“Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce: falso!”

di GILBERTO ONETO

“Calunnia, calunnia, che qualcosa resta” è un vecchio odioso principio che ha però un evidente fondo di verità. Da qualche anno stiamo assistendo a uno scoppiettante e sfacciato fuoco di sbarramento da parte di studiosi, storici, giornalisti e polemisti meridionali contro le pretese di autonomia e di libertà delle comunità padane. La vicenda ha preso inizio – in maniera del tutto legittima e condivisibile – dalla rivisitazione storica delle vicende risorgimentali e dalla narrazione dei torti subiti da parte della storia (e degli storici di regime) dalle popolazioni meridionali. Dal revisionismo delle vicende si è piano piano scivolato su quello dei fatti economici e su interpretazioni piuttosto creative  basate sugli studi dei primi del 900 di Francesco Saverio Nitti, che sosteneva che il Sud era stato danneggiato dall’unità.

Dalla presa di coscienza della rapina economica iniziale (peraltro comune a tutte le parti della penisola) si è passati all’affermazione della rapina continua per tutto il corso dei 150 anni di unità e anche dall’invenzione molto fantasiosa di un Sud ricco e prospero ridotto in miseria per favorire il Settentrione. Da qui si è formata tutta una corrente di pensiero risarcimentalista basata sul mantra “ci avete voluto e ora ci mantenete” che rappresenta il risvolto meno onorevole dell’operazione e il dogma su cui si è organizzata per molti decenni l’azione del ceto politico meridionale. Davanti alle più recenti prese di posizione autonomiste e indipendentiste padane, il meridionalismo peggiore si è inventato schemi mentali difensivi sempre più gonfiati e improbabili: più è documentata la dilapidazione delle risorse settentrionali (anche a vantaggio del Meridione), più da Sud si inventano teoremi risarcitori e rivendicazioni basate su calcoli piuttosto acrobatici e istanze improbabili. Si sono sentite sparate sui livelli di sviluppo industriale preunitario, secondo le quali il Regno delle Due Sicilie aveva più operai degli Stati tedeschi e forse anche dell’America. Si è detto che l’Italia unita sia vissuta sulle riserve auree napoletane. Si sono fatti calcoli acrobatici sul valore rappresentato  dall’apporto degli immigrati meridionali alla crescita economica della Padania: siamo al delirio. Più di recente si è sviluppata una pubblicistica atta a dimostrare con artifici e fumisterie che è il Meridione che sostiene l’economia nazionale e che tutti i calcoli settentrionalisti (residuo fiscale, evasione, Pil eccetera) sono dei trucchi contabili impregnati di razzismo.

L’Oscar dell’improntitudine è in questo settore un libro di Gianfranco Viesti che sostiene l’insostenibile già nel titolo: Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce: falso! Il pamphlet si basa su una serie di affermazioni bollate di faziosità nordista (ma peraltro molto sensate) e sulla risposta molto politicamente corretta che l’autore riesce a costruire con acrobatismi verbali, ideologici e contabili. Uno straordinario virtuosismo da tre tavolette. L’operazione è così sfacciata che, alla fine della lettura, viene davvero il dubbio che il testo sia stato redatto dal più subdolo dei leghisti, giocando sulle inevitabili reazioni alle esagerazioni e alle panzane più pacchiane. Il dubbio non viene fugato neppure dal fatto che sia stato edito da Laterza, che non pubblicherebbe mai un testo leghista, ma che raramente ha dato alle stampe delle balossate di tanto spessore.

AUTORE: Gianfranco Viesti; TITOLO: “Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce” Falso!; EDITORE: Bari: Laterza, 2013; PAGINE: 95 pagine; PREZZO:  9,00 Euro

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5 Commenti

  1. Padania Libera says:

    “L’Italia meridionale entrò disgraziatamente a far parte del nuovo Regno in condizioni assai diverse da quelle che il Nitti lascia credere. Essa viveva di una economia primitiva, in cui quasi non esisteva la divisione del lavoro, e gli scambi erano ridotti al minimo: si lavorava più spesso per il proprio sostentamento, anziché per produrre valori di scambio e procurarsi, con la vendita di prodotti, quello di cui si aveva bisogno”.

