

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