Il Signore dei Tre Anelli

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Un lungo quanto attuale dialogo con quello che fu l’abate di Pontida, sulle fasi storiche che attraversarono il significato di un mito. Dalla sconfitta dell’impero, alla pretesa di leggere in quelle pagine di storia un principio di voglia di unità contro l’invasore austriaco. In realtà, Pontida è tutt’altro.

Riproponiamo questa intervista che va oltre le forzature ideologiche e che ci ricorda come nacque l’Europa, quella che è diventata cancellazione delle identità.

di Stefania Piazzo – Il destino ha geometrie a volte inspiegabili. Forse provvidenziali. Perché Pontida, crocevia di una rivoluzione religiosa, sociale e politica, è “casualmente” nel cuore della Lombardia. Semplicemente sta al centro. Il compasso sulla cartina di Pontida fa un cerchio che toglie ogni dubbio. Anzi, ne fa tre. Tre eventi di storia che si accavallano. Tre come gli anelli che segna nell’aria il bibliotecario dell’Abbazia di San Giacomo, l’abate Giovanni Spinelli.
«Il primo – ci spiega il monaco, che è stato docente di Storia della Chiesa all’Università Cattolica di Brescia – è innanzitutto quello della Pontida monastica che rappresenta, in pieno XI secolo, quasi mille anni fa, il rifiorire di una forma di vita religiosa che ha avuto ripercussioni benefiche su tutto il territorio nel nome della regola di S. Benedetto e dell’abbazia di Cluny». Una storia puramente religiosa durata otto secoli, alla quale «si ricollega una storia politico-sociale, che deriva quasi come conseguenza dal monachesimo cluniacense».