    Giustino Fortunato, Il Mezzogiorno e lo stato italiano; discorsi politici (1880-1910), vol.2, Laterza, 1911, p.340 -PRIMO MINISTRO REGNO 2 SICILIE-
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    in una lettera a Cavour del 27 ottobre 1860 indirizzata da Luigi Carlo Farini :

    “Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile. E quali e quanti misfatti! Il Re dà carta bianca: E la canaglia dà il sacco alle case de’ Signori e taglia le teste, le orecchie a galantuomini, e se ne vanta e scrive a Gaeta: i galantuomini son tanti e tanti: a me il premio. Anche le donne caffone ammazzano; e peggio: legano i galantuomini (questo nome danno ai liberali) pe’ testicoli, e li tirano così per le strade; poi fanno ziffe zaffe: orrori da non credersi se non fossero accaduti qui dintorno e in mezzo a noi. Ma da qualche dì non è accaduto altro: ho fatto arrestare molta gente; alcuni ho fatti fucilare alle spalle (ne domando scusa a Cassinis); Fanti ha pubblicato un bando severo. Giunto che io sia a Napoli, vi manderò un rapporto con documenti sopra questa gesta della Corte di Gaeta, la quale ha mantenute incontaminate le tradizioni della Regina Carolina e del Cardinal]e Ruffo2.”
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    Massimo D’Azeglio che fu presidente del consiglio del Regno di Sardegna ed esponente della corrente liberal-moderata tra l’altro così scriveva :” In tutti i modi la fusione con i napoletani mi fa paura e come mettersi a letto con un vaioloso”.
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    Enrico Cialdini a Napoli nell’agosto del 1861 in una lettera inviata a Cavour, così si esprimeva: “Questa è Africa! Altro che Italia. I beduini a confronto di questi cafoni sono latte e miele”
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    il generale Paolo Solaroli: “La popolazione meridionale è la più brutta e selvaggia che io abbia potuto vedere in Europa”.
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    Carlo Nievo, ufficiale dell’armata piemontese in Campania al più celebre fratello Ippolito, ufficiale e amministratore della spedizione garibaldina in Sicilia: “Ho bisogno di fermarmi in una città che ne meriti un poco il nome, poiché sinora nel Napoletano non vidi che paesi da far vomitare al solo entrarvi, altro che annessioni e voti popolari dal Tronto a qui ove sono, io farei abbruciare vivi tutti gli abitanti, che razza di briganti, passando i nostri generali ed anche il re ne fecero fucilare qualcheduno, ma ci vuole ben altro”.
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    Relazione di Costantino Nigra al presidente del consiglio Conte di Cavour per ordine di S.A.R il Principe di Carignano, luogotenente di S.M. Napoli 20 maggio 1861 :
    Le storie contemporanee, da Colletta in poi, sono piene de’ biasimi dell’Amministrazione borbonica, Ma nessun’a storia ha potuto svelare 1Jutta quanta la immensa piaga. Fatte le debite eccezioni, tanto più onorevoli quanto più rare, ben si può dire con tanta verità, come ogni ramo di pubblica amministrazione fosse infetto dalla più schifosa corruzione. La giustizia criminale serva delle vendette del Principe; la civile, meno corrotta, ma incagliata anch’essa dall’arbitrio governativo. Libertà nessuna, né ai privati ne’ ai municipi, Piene le carceri ,e le galere dei più onesti cittadini, commisti ‘a’ rei dei più infami delitti. Innumerevoli gli esiliati.
    ‘Gli impieghi concessi al favore o comperati. Gli impiegati in numero dieci volte maggiore del bisogno. Gli alti impieghi largamente pagati, insufficientissimi gli stipendi degli altri. Quindi corruzione e peculato ampiamente e impunemente esercitati.
