IL VENETO E’ LINGUA, NON  DIALETTO

lingua venetadi NERIO DE CARLO – “Sono appunti fatti per ajutar la memoria propria e altrui” (Nicolò Tommaseo)

 

La contrapposizione tra lingua e dialetto è un fatto antico.
Già nel Vangelo (Matteo, 26 – 73) si legge che Pietro venne riconosciuto da un’ addetta al Sinedrio a causa della sua parlata, fatto che conferma che perfino Gesù e gli Apostoli usassero con disinvoltura tale linguaggio.
Con l’ apparizione del “volgare” la resistenza della lingua dotta deve essere stata tenace, a giudicare dai monumenti letterari in latino, peraltro pregevoli, risalenti ai secoli tra il X e il XIV. Altri tentativi di rivalsa furono esperiti nel XV secolo, durante l’ Umanesimo. Poi il “volgare” rimase l’ indiscusso interprete delle rispettive culture.
Diverso fu tuttavia l’ uso che della lingua “volgare” fecero gli abitanti della città e della campagna.Entrambe le classi adattarono il linguaggio alle circostanze e finalità quotidiane, spesso impermeabili anche se conviventi nelle medesime località.
Non ne seguì una contrapposizione come al tempo della comparsa del “volgare”, bensì un consolidamento di due modi di parlare, che si concretò anche in una generale dimensione di derisione, e spesso di disprezzo, nei confronti di quanti usavano il linguaggio parlato nella campagna.
E’ prova di quanto sopra la comparsa, verso il XII secolo, del termine francese “patois”, che divenne successivamente sinonimo di “dialetto”. Anche il linguista francese Albert Dauzat (1877 – 1955) concorda che la parola “patois” deriva dal francese “pattes”, cioè “piedi”. Sarebbe come dire che gli abitanti della campagna parlano con i piedi.
Gli abitanti della campagna parlano invece, come tutti gli esseri umani, con gli organi della fonazione sapientemente e senza discriminazioni elargiti da madre natura!

Caratteristiche della lingua.

Lo spagnolo, il francese, l’ italiano, l’ inglese… sono lingue. E che sarebbero mai il veneto, il bergamasco, il romagnolo? Si tratta forse di banali grugniti, di ragli sonori oppure di sommessi belati?
Il glottologo Angelo Monteverdi (1886 – 1967) sostenne che un linguaggio che servisse a scrivere poesie, prosa di svago (racconti, fiabe, romanzi, canzoni…), prosa devozionale (prediche, vite di santi, catechismi), nonché atti giuridici e notarili, non è una lingua. Soltanto quando un linguaggio dimostrerà la sua idoneità in tutti i campi culturali, compresi i settori politico e amministrativo, può essere considerato una lingua.
Ne consegue che il francese del XII secolo, il prestigioso linguaggio della Chanson de Roland, non era una lingua. Nemmeno l’ italiano di Dante, Petrarca, Boccaccio era una lingua!- Bisognerà attendere il Quattrocento, quando il dialetto toscano penetrerà anche nell’ Italia Settentrionale, nonché la sua normalizzazione condotta da Pietro Bembo (1470 – 1547)  e dai teorici successivi. Anche il catalano sarebbe una lingua da poco tempo.
Se questa considerazione vale per lo sviluppo, essa deve valere anche per il declino delle lingue, comprese quelle che sono ritenute eterne.

Le caratteristiche necessarie per definire una lingua possono essere sintetizzate come segue:
1. Originalità grammaticale:
a) nella fonetica,
b) nella morfologia,
c) nel lessico;

  1. Originalità della genesi storica
    3. Secolare tradizione letteraria
    4. Coiné linguistica
    5. La coscienza di parlare una lingua
    6. L’ esistenza di un corpo sociale che la consideri come espressione di cultura.

La lingua veneta.

Le prime cinque caratteristiche sono pacificamente presenti nel linguaggio veneto. Troppo lunga sarebbe l’ elencazione dei loro tratti, ma basti pensare alla presenza dei suoni come “dh” , “th” e “zh”, all’ assenza del passato remoto e alla mutilazione del futuro, al cospicuo contingente di vocaboli assolutamente originali, alla vasta serie di voci latine semanticamente differenziatesi dai continuatori delle stesse basi nelle altre lingue romanze.
Il veneto fu per secoli una vera lingua che servì negli atti notarili, nei rapporti diplomatici, nella storiografia, nella poesia, nel teatro, nella conversazione colta dei ceti più elevati, nelle transazioni internazionali.

