Il terrorista della porta accanto. Quando la Lioce annunciò la saldatura con il fondamentalismo islamico

lioce(1)di ROMANO BRACALINI – Era mi pare, il 1991, prima guerra del Golfo. Saddam aveva invaso il Kuwait ma aveva dovuto battere in ritirata. Sapevo che nella comunità islamica milanese si inneggiava a Saddam e alla distruzione dello Stato ebraico, che nelle carte geografiche arabe non esiste. Alcuni missili
iracheni lanciati contro Israele avevano suscitato l’entusiasmo dei palestinesi e si festeggiava anche tra immigrati islamici in Europa. Per l’occasione intervistai l’imam di una moschea milanese. Gli chiesi, senza troppi giri di parole, se nei luoghi di culto si inneggiasse al novello Saladino e si facesse, come mi risultava, propaganda antioccidentale. Mi guardò con stupore quasi l’avessi offeso. «Qui si viene solo per pregare». Non ne ero convinto. Simulava come tutti i levantini. Lui poi era di origine beduina: ti avrebbe venduto un pechinese per un cammello. Avevo fatto bene a non credergli.

 

Milano in breve tempo è diventata non solo un crocevia di terroristi in arrivo e in partenza come alla Centrale, ma base logistica importante di Al Qaeda in Europa. Come meravigliarsi. Il fondamentalismo islamico, nella sua complessa rete di comunicazioni, spostamenti e complicità, sceglie i Paesi meno rigorosi e compiacenti per congenita debolezza e superficialità. Il ventre molle ha finora garantito ai terroristi, che carpiscono la nostra buona fede e si fanno beffe delle nostre leggi, il retroterra più favorevole e congeniale ai loro traffici e una copertura politica altrove impensabile.

 

È passata quasi inosservata  la condanna all’ergastolo della brigatista rossa Lioce, che ha accolto la sentenza con perfetta indifferenza. Fu la Lioce a tentare di leggere in aula un volantino nel quale preannunciava la saldatura tra brigatisti rossi e fondamentalisti islamici in un nuovo patto di lotta
proletaria; un annuncio che andava preso sul serio per lo scenario inedito che ipotizzava nell’alleanza di fatto già operante tra sinistra radicale, disobbedienti, pacifisti e col triciclo al seguito, e l’Islam fondamentalista che nel nuovo linguaggio di lotta all’Occidente ha sostituito il vecchio comunismo sconfitto. L’altro giorno a Milano la metropolitana è rimasta bloccata per venti minuti a causa di un guasto. In altri tempi ci sarebbe stato solo qualche commento spazientito. Cose che succedono. Oggi un qualunque incidente, se prima non ci facevi caso, fa trasalire la gente. Istintivamente ti volti a guardare una faccia levantina coi baffi ed è sempre più frequente incontrarne e continuano ad arrivarne. Ti viene voglia di scappare, ma sei chiuso dentro, in balia della barbarie che monta e dalla quale non sai come difenderti.

 

Capiterà a tutti di incontrarne qualcuno, in metropolitana, per strada, nei negozi, al supermercato. Non saranno tutti terroristi, ma se lo sono non te lo vengono a dire. Quando vedo un carrello pieno di limonate mi allontano. Non ho mai diffidato tanto degli astemi. Diffido di una religione che prescrive la morigeratezza e considera un dovere massacrare gli infedeli. Da quanto tempo questo Hamed Osman Sayed Rabei, detto Mohammed l’egiziano, affiliato ad Al Qaeda, non al Lions Club del Vigentino, sospettato di aver avuto un ruolo importante nella strage di Madrid, si aggirava tra noi indisturbato sapendo di poterlo fare? E meno male che ci sono i telefoni perché è da un’intercettazione telefonica che gli investigatori sono arrivati a lui. Nel suo covo di via Cadore, vicino al Palazzo di Giustizia, chiacchierava amabilmente Mohammed l’egiziano, in realtà marocchino, come se fosse nel salotto buono di
casa sua.

 

E possiamo anche immaginare cosa diceva del Paese che l’ospita senza chiedergli conto di nulla e guardandosi bene da recargli qualche disturbo. E chi sarà quel pirla che gli ha affittato la casa? Mi meraviglio che le televisioni non abbiano intervistato i vicini di casa. Avrebbero risposto di sicuro che era un bravissimo ragazzo. Dal che si deduce che i migliori soggetti sono a San Vittore. Il buonismo italico è un riflesso dell’antica servitù e il servo implora clemenza. E se cominciassimo a cacciarli uno per uno, come farebbero con noi nei Paesi loro? Aveva in casa un arsenale, era un esperto di tritolo, come altri possono esserlo di francobolli, però era un bravo ragazzo che non dava fastidio a nessuno. L’hanno sentito dire d’essere pronto al martirio e si rammaricava di non aver seguito la stessa sorte dei martiri suoi amici di Madrid che erano andati in Paradiso. Non saranno esauriti i posti? Chi può aspirare a un paradiso macchiato di sangue e pieno zeppo di assassini?

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