    Abuso di pensioni di giustizia e di grazia. Ammessi in gran numero ad impieghi governativi ragazzi appena nati, cosicché contavano gli anni di servizio dalla primissima Infanzia. Istruzione elementare nessuna. La secondaria poca o insufficiente. L’universitaria anche più poca e cattiva. Trascurata più ancora l’istruzione femminile. Quindi ignoranza estrema nelle classi popolari. Pochi i mezzi di comunicazione. Non sicure le strade, né le proprietà, né le vite dei cittadini. Neglette le provincie. Poco commercio malgrado le risorse immense di paese ‘ricchissimo. Pochissime le industrie. Perciò aggiunta all’ignoranza la miseria e la fame. Le spese di amministrazione molto maggiori d’ogni più largo calcolo. Gli istituti di beneficenza, largamente dotati, depauperati da schiera immensa di impiegati, di amministratori, di ingegneri, di avvocati. I proventi loro consumati, di regola generale, per tre quarti in spese di amministrazione e per un quarto solamente nello scopo dell’istruzione. Nelle carceri, nell’esercito, nelle amministrazioni, in tutti i luoghi pubblici esercitata largamente LA CAMORRA , il brigantaggio nelle provincie, il latrocinio dappertutto. La polizia trista, arrogante, malvagia, padrona della libertà e della fama, dei cittadini. I lavori pubblici, decretati, pagati e non tatti. Ogni potere, ogni legge, ogni controllo concentrato nell’arbitrio del Principe. Nessuna guarentigia del pubblico danaro. Clero immenso, ignorante, salvo alcune eccezioni meno rare nelle diocesi di Napoli; sforniti di dignità e della coscienza del proprio ministero. Bassa superstizione nel popolo. La mendicità esercitata, sotto forme diverse, da tutte le classi dei cittadini, non escluse le più elevate. Non giornali, non libri. L’esercito corrotto, non esperto di guerra, privo di fiducia nei capi. Fu notato a ragione che se le popolazioni napoletane han potuto resistere ‘a tanti mali per si lungo tempo, ben doveva essere tenace la loro tempra, e profonda la coscienza del loro diritto. Infatti tutto questo corrotto edifizio, a mala pena sostenuto dall’ostinata volontà di Ferdinando secondo, si sfasciò sotto l’urto di un pugno di uomini eroici a cui tenne dietro il sollevamento quasi istantaneo dell’intera popolazione
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    Debito del Sud prima dell’Unità : http://archive.org/stream/appletonsannualc1862newyuoft#page/392/mode/2up
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    Leandro Fernandéz de Moratìn su Napoli
    «Il popolo è numerosissimo, villano, nudo, maligno, ripugnante quanto mai; la plebe di Napoli è la più strafottente, la più spudorata, la più oziosa, la più sudicia ed indecente che io abbia mai visto nei miei viaggi. Scalzi e miserabili, con calzonacci strappati e una camicia zozza e tutta bucata, percorrono la città, si raccolgono a prender il sole, urlano per le vie e, senza occuparsi di niente, passano il giorno vagando senza mèta, finché la notte si ritirano nei loro infelici tuguri.Gente che non conosce responsabilità alcuna nella vita nè dignità, si mantiene in vita rubando, ed è da credere che in una città cosi grande non manchi mai l’avanzo delle mense dei potenti o della zuppa dei conventi per sfamarli cosi da ridurli ancor più alla pigrizia. Un piatto di brodaglia col quale ciascuno di essi possa soddisfare le proprie necessità di stomaco, le sole necessità che conoscano; e inoltre, per male che vada, ruberanno sempre due o tre denari, per saziarsi di castagne, pere, formaggio, polenta, maccheroni, trippa, o pesce fritto negli innumerevoli spacci, che si trovano da ogni parte e son destinati proprio al mantenimento dei lazzaroni.Il loro numero è cresciuto al punto che vien stimato intorno ai 50.000; un esercito.Benchè io dubiti della cifra, debbo riconoscere che si son moltiplicati a dismisura e che incutono molta paura camminando per strada.
    Leandro Fernandéz de Moratìn [1760-1828]
    Poeta, drammaturgo e letterato spagnolo.
    Da: Viaje de Italia. A Napoli nel 1794.