Da un’ indagine sul Veneto, redatta per ordine di Napoleone nel 1806 da estensori impazienti di poter dimostrare che nulla era il resto del mondo di fronte ai lumi della ragione di estrazione francese, risulta inoltre che “il notissimo bel dialetto tuona maestoso nel Foro”.
Quanto alla coscienza di parlare una lingua, l’esatta dimensione di questa realtà può desumersi dall’ alto grado di ostilità contro il veneto, che non sarebbe tale qualora l’avversario da smentire non fosse così grande.
Viene spontaneo chiedersi come mai una tale lingua, come la veneta, possa essere improvvisamente declassata a dialetto per cedere il passo ad un altro dialetto, quello toscano. Nessuna giustificazione è valida, se non quella della costrizione o del gioco di potere. Ma, come si sa, il potere può anche disgregarsi col tempo.
L’ attuale situazione e la mentalità che ne deriva riservano dunque al riconoscimento dello Stato l’ ultima parola in fatto di classificazione di una parlata come lingua o come dialetto. Se ciò fosse logico, non è da escludere che il romagnolo parlato anche a San Marino possa diventare lingua ufficiale a tutti gli effetti, se il Governo di quella Repubblica lo deliberasse. Ciò è peraltro già avvenuto in Vaticano, dove l’italiano ha soppiantato il latino.
Ritorna spontaneo chiedersi se, con tali presupposti, la differenza tra lingua e dialetto esista davvero, oppure sia solo strumentale a questo o quel potere.

La congiura contro il Veneto.

Per secoli la contrapposizione linguistica tra città e campagna in Veneto fu molto lieve: tutte le classi parlavano veneto. Più recentemente si manifestò il disegno di imporre il toscano, peraltro già superato dal linguaggio dei politici (l’ italiese) e da quello televisivo anche nelle circostanze in cui tale veicolo è tutt’altro che indispensabile, come l’ambito familiare, le comunità agricole, l’artigianato…, settori da sempre ancorati ad una dimensione veneta che ha delineato l’inconfondibile identità di queste colonne della società veneta.

Forse il vero bersaglio non è il modo di parlare veneto (a chi gioverebbe ?) , ma la società veneta colpevole di essere dinamica, disciplinata, non incline a subire ricatti ed ottica mafiosi. Si vuole eliminare in fin dei conti un modello di società diverso da quello che si desidera avere.
Le metodiche per realizzare la congiura contro il veneto sono le solite:
derisione mediante stereotipi di involontaria subalternità (la classica serva!) appartenenti al passato prossimo;
discriminazione nella scuola e nella pubblica amministrazione;
svalutazione dei contenuti linguistici propri del popolo veneto.
E’ qui il caso di ricordare per analogia il comportamento dei francesi in Algeria durante la colonizzazione. Per convincere gli algerini a rinnegare la propria lingua araba e adottare il francese dei colonizzatori, quest’ultimi ripetevano (a mò di lavaggio del cervello) che l’arabo non era adatto ai tempi moderni, in quanto lingua medioevale sorpassata e incapace di adeguarsi al mondo industrializzato. Ora, stranamente, Parigi è la città con il più alto numero di scuole di arabo in Europa. Come coerenza, non c’è male.
Si traggano le debite deduzioni anche per quanto riguarda l’attuale denigrazione del veneto, intesa a classificare come cittadini di categoria inferiore coloro che lo parlano.

La pretesa superiorità delle lingue maggioritarie.

