Il vescovo che inventò il Carroccio

ariberto

di PIERLUIGI CROLA – Non ci si poteva dimenticare del 15° anniversario della morte di Alberto Sordi, artista poliedrico che ha dipinto in tutte le salse pregi (pochissimi) e difetti (infiniti) degli italiani. (Capirai…). Un uomo che si è arricchito col mondo della celluloide, ma non ha mai prodotto qualcosa di suo ad un certo livello (intellettuale). È normale che l’italietta vuota e decadente di questo periodo storico lo commemori. In un mondo dominato dalla superficialità, dall’apparenza e dall’evasione, uno che fa ridere è un premio Nobel. È ancora più normale che una siffatta società, compresa quella lombarda (ahimè), si dimentichi di un persona ben più importante che ha contribuito a fare la Storia, quello con la S maiuscola. A che cosa mi riferisco, mi chiederete voi? A 1000 anni esatti da quando Ariberto di Intimiano è stato nominato arcivescovo e che il Corriere, una volta tanto, ha commemorato con ben una pagina a lui dedicata nel settore della Cultura, lo scorso 14 gennaio, con un titolo eloquentemente significativo: il vescovo che inventò il Carroccio.

Ma chi era di preciso questo protagonista, un Carneade per molti non lombardi ?

Ariberto da Intimiano, nato tra il 970 e il 980 e morto nel 1045, fu consacrato arcivescovo di Milano nel 1018, con l’approvazione di Enrico II. Diventato uno dei più potenti signori d’Italia, favorì l’avvento all’impero di Corrado II il Salico, aiutandolo anche nella riconquista della Borgogna. Successivamente, mentre Milano era cinta d’assedio dalle truppe imperiali, Ariberto riuscì a superare le differenziazioni tra i ceti cittadini, in tradizionale antagonismo, riunendoli sotto le insegne del Carroccio (1037-38). Alla morte di Corrado (1039), Ariberto riuscì ad accordarsi con il successore Enrico III ma il popolo della città, guidato da Lanzone da Corte, che auspicava una gestione democratica del potere, si ribellò inducendo l’arcivescovo ad abbandonare Milano. L’insurrezione del 1042 ebbe una soluzione positiva per i popolani che ottennero di partecipare all’amministrazione della città assieme ai nobili. Tale esito, che preludeva alla nascita del comune, permise ad Ariberto di rientrare definitivamente a Milano. Sotto il nome di Ariberto ci sono pervenute una coperta di evangeliario (Milano, Tesoro del Duomo), in argento dorato con gemme e smalti, di produzione lombarda, e un crocifisso (Milano, Duomo) chiaramente derivante da modelli bizantini.

Sotto di lui, il Carroccio, che ha origine longobarda, inizialmente utilizzato come carro da guerra, mutò funzione: con l’aggiunta della croce, delle insegne cittadine, dell’altare e con la sua conservazione nella chiesa principale della città in un momento individuabile tra il 1037 ed il 1039 grazie a lui che ne impose l’uso in uno degli assedi che Corrado II il Salico fece a più riprese a Milano, da mezzo bellico, diventò strumento prettamente politico. Da Milano il suo uso si diffuse in molti comuni dell’Italia settentrionale, in Toscana e fuori d’Italia, fino alla decadenza nel secolo XIV.

Ma perché è così fondamentale il Carroccio, anche dal punto di vista simbolico, un millennio dopo?

Tale carro è normalmente associato alla  prima Lega Lombarda, costituita il 7 aprile 1167 presso l’Abbazia di Pontida, che il 29 maggio (non a caso data anche del mio matrimonio) 1176, ha sconfitto il Barbarossa e il suo progetto imperialista e ha successivamente suggellato con la pace di Costanza del 1183 la libertà del Nord ottenendo importanti risultati, anche se con qualche limitazione: con tale pace infatti l’imperatore riconosceva la Lega Lombarda e dava concessioni ai Comuni che la componevano. Concessioni in ambito amministrativo, politico e giudiziario, regalie comprese. Inoltre rinunciava alla nomina dei podestà, riconoscendo i consoli nominati dai cittadini, i quali, tuttavia, dovevano fare giuramento di fedeltà all’imperatore e ricevere da lui l’investitura. In cambio i Comuni si impegnavano a pagare un indennizzo una tantum di 15.000 lire e un tributo annuo di 2.000, a corrispondere all’imperatore il fodro (ossia un’imposta sostitutiva) quando questi fosse sceso in Italia, e la prerogativa imperiale di giudicare in appello questioni di una certa rilevanza.

Potremmo dire un’autonomia a statuto speciale, cosa di non secondaria importanza per quell’epoca.

Ma tale battaglia non è solo il simbolo della vittoria di un’alleanza di comuni, ma è molto di più.

Innanzi tutto, il primo insegnamento che ci viene è che quando uno vuole raggiungere davvero un obiettivo, lo ottiene se davvero lo si vuole (1000 anni fa con le armi, oggi con il voto).

Il secondo insegnamento è che l’unione fa la forza in nome di un obiettivo comune: una volta erano i comuni e anche differenti regioni (della Lega originaria facevano parte comuni della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia e della Romagna), diversi tra di loro e gelosi delle loro autonomie, oggi sono i vari schieramenti politici. Se davvero si vuole la libertà, bisogna lasciarsi alle spalle le proprie origini comunali (una volta) e politico-ideologiche (oggi) per far fronte comune  contro il vero nemico, che una volta era il Barbarossa, oggi può essere Roma, Madrid o Londra.

Il terzo significato è che, pur essendo partita da una determinata zona geografica tale battaglia riguarda tutti: la lezione vale per il popolo lombardo, come per quello curdo, catalano, o scozzese.

Si dice: Historia magistra vitae. Speriamo che una volta tanto qualcuno ascolti i latini.

 

 

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