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    Benedetto Nardini (2) su Napoli
    «Solo raccapriccio provo, a ricordare le crudeltà ignominiose commesse durante la rivoluzione [del 1799] dalla plebe napoletana.I lazzari arrostivano gli uomini nelle strade, e domandavano poi con volto penoso ai passanti elemosina per aver spiccioli con cui comprar del pane per mangiarseli arrostiti. Molti di loro portavano nelle tasche delle loro vesti stracciate ,dita e orecchi tagliati, e quando incontravano qualcuno che credevano partigiano del re [ ferdinando I di Borbone], gli mostravano queste spoglie con aria trionfante. Condussero un uomo nudo per le vie, e lo costrinsero a camminare curvo perché uno di questi scellerati, che era al suo fianco,cercava di tagliargli i testicoli con la sciabola.Le donne erano ancora più crudeli: bastava venir denunciato come rivoluzionario da una di queste furie per esser massacrati sul campo. Chiunque avesse capelli tagliati era perduto. Qualcuno pensò di camuffarsi con parrucche; ma quei barbari orrendi ben presto capirono l’astuzia.Essi correvano dietro ai passanti e tiravano loro i capelli, e se restavano loro in mano , per quelli era la fine. Più di 2000 case vennero saccheggiate [le case dei nobili].Tutto ciò si fece per il re e per le Santa Fede. Per tre mesi il cardinale Ruffo devastò il paese, che pure era anche suo.»
    Benedetto Nardini.
    A Napoli nel 1799
    da: Mes périls pendent la révolution de Naples; récit de toutes les horreurs commis par les lazzaronis.
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    Charles de Brosses su Napoli
    «La città è popolata da scoppiare; tutti i banditi e gli scioperati della provincia si son insediati nella capitale. Li chiamano lazzarelli; questa gente non ha abitazione; passa la vita in mezzo alla strada a far nulla, e vive di furti ed elemosine che fanno i conventi. Ogni mattina ricopre, sconcia com’ è, la scalinata del chiostro e l’intera piazza di Monteoliveto, che non ci si passa: uno spettacolo osceno da far vomitare»
    Charles de Brosses
    A Napoli nel 1740
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    Samuel Sharp su Napoli
    «I lazzaroni napoletani sono i più squallidi miserabili che si possano immaginare; in nessun altro paese d’Europa si vede un popolo cosi spaventoso. Nemmeno tra i facchini delle vetrerie londinesi si troverebbero due o tre selvaggi come questi. E sono a Napoli decine di migliaia questi lazzaroni e non uno di essi dorme mai in un letto: tutti dormono sui gradini che son davanti ai palazzi o sulle panche della strada. Ne vedete alcuni – e ciò che è davvero scandaloso – sdraiarsi sotto i muri di palazzo reale e starsene lì per tutta la giornata a riscaldarsi al sole come tanti maiali: lo spettacolo è dei più disgustosi. Quasi tutti son pressoché nudi: soffrono molto il freddo e se il clima fosse loro meno propizio come lo è a Londra , morrebbero tutti stecchiti certamente. Anche tra gli operai pochi portano le scarpe; i loro bambini poi non ne portano mai. Si dice che siano avvezzi a questo e alle intemperie; tuttavia l’inverno li affligge ugualmente di geloni e di piaghe alle gambe, e fanno proprio pietà. In primavera quei poveri piccini son lasciati completamente nudi, e cosi i loro genitori riescono perfino a fare una piccola economia – privandoli di vestiti ! I conventi a Napoli sono di converso molto ricchi e usano distribuire pane e brodo una volta al giorno a chi domanda la carità; i lazzari vivono principalmente di questa; altri, o rubano o chiedono elemosina, e ottengono abbastanza per sorpravvivere. E paion felici , il che mi lascia perlesso; ma nessuno sembra darsene pena e prender provvedimento.
    Samuel Sharp [ 1700 – 1778], medico chirurgo e letterato londinese
    A Napoli nel 1765 per 8 mesi
    Da: Letters from Italy, describing cutsoms and manners in the years 1765-66