Si dimentica troppo spesso che l’italiano fu il dialetto di Firenze, come il francese fu il dialetto di Parigi.
Nessun termine di cultura appartiene originariamente a queste lingue, in quanto la quasi totalità dei termini della cultura moderna provengono dal greco, dal latino, dall’inglese o da altre lingue. Parole come “teologia”, “chimica”, “computer”, “scienza”, “nevralgia”…erano parole sconosciute a quanti parlavano toscano qualche secolo fa.
La Columbia University ha compiuto un’indagine sorprendente su un vocabolario etimologico francese contenete ben 4.635 vocaboli base. Eccone i risultati: 2’028 termini provengono dal latino, 925 termini derivano dal greco, 604 vocaboli sono di origine germanica, 154 parole derivano dall’inglese, 96 dal celtico, 285 dall’italiano, 119 dallo spagnolo, 146 dall’arabo, 10 dal portoghese,, 36 dall’ebraico, 4 dall’ungherese, 25 dallo slavo, 6 da lingue africane, 34 dal turco, 99 da differenti lingue asiatiche, 62 da lingue indigene americane, 2 dall’Australia e Polinesia. Parole francesi: zero.
Vocaboli derivati dal latino: il 43%. Poco per una lingua che si definisce neolatina.- E’ stato intenzionalmente scelto un esperimento riguardante il francese per non urtare suscettibilità e per amore dell’imparzialità, ma chiunque può, per analogia, giungere a ben altre conclusioni anche rispetto all’italiano.
Dove risiedono, dunque,le motivazioni di una pretesa superiorità di altre lingue su quella veneta? Perché mai la lingua veneta dovrebbe avere un complesso di inferiorità?

Risultati della congiura contro il veneto.

Gli spropositi linguistici ottenuti con lo stemperamento del veneto ad opera dell’italiano sono innumerevoli.Parte di tali risultati è stato purtroppo raggiunta grazie alla passività, alla collaborazione o alla complicità di taluni veneti, il cui autolesionismo supera in ciò perfino la loro tradizionale laboriosità.
I seguenti tre casi possono dare un’idea dei risultati ottenuti:
a) Una mammina rimprovera bonariamente il proprio figlio per aver indossato il pullover in maniera sbagliata: “Ma, Pierino, non vedi che hai infilato su il davanti per il di dietro?
b) Una zitella in partenza per fare la conoscenza con i futuri parenti, compari,ecc., chiede al ferroviere: “A che ora parte la stazione?
c) Uno scolaro, con riferimento ai bachi da seta (i mitici “cavalièr”!), che quando diventano gialli non fanno bozzolo, vanno cioè “in vàca”: “Tutti i cavalieri della mia mamma sono andati a puttane”.
d) Un cittadino trevisano, richiesto se gli piacesse la domenica senza automobili, rispose: “piacissimo!” (TG1, 23.01.2005).

Conclusioni.

Esiste un interesse estraneo affinché i Veneti siano laboriosi (in modo da pagare tante tasse), stupidi (in modo che altri facciano ciò che vogliono), rinunciatari (in maniera che altri abbiano radio, televisione, giornali, scuole), rassegnati quando la fabbrica chiude (in modo da emigrare senza creare problemi alla gerarchia stabile importata).

Esiste un interesse dei Veneti affinché:
– la lingua materna dei veneti e di ogni altro popolo rimanga lo specchio dell’uomo e il veicolo verbale di ogni gente;
– non si verifichino l’alienazione di se stessi, il naufragio del singolare e il sacrificio dell’identità primigenia;
– i titolari della parlata veneta e di altri linguaggi non diventino tributari del neoimperialismo linguistico, cui corrisponde la crisi del rigetto psichico;
– venga rispettato da tutti il diritto alla parlata locale come momento espressivo prioritario;
– non intervenga la servitù culturale, che non sarà mai origine di miglioramento;
– il linguaggio pubblico non separi dal mondo dei sentimenti, dalla legge del cuore e dalla saggezza della coscienza;
– il monolinguismo alienante non turbi le leggi biologiche ed i limiti ecologici.
Abbandonare la propria lingua materna non significa sbagliare un calcolo, ma deviare la destinazione della vita.

Osservazione finale.

Gli avversari della lingua e dell’identità venete conoscono perfettamente la teoria della penetrazione indolore. Essi sanno anche che cosa significherebbe il risveglio di un popolo di oltre cinque milioni di individui e procedono, perciò, con estrema cautela, fermandosi in caso di resistenza.
La narcosi fa parte della tattica ed è condizione indispensabile durante questa operazione di amputazione, cui il popolo veneto è sottoposto. La narcosi è il nemico da battere, altrimenti si verificherà una perdita ancora maggiore di quella sofferta dal popolo veneto, quando la sua parte migliore fu mandata a morire sul fronte russo.