Padre Spinelli, vuol dire che non è un caso che i liberi Comuni della Lega Lombarda si siano ritrovati qui?
«Diciamo che è un “caso” aiutato da diverse circostanze. Non per nulla Pontida è nel centro della Lombardia: da qualunque parte la si guardi, da Nord a Sud, da Est a Ovest, Pontida è il cuore. E nel 1167 vi convergono i rappresentanti dei Comuni lombardi che vogliono mettere da parte le loro discordie interne per dare una mano a Milano per rialzarsi dalla sconfitta del Barbarossa».
È il secondo anello?
«Sì, nasce la seconda Pontida, che durerà fino al tardo Ottocento sino al Novecento».
Si riferisce alla Pontida poi idealizzata e diversamente interpretata dal Risorgimento?
«Esatto, è la Pontida idealizzata del Giuramento cantato dal Berchet, quello della concordia di tutti gli italiani. Un simbolo medievale nato con una diversa valenza, rivisitato, riesplorato, riattualizzato dal Risorgimento. Pontida viene fatta diventare il simbolo dell’unità d’Italia, di chi si unisce per cacciare lo straniero».
Quanto durerà questa fase “unitaria”?
«La ritroveremo persino fino alla metà del secolo scorso, all’epoca del fascismo, in chiave antigermanica. Poi sfumerà via via col decadere del patriottismo negli anni Cinquanta e, soprattutto dopo il ’68. Pontida cade nell’oblio, la sua memoria scompare».
Per riapparire di recente…
«È il terzo anello. Rinasce negli anni Ottanta come simbolo di una nuova realtà, di denuncia dell’Italia centralizzata nata col- Risorgimento, è il mito di Pontida che rivive in chiave di federalismo lombardo, nel solco di quella Lega del 1167 che aveva espresso i concetti della fierezza, dell’autonomia, della libertà della Val padana nei confronti dei tedeschi».
Pontida torna ad essere simbolo della lotta al centralismo?
«Diventa simbolo di anticentralismo, di federalismo e autonomia, di fierezza, di orgoglio padano. Il punto di partenza è e resta Pontida: dapprima quella monastica, la Pontida storico-medievale che poi diverrà risorgimentale, per giungere a quest’ultima Pontida, simbolo di patriottismo padano».
Padre Spinelli, quanto è stato importante il monachesimo nella Pontida delle origini?
«Direi che è stato “fatale”. Era un monachesimo straniero, arrivato dalla Francia. Qui, in Lombardia, ha trovato la sua terra di elezione per una somma di condizioni socio-politiche, ecclesiastiche propizie: la stretta unione della feudalità con il clero, il fatto che qui si cercasse una via intermedia nella lotta delle investiture, il fatto che i vescovi lombardi fossero schierati dalla parte imperiale, infine, la presenza di una istanza riformatrice che guardava verso Roma… Cluny rappresentava una via intermedia tra tanti opposti estremismi. E allora molti che anelavano alla riforma religiosa senza rompere del tutto col sistema sociopolitico precedente, quello della feudalità ecclesiastica, scelsero di promuovere, sviluppare, proteggere questo monastero d’oltralpe d’indole francese».
Lei crede che la storia ci possa riservare una quarta Pontida, con un particolare richiamo alla difesa della cristianità?
«Non credo si debba intendere Pontida come baluardo del cristianesimo, non è una Lepanto in senso anti-islamico. Pontida nella lotta contro il Barbarossa si è schierata con la cattolicità romana, con il papa legittimo Alessandro III contro l’antipapa del Barbarossa. È la storia».
Il monastero resta tuttavia un simbolo molto alto della cristianità.
«Senz’altro, anche se purtroppo è uno dei luoghi di valore storico-artistico più ignorati in Lombardia. Lo dimostra il fatto che questa realtà sia stata riscoperta solo sull’onda della seconda Lega Lombarda. Indirettamente i raduni della Lega hanno fatto conoscere la realtà molto più antica di Pontida, cui ha fatto seguito una valorizzazione turistica e storica da parte della Regione e della Provincia».
Pontida è stata però baluardo di valori in un momento difficile per l’Europa. Cosa c’insegna?
«Pontida può essere assunta a simbolo di quei valori cristiani che hanno fatto l’Europa o le nazioni europee anche se vi è stato un momento di scontro tra l’Europa germanica, nordica, e l’Europa al di qua delle Alpi, l’Europa padana. Non fu un momento ponte nella storia d’Europa anche se il monachesimo cluniacense, Cluny, che è alle origini di Pontida, è uno dei fari della storia europea».
Perché faro d’Europa?
«Il fatto che a Pontida ci fossero gli stessi monaci che c’erano in Borgogna, in Provenza, in Inghilterra, in Spagna, in Renania, in Svizzera e che tutto facesse capo a Cluny è il segno di come in passato ci sia stata un’unità europea più profonda a livello religioso che nelle unità odierne di carattere politico, economico, che però non si risolvono in un’unità profonda, in una concordia più autentica dei popoli».
Era più autentica l’Europa dei monasteri?