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    Johann Georg Keyssler su Napoli
    Una setta di cinici
    « I lazzari sono una razza che esiste solo a Napoli, e possono considerarsi come un vero e proprio fenomeno morale a sé stante. Se ne contano decine di migliaia, non hanno nè stato , nè occupazione, nè possedimenti, nè dimore, nè mezzi fissi di sussistenza, non facendosi notare che per l’estrema miseria e cattiveria, e tuttavia formano una specie di corpo politico che spesso in passato come oggi ha allarmato il governo e il re. Questa classe di sembianti di uomini deve la sua sopravvivenza alla fertilità del paese, al calore del clima, e all’orrore che hanno per il lavoro. Un lazzaro non vivrà per settimane intere che di frutti della terra e rubando o elemosinando o ingannando, pago di sè e del mondo. Il suo abbigliamento è sconcertante : va pressoché nudo; non abita in case ma per le strade di Napoli. Passa cosi le notti, soddisfatto se trova un riparo ma senza alcuna pena per andarselo a cercare. Viene sfruttato in qualità di messaggero, manovale etc. La più piccola ricompensa lo accontenta. Sopportano per lo più pazientemente tutte le offese ed i segni di disprezzo degli altri Napoletani, che amano passar la loro giornata a ingiuriarsi e aggredirsi a parole od anche fisicamente senza un apparente motivo. E’ una gran fortuna che siano cosi miseri e incoscienti da non aver modo di pensare alle vendette ogn’ or del giorno, perchè se questo corpo sociale volesse ogni volta proteggere e vendicare ciascuno dei suoi membri, Napoli sarebbe tutta un grande scannatoio più di quel che già pare, a giudicar dalla superbia e dal disprezzo che mostrano le classi agiate con gran cinismo. Dal momento che non saprebbero nè potrebbero vivere da nessun altra parte come in questa città, non sapendo fare nulla di utile, fuggono tutte le occasioni per allontanarsene perchè altrove non saprebbero far altro e morirebbero di fame e di stenti.»
    Johann Georg Keyssler [1693 – 1743]
    Archeologo e maestro di lettere in Germania, scrittore di viaggi.
    A Napoli nel 1730