 

 

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4 Comments

  1. arxvice says:

    Un sincero e grande “grassie” al bravissimo autore di questo ottimo articolo. Solo la cultura salverà il popolo Veneto (come ogni popolo).

  2. Luciano Aguzzi says:

    Concordo in generale con l’articolo, anche se non con tutti i suoi dettagli. Dal punto di vista fisico, la “lingua” si differenzia da persona a persona, tanto che il tracciato fisico delle voci può servire a riconoscere le persone come le impronte digitali o il DNA. Ma, ovviamente, la lingua è sempre un fatto storico complesso che riceve molti input come molti output. È pertanto un processo continuo, sempre in movimento, che trasforma le lingue di giorno in giorno. Solo per convenzioni, ma convenzioni forti, storicamente motivate e determinate, Le “voci” (i modi di parlare, con le varianti fonematiche, di ritmi, cadenze ecc.) delle singole persone sono raggruppate e classificate e, ad ogni successiva convenzionale classificazione, si passa da gruppi più ristretti a gruppi più larghi. Tanto per fare esempi, si passa dal dialetto particolare parlato in un quartiere e riconoscibile benissimo (almeno quando i quartieri erano abitati in modo omogeneo e non dalla poltiglia etnica odierna), al dialetto della città, a quello di un’intera area geografica, alla lingua “nazionale”. Si tratta di classificazione sulla base di categorie glottologiche, perfettamente funzionali alla descrizione dei dialetti e delle lingue e delle parentele e prestiti fra di esse. In sostanza si ha così la storia dell’umanità dal punto di vista linguistico. Dalle convenzioni linguistiche si passa invece alle convenzioni politiche e giuridiche quando si distingue fra dialetti e lingue. Di fatto le lingue non sono diverse per motivi linguistici, ma per una serie di motivi inerenti all’uso e soprattutto per la convalida (fino all’imposizione obbligatoria nelle scuole, nei tribunali, nell’amministrazione, nelle istituzioni politiche) giuridica data dal potere dello Stato. Inerenti all’uso sono motivi quali la ricchezza della letteratura (non solo poesia e teatro, ma anche narrativa, saggistica, manualistica scolastica e universitaria ecc.), l’ampiezza della percentuale dei parlanti, l’uso in esclusiva o comunque di gran lunga prevalente in tutti gli atti pubblici, sia fra privati (contratti, rogiti notarili), sia nell’ambito della vita delle istituzioni (tribunali, polizia, amministrazione pubblica, parlamento ecc.). Da ciò si vede come si formi una specie di circolo chiuso, perché i motivi inerenti all’uso dipendono dalla convalida giuridica, data dal potere. Pertanto un dialetto può diventare lingua, come, viceversa, una lingua può diventare dialetto. Infatti se un dialetto viene riconosciuto giuridicamente ed entra nell’uso pubblico, anche la sua letteratura si amplierà progressivamente. Se è vero che la lingua “italiana” comincia con i diversi volgari che si distaccano dal solo latino nell’uso scritto, si dà poi uno statuto di lingua via via più vasto con la formazione di una grande letteratura (Dante, Boccaccio, Petrarca ecc.), finché, soppiantato il latino anche nella vita delle istituzioni, diventa gradualmente anche la lingua della scuola, dell’università e della letteratura scientifica. Se Dante è del Trecento, l’abbandono del latino come lingua scientifica si completa solo nel corso dell’Ottocento. Ci sono voluti, pertanto, circa cinque secoli per trasformare un dialetto in lingua di suo esclusivo e il processo si è, di fatto, concluso con il riconoscimento giuridico di lingua unica nazionale, da usare cioè in tutte le istituzioni dello Stato, centrali e periferiche. Non c’è dubbio che il Veneto, se si formasse uno Stato indipendente veneto che adottasse come lingua ufficiale il veneto, tornerebbe ad essere lingua, come lo è stato nel passato.
