Il settarismo ortodosso e sinistro dei presunti liberali

di CLAUDIO ROMITI

Le critiche mosse da Giovanni Sallusti ad un mio recente articolo pubblicato su “L’Indipendenza”, a cui ha risposto in modo ineccepibile il nostro Gianluca Marchi, mi offrono lo spunto per andare oltre il botta e risposta Sallusti/Marchi e allargare  il discorso al presunto liberalismo di tanti “liberali” in servizio attivo permanente. Mi riferisco in particolar modo a quelli che fanno riferimento al Pdl, creatura politica dell’eterno Silvio Berlusconi.

Molti di questi personaggi sembrano aver adottato una forma di settarismo analoga a quella che in passato caratterizzava la sinistra più ortodossa. Applicandosi sulla giacca una sorta di cartellino con su scritto “liberale”, ed attribuendolo di conseguenza a tutti i sostenitori dell’immarcescibile berlusconismo, costoro distribuiscono patenti di traditore a chi, pur battendosi coerentemente contro lo strapotere dello Stato burocratico ed estorsivo, osa esprimere critiche e rilievi all’indirizzo dello stesso berlusconismo e dei suoi esponenti più in vista. Per questa gente, avanguardia colta di una rivoluzione liberale sempre annunciata, la scelta di campo deve necessariamente far premio su qualunque elemento di realtà, soprattutto se basato sulla spiacevole crudezza dei numeri.

Se si contestano i risultati di una esperienza politica che, pur promettendo di far compiere alla bestia pubblica molti passi indietro, è riuscita addirittura a superare in statalismo gli avversari del centro-sinistra, ciò significa che si è complici e fiancheggiatori dei comunisti che mangiano i bambini. Poco importa che l’esplosione della spesa pubblica avvenuta nella legislatura 2001/2006 porti la firma del citato berlusconismo, che l’inversione della prova nel campo tributario sia stata partorita dai governi della libertà e che “Equitaglia” nasca da una pensatona di quel gran genio di Tremonti, chi non si schiera nel coro del manierismo liberale targato Pdl e affini viene accusato di intelligenza col nemico e fucilato virtualmente.

In codesto, surreale bipolarsimo del nulla, in cui i presunti paladini della libertà si confrontano con i citati comunisti a colpi di spesa pubblica e di tasse, o si sta con Berlusconi o si non si è liberali. Dato che sotto questo profilo non vi è differenza tra liberalismo e la sua incarnazione vivente, chi contesta Berlusconi ed i suoi seguaci non è semplicemente liberale. E non si è neppure liberali se si cerca di rimarcare la stranezza di una forza politica che, a partire dal 1994, in campagna elettorale si impegna regolarmente ad eliminare molte di quelle gabelle che la stessa ha provveduto scrupolosamente ad introdurre dai banchi del governo. Secondo la visione pidiellecentrica, un vero liberale dovrebbe sempre riconoscere che la colpa di questa apparente contraddizione è di chi da sempre (vedasi magistratura politicizzata, Casini, Fini e vari legacci costituzionali) impedisce all’uomo di Arcore di realizzare i suoi straordinari propositi.

Un vero liberale è quello che, nonostante un ventennio di profonde disillusioni, continua a votare convintamente per il padrone del Pdl, confidando nel prossimo avvento del regno delle libertà. Mi spiace, ma con tutta la buona volontà, nella nostra piccola riserva indiana di libertari è arduo trovare qualcuno che abbia l’intenzione di portare il proprio cervello all’ammasso delle libertà. Pur rispettando coloro i quali si esaltano nel cantare “meno male che Silvio c’è”, proprio non ci interessa far parte di questo coro.


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