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    Elisabetta Gonzaga su Napoli
    Che popolo !
    “Che popolo ! E son questi i discendenti dei Greci ? Piuttosto son prova eccellente che tutto degenera, sopratutto l’uomo. Quella loro felice organizzazione di società, quei sensi perfetti, cosi fini, cosi delicati, cosi adatti a cogliere, ad abbellire la natura, son allora divenuti cosi ottusi, laidi e grossolani ?
    Le belle arti non nascono più qui; un popolo cosi degenerato, cosi degradato non può avere idee del vero bello; una indole cosi ferina non potrà servir da modello. A Roma ho visto le meraviglie dell’arte, qui riesco solo a scorgere i prodigi della natura. Essa è la sola ad agire, l’uomo cade qui in inerzia ed abominio. La sua società lo getta in una tale indolenza che forse non uscirà mai dall’apatia in cui sarà sprofondato da tempi immemorabili.
    L’orgoglio che gli ispira il suo cielo, il suo clima, la sua buona tavola, il suo paese, da lui creduto il più bello e il migliore dell’universo, e la lussuria del vivere indolente che l’ha sorpreso prima della civilizzazione, l’abbagliano e gli impediscono di scorgere le tenebre della sua ignoranza, della sua selvatichezza.
    Si può dire che qui l’uomo è allo stesso tempo vicinissimo e lontanissimo alla natura: barbaro e depravato. Specialmente il popolo, la natura lo ha modellato come un camaleonte: da una vivacità convulsa passa subitaneamente all’abbattimento dell’istupidimento. Esso è di volta in volta vile e temerario, semplice e furbo, superstizioso ed empio, venale, scaltro e in un certo senso indifferente a tutto. Ruba e truffa per aver di che vivere e abbandonarsi cosi a quel far niente che è la sua suprema voluttà. Sembra trovar la felicità solo nella sua inesistenza. Quanto sarebbe necessaria l’arte dell’educazione per questa gente: se si trascura il corpo esso si degrada di meno di quello che accade se si abbandona la coltura dello spirito per un sol istante. La minima negligenza gli diviene funesta. E lo vediamo in queste genti !
    Napoli è bellissima, e molto interessante per le meravilgie della natura; ma l’uomo non ne è il suo capolavoro. E’ un bel teatro, ma gli attori son maschere mostruose.
    Qui gli abitanti stanno a testimoniare senza possibilità di smentita che il quadro più desolante, più umiliante della società è quello di una città che è allo stesso tempo nell’infanzia per la barbarie e nella vecchiaia per la corruzione; una città in cui è impossibile trovar i vantaggi della civilizzazione, allo stesso modo in cui è cancellata l’innocenza della natura . ”
    Elisabetta Gonzaga
    A Napoli nel 1790
    da: Lettres sur l’Italie, la France et L’Allemagne pour les beaux arts, Hambourg 1797

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    Benedetto Nardini su Napoli
    «Non è tanto il fatto che a Napoli si mangi, si beva, si cucini, si dorma, si conducano le vacche, si dia da mangiare ai vitelli, si lascino branchi di fetidi maiali correre per ogni dove, ci si dedichi ad ogni sorta di loschi mestieri, si scrivano lettere e suppliche, ci si spidocchi e via di sèguito su pubblica via, ma quanto il soddisfare tutti i proprii bisogni corporali; è questa lurida costumanza che fa di tal enorme città una immensa cloaca e riesce insopportabile alla vista e all’odorato di uno straniero. Come viene giustificata quest’usanza disgustosa? Ci sono decine di migliaia di lazzaroni che abitano e dormono per le strade; occorre quindi che essi soddisfino ivi tutte le loro necessità. Inoltre vi è un’infinità di gente della campagna che porta quotidianamente i prodotti delle sue terre in questa grande città e anche essa non ha altro ricetto se non le vie e le piazze; si afferma che persino il proprietario di una casa in cui vi sia un androne non possa impedire che vi si entri per farci i proprii bisogni.Se ciò è vero, io non vorrei mai vivere a Napoli, e tanto meno averci casa. Molti abitanti di alto lignaggio cercano di preservare le loro dimore da simili decorazioni con un’espediente buffo: dal momento che la superstizione è una malattia nella mente dell’intera nazione, vale sicuramente sfruttarne gli effetti. Nei luoghi che sarebbero più adatti a lasciarvi le proprie lordure si appendono al muro delle croci. I Napoletani provano tanta venerazione per queste croci che è molto raro che osino depositarvi in prossimità i loro escrementi.E se non basta, si cerca talvolta di commuovere ancora di più gli spiriti, altrimenti del tutto insensibili ad ogni igiene e nettezza del luogo che abitano, ponendo in mezzo a due croci raffigurazioni delle fiamme del Purgatorio con l’immagine di un’anima che leva le mani al cielo supplichevole.Una tale raffigurazione è di solito efficace, ma non sempre, dal momento che ho visto parecchi uomini darsi tutta la pena del mondo per spegnere quelle fiamme con la loro urina..Si crederebbe possibile che sulla piazza del Castello Angioino, di fronte al palazzo reale, e proprio di fronte alla chiesa di San Luigi, si trovi uno dei letamai a cielo aperto più estesi di Napoli ?Il re, i cui appartamenti dànno su questo lato, non può venir al balcone senza portar involontariamente lo sguardo su queste lordure, e i fedeli non posson entrar in chiesa senza insozzarsi le scarpe e dunque i pavimenti del sacro edificio .Per non parlar dei nasi ! Per quanto grandi siano solitamente quelli dei Napoletani, essi paiono tuttavia non posseder l’olfatto, dal momento che non sembrano neppur rendersi conto di quanto puzzi la loro città.Forse è l’ecessiva sensibilità del loro udito a far gli trascurar l’odorato. Quando parlano urlano che par vogliano venir alle mani da un momento all’altro o paion dei dannati. Essi sembrano quanto mai indifferenti ad ogni forma di decoro, eccetto che nella stanza in cui vivono.I vestiboli, le scale, le anticamere; a tal riguardo un palazzo di un ministro non è affatto diverso dalla misera casa di un bottegaio – lo putecaro, come dicono qui–Io non riesco a capire come mai gli Inglesi, che amano tanto la pulizia dei pubblici luoghi, vengano cosi volentieri e in sì gran numero in questo paese.Le strade hanno comunque un vantaggio sulle case per il fatto che vengon pulite, non per iniziativa dell’amministrazione – poichè nessuno ci pensa-, ma perchè c’è una quantità di gente che raccoglie gli escrementi animali ed umani per venderli come concime. Questo è un mestiere spicciolo e di facile guadagno per la plebe, molto ricercato dai lazzaroni.Si può immaginare quanto sia appetitoso vedere uno di questi uomini che, fatta la propria cesta quasi piena, comprime con le mani queste porcherie, senza minimamente preoccuparsi del tipo di materiale che maneggia, cosi da farcene entrar ancora di più.
    Benedetto Nardini. Storico.
    Da : Mes périls pendant la révolution de Naples. Récit de toutes les horreurs commises dans cette ville par les lazzaronis – temoin oculaire des événéments qui ont précedé ou suivi l’entrée des Français dans cette ville après de la révolution. A Napoli nel 1799.