    Quando una lingua cessa di essere lingua ufficiale, avviene il processo inverso a quello avvenuto nella formazione dell'”italiano” come lingua. Si tratta, cioè, di un processo di impoverimento. La lingua che si dialettizza comincia il suo impoverimento quando non è più usata nelle istituzioni, nelle università, nella letteratura scientifica. A un certo punto si riduce a lingua secondaria, locale, parlata in famiglia, con una letteratura secondaria che si riduce a una parte minoritaria della poesia e del teatro. In questo modo il suo lessico si impoverisce, perde vocaboli antichi e tipici sostituiti da vocaboli italiani dialettizzati superficialmente. I veneti stessi ne riducono sempre più l’uso passando all’italiano nella maggior parte degli usi linguistici presenti nella loro vita (lettura, scrittura, lingua parlata nelle relazioni interpersonali, lingua ascoltata alla radio e alla televisione). A un certo punto si arriva che, in base alle convenzioni glottologiche, il veneto non è più classificato come lingua ma come dialetto o, al massimo, come lingua minoritaria. Anche le lingue minoritarie sono tali, sia che abbiano parentela con lingue nazionali in uso in Stati esteri sia che la loro presenza si esaurisca nel territorio dello Stato di cui è lingua minoritaria, perché riconosciute prima da una tradizione letteraria e di uso, poi dall’ordinamento giuridico. Ad esempio, il greco-calabro della regione storica della Bovesìa (provincia di Reggio Calabria), prima considerato un dialetto calabrese originato da emigrazioni grecofone in secoli ormai lontani, ha ottenuto il riconoscimento di lingua minoritaria solo negli anni Novanta. Non più in uso da secoli a livello istituzionale, si era ridotto – nella considerazione dei calabresi – a dialetto dei ceti più umili, dei contadini della montagna, dei servitori, e come tale è stato fatto segno di disprezzo e di censura. Ridotto a poca cosa anche a livello di letteratura popolare (proverbi, canzoni, poesia, favole) e di poesia, è stato poi, si può dire, riscoperto a livello di studi di glottologia, ricostruito in gran parte del lessico e della grammatica (nella seconda metà del Novecento), fino a rappresentare uno stimolo per una ripresa dell’uso letterario e un motivo di riscatto sociale (ma anche turistico nell’ambito di una riscoperta delle tradizioni e del folclore). Da qui l’uso che un gruppo di intellettuali ha cominciato a farne, dando vita a un movimento culturale che è giunto fino a ottenerne il riconoscimento giuridico di lingua minoritaria di ceppo neogreco. Il riconoscimento giuridico, però, non comporta automaticamente gli stessi vantaggi alle lingue minoritarie, perché sono le singole leggi a indicarne la potenzialità. Così, mentre il francese della Val d’Aosta o il tedesco dell’Alto Adige sono, a livello locale, lingue ufficiale e valide per tutti gli usi, nell’ambito di un riconoscimento del bilinguismo, il grecanico calabrese, come quello pugliese, non è riconosciuto come lingua ufficiale in nessun tipo di istituzione pubblica, ma solo come patrimonio storico-linguistico da proteggere.
    In conclusione, è la storia che determina la differenza fra dialetti e lingue e la storia, anche in questo caso, dipende molto dalle vicende politiche e dagli ordinamenti giuridici degli Stati.