«Vede, bisognerebbe che da parte delle giovani generazioni ci fosse una riscoperta della grande tradizione culturale religiosa europea, dei grandi valori dell’Europa del passato, l’Europa dell’arte, della cultura, della scienza più che dell’idolatria verso tanto americanismo dilagante e di moda nei campi della tecnica».
C’è troppo tecnicismo?
«Quell’Unione fatta a livello di internet e di scoperte più o meno parallele che possono essere entusiasmanti, può far stringere legami forti ma senza radici. E un albero senza radici è destinato a marcire e a crollare quanto prima. Invece un albero è tanto forte e resistente quanto più ha radici ramificate e diffuse».
Bisognerebbe globalizzare le radici della nostra storia?
«È così, e ricordare che in tutte le contrade d’Europa le cose che hanno contato di più ad un certo punto sono state l’arte, la cultura, un certo modo di intendere la vita, la persona umana, di incrementarla in certe direzioni. Ad esempio la direzione del bello e del nobile, piuttosto che la direzione dell’utilitaristico e del pratico. Questa non è tradizione europea, ma d’oltreoceano che ci ha invasi dopo la guerra attraverso i suoi miti esportati con la musica, la celluloide, la tv…».
Ma altre culture, padre, si fanno avanti indebolendo la nostra civiltà…
«Le cito un fatto. Prenda l’Ungheria: lì ho notato che tutti i monumenti di una certa emergenza culturale-artistica sono tutti datati dalla metà del Settecento, dalla fine dell’invasione musulmana respinta da Eugenio di Savoia. Tutto ciò che ha lasciato un segno è dal regno di Maria Teresa in
poi, eppure l’Ungheria, lei mi dirà, ha avuto una grande storia medievale e rinascimentale. Certo, ma di quello non ne è rimasto nulla perché nel frattempo era passata la marea musulmana…».
Quest’ondata forse sta tornando in Europa. Ci si interroga sul rischio di un ingresso turco…
«Per quanto la Turchia sia il più laico degli Stati musulmani, resta sempre un pericolo per la cultura cristiana europea. Anche se molte delle radici della cristianità e della classicità si trovano in Turchia. Basti pensare a Efeso, Bisanzio, senza contare che le prime comunità cristiane sono state fondate dagli apostoli in Turchia. Che lo stesso Abramo proveniva da lì. La Grecia classica invase quelle terre, molti filosofi provengono dalle isole greche dell’Egeo dove era fiorita la cultura ellenistica… Ora sono terra turca. Pensiamo a Cipro… Sono stati luoghi di bellezza classica, poi di bellezza cristiana, bizantina…».
Quindi, la Turchia sotto sotto è “occidentale”?
«Se l’ingresso della Turchia in Europa significa riappropriarci di una parte importante della nostra storia antica ben venga, ma se significa “cedere” alla Turchia che ha fatto crollare l’impero cristiano d’Oriente, costituendo una minaccia per secoli per tutta l’Europa, e non solo mediterranea, anche se ha portato filosofia, algebra, matematica…, allora dico di valutare bene questa scelta. Perché la grande fioritura culturale è cominciata sempre quando i
musulmani hanno fatto territorialmente un passo indietro, non quando hanno fatto un passo in avanti».
Lei consiglia di ripassare la storia?
«Per me Poitiers, la vittoria di Carlo Martello sugli arabi, la conquista di Granada da parte dei re cattolici, la vittoria di Lepanto delle armate cristiane coalizzate da Pio V dove i veneziani hanno avuto grande parte, la vittoria di Vienna soprattutto per i meriti di Marco d’Aviano, sono tappe luminose della storia europea, hanno salvato la nostra civiltà, se civiltà si può ancora chiamare. Di questo non dobbiamo pentirci né vergognarci».
Padre Spinelli, c’è anche un’altra ondata da affrontare, che peraltro Pontida ha subìto nei secoli scorsi: quella laicista. Quanto la preoccupa?
«È la figlia della rivoluzione francese e dell’illuminismo settecentesco: questa ondata, diversamente da come si vuol far credere, non è che abbia contribuito a fare l’Europa. Certo, c’è da preoccuparsi».
E alla vera Europa come ci si arriva?
«La vera Europa per salvarsi deve essere un equilibrio tra i due opposti che si stanno combattendo adesso in Iraq: da una parte il fanatismo selvaggio di un certo Islam, dall’altra il fanatismo americanista che si crede portatore a tutti i costi della libertà e della democrazia, contrabbandata sotto certe forme di liberalismo. Quelle che si manifestano con lo scadimento della persona umana e dei suoi valori».
La terza via cristiana è quella giusta?
«Sì, secondo la nostra visione, confortata anche dagli esempi della storia, da ciò che ha prodotto la storia. Pensi a cancellare solo per un attimo dalle nostre piazze il duomo di Milano, Santa Maria del Fiore a Firenze, San Pietro a Roma. Cosa resterebbe? Porti via dai musei tutte le opere di Michelangelo, di Leonardo, di Raffaello, del Perugino, del Caravaggio, di Guido Reni. Cosa resterebbe della nostra arte, della nostra civiltà? Ci pensi, ci pensino le nuove generazioni».

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