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    Marchese De Sade su Napoli
    La scuola di rapina
    “Il carnevale che passai a Napoli non fu certo brillante, affatto diverso dal veneziano, direi inquietante.
    Vidi tuttavia abbastanza per giudicar i piaceri del popolo, ed il popolo dai suoi piaceri. Il tutto si aprì con una cosiddetta cuccagna, il più barbaro spettacolo di questo mondo.
    Su un grande palco, ornato con rustiche decorazioni, davanti al castello angioino o al magnifico palazzo reale, si poneva enorme quantità di viveri, disposti in modo da formar essi stessi una bizzarra decorazione. Vi sono, barbaramente crocifissi, oche, polli, tacchini, maiali, che, infissi ancora vivi a due o tre chiodi e dunque sanguinanti, divertono il popolo coi loro movimenti convulsi fino al momento in cui sarà loro concesso di andarli ad arraffare.
    Pagnotte, baccalà, quarti di bue, montoni che pascolano in una parte della scena, rappresentante un campo agreste custodito da eleganti uomini di cartone, pezze di tela a formar le onde del mare, sul quale si vede un vascello carico di vettovaglie o di mobili, molto desiderati, secondo gli usi locali.
    Cosi è dunque disposta l’esca apprestata, talora con certo buon gusto, per questo popolo selvaggio, per eccitarne o meglio perpetuarne la voracità e l’amore per il furto.
    Poichè, dopo aver visto questo spettacolo sarebbe difficile non convenire che si tratti più di una scuola di rapina che di una vera festa. Alla vigilia, il palco, ormai già pronto, guardato da un picchetto di soldati, vien mostrato al pubblico, e tutta la città corre a guardare. Spesso la tentazione diventa cosi forte che il popolo forza la guardia e saccheggia la cuccagna prima del giorno destinato ad esser per loro stessi sacrificata. Se attende, l’indomani , due ora prima del mezzodì, che normalmente è il momento indicato per il saccheggio, la piazza si riempie di una trentina di picchetti di granatieri e di qualche distaccamento della cavalleria, per metter ordine fra la plebaglia a cui sta per esser offerta dal re la più terribile lezione di disordine. A mezzogiorno preciso tutto il popolo è in piazza, tutta la città alle finestre – giacchè di queste cose pare si riempiano qui giornate – e sovente il re stesso sta sul balcone del palazzo a godersi lo spettacolo; ecco il cannone. A questo segnale si apre il cordone dei militari; il popolo famelico si precipita e in un batter d’occhio: ogni cosa è arraffata, saccheggiata, con una frenesia impossibile da descrivere. Questa scena terrificante, che mi diede, la prima volta che la vidi, l’idea di una muta di cani aizzati alla corsa su prede, termina spesso tragicamente. Due di quegli esseri ferini lanciatisi su uno stesso quarto di bue o su un oca mezza morta non si sopportano impunemente; bisogna che se ne decida della vita dell’uno o dell’altro. Io fui testimone di un orrore che mi fece rizzar i capelli. Due uomini si attaccarono per un quarto di bue – che pure è immangiabile per un solo uomo ! – Subito salta fuori il coltello. A Napoli è l’unica risposta che si conosca ad un diverbio. Uno dei due stramazza nel suo stesso sangue. Ma il vincitore non gode a lungo della sua vittoria. I pioli sui quali si arrampica per andar ad afferrar il frutto del suo onesto delitto gli mancano sotto i piedi. Coperto per metà dal bue cascatogli addosso, cade schiacciato egli stesso sul cadavere del rivale. Feriti, morti e animali sanguinanti, diventa un tutt’ uno. Non si vede più che un ammasso, quando nuovi concorrenti, approfittando della disgrazia dei due miserabili, sbrogliano il lacerto di carne dai cadaveri sotto i quali è sepolto, e l’arraffano in trionfo ancora gocciolante del sangue dei loro rivali.
    Il numero degli assalitori è di solito non meno di 5-7.000 lazzaroni; è cosi che a Napoli chiamano la parte più infima di questo popolo già nel complesso pauroso.
    Otto minuti sono sufficienti per distruggere l’enorme impalcatura, tale è la furia; non meno di 20 morti e decine di feriti gravi che spesso non sopravvivono, è di norma il numero degli eroi che la Vittoria lascia sul sordido campo di battaglia.
    Ho trovato un solo particolare che stona col sublime orrore di questo regale spettacolo: non lasciano i morti e i feriti alla vista di tutti, distesi sui resti delle decorazioni.
    Questo accorgimento, oserei dire, sarebbe magniloquente e sarebbe troppo segno del genio di questa nazione.
    Normalmente, durante il carnevale si dànno quattro o cinque cuccagne di questo genere; dipende dalla durata del Carnevale prima che sia Quaresima. E’ comunque uno spettacolo che si rinnova nei grandi avvenimenti. Ad esempio, un parto della regina, occasione eccellente in cui tutti i Napoletani non mancano di saccheggiare, distruggere e uccidersi per esprimere la propria gioia.
    Queste feste son date dal re, ma è il popolo stesso che le paga, ed i macellai che forniscono le proprie derrate posson cosi imporre il prezzo che vogliono, speculando vergognosamente, senza che la polizia intervenga a reprimere le loro vessazioni. Il popolo affamato compera e il re fa decorare per loro; ecco spiegato anche perchè tali mostri siano cosi tenaci nel riconquistare le prede che hanno pure pagato.
    Se è lecito giudicare una nazione dai suoi gusti, dalle feste,dai divertimenti, che opinione si deve avere di un popolo in cui son necessarie tali infamie ?
    Si afferma a Napoli che il re, il quale naturalmente teme questo suo popolaccio feroce, ben sapendo che la sua bilancia non è in equilibrio tra l’indole rivoltosa e omicida dei sudditi e la debolezza del suo governo [ nota: qui il De Sade si riferisce a Ferdinando IV di Borbone, 1751-1825, detto il ‘re lazzarone’, figlio di Carlo III, fondatore della dinastia e considerato il migliore dei re di Napoli – ndr ], si ritiene obbligato a dare queste feste. Gli hanno fatto credere che avverrebbe una rivoluzione se abolisse le cuccagne, ed egli la teme. Il suo potere, la sua forza ed il suo spirito sono tali ,che se gli andassero a dire che il popolo vuol saccheggiare la sua reggia, si ritirerebbe per lasciarlo fare.
    Donatien Alphonse François, Marchese De Sade[1740-1814]
    A Napoli nel 1776
    da: Voyage en Italie