  3. caterina says:

    ottimo articolo!… viva il Veneto!… e il napoletano, il siculo, il bolognese… quando mai dovremmo abdicare alle nostre parlate, con le espressioni, i vocaboli, i complimenti e le ingiurie che le contraddistinguono… ciascuno si esprima come meglio gli viene e non si crei complessi per le diatribe dei puristi… e invece il diletto dei filologi…
    La denigrazione del veneto è stata la conseguenza della volontà di piegare l’orgoglio della gente veneta, usa da sempre a gestire la propria vita personale e di relazione con insofferenza di poteri che sentiva estranei…
    infatti troviamo Veneti in tutto il mondo, emigrati ad ondate successive per un’idiosincrasia con poteri che sentivano estranei e un innato senso di indipedenza dagli stessi…
    Suona oggi offensiva agli orecchi dei veneti la definizione di “minoranza” da proteggere… All’assemblea regionale che delibera in tal senso io da veneta dire: pezo el tacon del buxo!

  4. Giancarlo says:

    Da Veneto posso senz’altro confermare che ciò che ha scritto Nerio De Carlo corrisponde esattamente alla realtà di ieri e di oggi dei Veneti e degli altri che se potessero eliminare ” i disturbi continui ” e mai cessati dei Veneti verso questo stato italiano lo farebbero senza remora alcuna, ma non lo possono fare.
    I più famosi linguisti al mondo affermano che il Veneto è a tutti gli effetti una lingua.
    Questi studiosi delle lingue affermano anche che non esistono dialetti ma solo lingue madri e quindi definire il Veneto un dialetto è un errore madornale. Io aggiungo che ciò è voluto politicamente !!!
    La lingua Veneta, come afferma giustamente il De Carlo, è stata per secoli una lingua internazionale tanto che a livello diplomatico era parlata e scritta anche in Europa e lo fu anche in molti paesi dell’Est e Medio orientali dove la Serenissima commerciava alla grande e quindi aveva bisogno di intendersi con i locali.
    A questo proposito esisitono diversi libri che lo confermano.
    L’Unesco e non è un caso riconosce la lingua Veneta, ma l’italia no. Perché ?
    Carlo Cattaneo, che non finirò mai di citare, aveva intuito che un’italia unita avrebbe funzionato solo su base federale. Ma quando mai venne ascoltato e preso in considerazione ?!
    Infatti le potenzialità dei vari Popoli abitanti la penisola italica avrebbero dovuto essere esaltate e non sminuite o peggio combattute. Oggi l’italia sarebbe il paese d’eccellenza democratica e non solo.
    Invece sappiamo come andarono le cose e la storia non può essere continuamente violentata per questioni di comodo, di interesse politico e via dicendo, Alla fine la verità è venuta a galla ed oggi la maggior parte dei Veneti, dispiace dirlo a coloro che invece non ci credono, sanno come andarono le cose ed i nonni sono stati maestri nel tramandare a noi oggi sessantenni, a quali soprusi l’italia ci costrinse con la forza e diciamolo pure con l’inganno o se preferite le armi spianate e quelle psicologiche.
    Un vero genocidio culturale perpetrato consapevolmente e perfettamente allineato agli scopi cui ” gli italioti” volevano portare i Veneti a soccombere culturalmente all’italia, nazione inventata a tavolino e sui campi di battaglia con atrocità inenarrabili se non fosse che sono stati scritti libri in proposito.
    Oggi assistiamo finalmente ad un risultato referendario di importanza capitale per noi Veneti, ma anche per tutti gli altri abitanti la penisola. Il mostro comunista sta morendo anche se lentamente e finalmente il partito dell’ideologia che da sempre ha bloccato il paese è alle corde. Non ci illudiamo troppo però perché adesso ce la vorranno far pagare e prima di andare a votare chissà quali altre diavolerie o sotterfugi si inventeranno. Abbiamo 17 miliardi di deficit che l’europa ci vorrà far cacciare fuori grazie alla lungimiranza di Renzi il quale ha disseminato di polpette avvelenate il percorso per poter andare a votare.
    Aggiungo che oltre 600 parlamentari perdono il diritto alla pensione se si va al voto prima del settembre 2017. Voglio vedere che coraggio avranno a tirarla così lunga.
    Noi Veneti abbiamo alle nostre spalle 1.100 anni di storia e non ci fa paura ( come dice Renzi) nessuno, nemmeno questo stato ormai fallimentare e fallito e prima ce ne andremo per la nostra strada e meglio sarà per tutti perché così ci stiamo schiantando di brutto sul muro del DEFAULT.
    La nostra lengoa Veneta la xè meravigliosa e par dir na roba la podemo dirla in tante maniere, la xè ricca e la ga na bela musica quando la se parla e in italia semo stadi i primi ad averghe na leteratura importante e na storia teatrale culturalmente valida. El nostro Goldoni el gà fato molto prima nel so teatro quelo che l’italia la gà fato nel cinema quando se racontava la vita quotidiana dei Veneti e po’ dei tagliani.
    Insomma non semo secondi a gnissun e quando saremo indipendenti podaremo essa ancora un faro par el mondo intiero e ritornaremo a far la storia che da sempre la nà visto da protagonisti anca se adesso semo relegadi a italo-veneti sula via del tramonto che l’italia la ne vol destinar.
    WSM

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