  2. Borbonico says:

    L’unita’ (?) d’italia l’avete voluta voi invadendo uno Stato sovrano e pacifico come la Borbonia ( Regno Delle Due Sicilie) ammazzando, struprando,squartando uomini,donne,vecchi e persino animale…come l’animale vicentino di nome Cialdini che squarto’ vive centinaia di donne a Pontelandolfo e Casalduni in Terra di Lavoro,una provincia borbonica ora occupata dallo stato italiano e chiamata: Provincia di Benevento ! Tanto che il sindaco di Vicenza è venuto in Borbonia ed ha chiesto scusa per i crimini del loro antenato veneto…ma voi naturalmente non sapete niente ” nèèèèè” !!!

  3. luigi bandiera says:

    Non c’e’ scampo: i sudisti sanno vendere la loro merce. Hanno pure una buona faccia tosta…
    Noi settentrionali o nordisti siamo troppo ingenui e a certe cose non ci pensiamo (avremmo inventato una qualche mafia anche noi se non fosse cosi’).
    Saremmo per TV dalla mattina alla sera e notte se lo fossimo… invece ormai tra un commissario, un ballando sotto e con le stelle… di noi proprio non c’e’ piu’ o quasi nulla se non PAGARE E TACERE.
    Eh, qua, G.Oneto va giu’ dritto come suo solito… ma per noi il disk (rotto ormai) lo si sapeva ben ascoltare, ed era prevedibile che i sudisti insorgessero contro i nordisti RAZZISTI: loro mica tanto..? Ah, no..? Hanno tutti i posti (forse uno in qua e in la’ ci hanno lasciato) importanti dello stato… che e’, si sono messi d’accordo per occuparci..?
    Per non parlare la semina continua culturale che tutti siamo fratelli (lo sono anche gli invasori del di’ d’oggi) che bisogna volersi bbene e non essere egoisti ma solidali…
    Ricordiamo la frase “italia federale e solidale”. E noi: basta solo dire FEDERALE… no no, meglio mettere solidale che vuol dire una e indivisibile.
    Ripeto: sanno vendere il loro prodotto.
    Il senso e’ chiaro no..? Come la frase detta nel vinitaly… per via delle frontiere… e guai alzare muri. Come con i ladri che ti entrano in casa: guai sparargli e guai barricarsi e pretendere che lo stato ti difenda.
    Ci si deve arrangiare e guai a non difendersi troppo: scatta il reato di legittima difesa ESAGERATA per non usare la loro frase.
    Insomma dobbiamo solo stare SOTTO E PAGARE..! E sotto ai governati ed amministratori e sotto ai ladri..!
    Eh, i sudisti, tse se giocano sempre con le tre carte. Noi invece giochiamo col lavoro e il sudore della nostra fronte… purtroppo perche’ l’e’ scritto nella nostra fronte: GIOCONDOR… (ve lo ricordate il carosello..?).
    Non siamo in grado di competere contro una forza del genere.
    C’era Alessandro Magno che era un bravo condottiero e faceva vincere le battaglie al suo esercito sebbene in numero inferiore…
    Ma qua da noi di Alessandri Magno, magnoni si e tanti, nemmeno un’ombra di_vina c’e’..!
    E scrivevo: siamo in guerra e non lo sappiamo;
    Stiamo soccombendo e ancora non lo sappiamo…
    Che deve avvenire per capirlo..??
    …avanti un altro…

  4. Fil de fer says:

    E’ l’ennesima prova che al Nord come al Sud siamo costantemente insoddisfatti di questa italietta.
    La storia è una sola e se dobbiamo dirla sino in fondo …hanno tutti ragione.
    Ciò vuol solo dire che da sempre siamo incompatibili dal punto di vista della filosofia di vita ma anche del modo in cui affrontiamo la quotidianità e le prospettive future.
    Ci hanno voluto conquistare e imporre un paese unito solo per interessi di parte ( SAVOIA ) e di un certo ceto massonico ed economico piemontese che sull’orlo del fallimento aveva necessità di depredare tutto ciò che si poteva nell’intera penisola, anche se nel Veneto ci aveva pensato napoleone. In questo caso le tasse abnormi ed assurde hanno fatto il resto.
    Allora come è accaduto nella ex Jugoslavia accadrà, speriamo meno cruentamente, anche in italia.
    Non mi sembra che la SLOVENIA, CROAZIA,BOSNIA,SERBIA,KOSSOVO non siano riuscite a sopravvivere alla Jugoslavia “unita”. Sarà così anche per l’italietta di ieri e di oggi perché sarà inevitabile.
    Le “riforme” o pseudo tali che si tenta di applicare in italia giungono con un ritardo tale che l’effetto domino in tutti i settori è da anni in atto come le fughe di cervelli giovani e di attività che in italia non potrebbero più sopravvivere nell’era della globalizzazione.
    I conti continueranno a non tornare. Mi chiedo per quanto tempo gli altri paesi europei e non siano disposti a sostenerci ancora. Tutto sembrerebbe favorire il nostro DEFAULT. La BCE nonostante continui a sollevarci dai titoli di stato in scadenza…..aiutando solo il sistema bancario, alla fine cosa deciderà quando DRAGHI dovrà lasciare il suo posto a qualche altro rappresentate autorevole del sistema bancario europeo.!?
    Le diatribe interne tra Nord e Sud non hanno alcun valore perché a comandare se non ce ne siamo accorti sono coloro che detengono il debito pubblico italiano e se decideranno di farci saltare noi salteremo dall’oggi al domani con o senza MADE IN ITALY !!!!
    Senza moralità, trasparenza, onestà ed etica politica ( meglio andare a rileggere ARISTOTELE e altri grandi filosofi greci) questo mondo è destinato a saltare per aria come una polveriera.
    I segnali ci sono tutti e la prossima ( perché ci sarà) grave crisi economica…sempre derivata da responsabilità bancarie e di coloro che si dicono ” banchieri” farà ciò che serve per disarcionare questi grandi ( meschini) uomini d’affari che assomigliano ormai a delinquenti comuni.
    WSM

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