Il Senato delle autonomie? Gli ex capi di Stato, i senatori a vita e i nominati

di FRANCO CORREZZOLAsenato
Si esprime vivo apprezzamento per coloro che, con grande sprezzo del pericolo e del caldo afoso, decidessero di affrontare l’impresa di leggere il DDL 1429 ovvero il disegno di legge costituzionale, dal significativo titolo: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte seconda della Costituzione”, presentato dal Presidente del Consiglio Renzi e dal ministro Boschi ed appena approvato dal Senato.
Il complesso testo, che risulta di non facile lettura, merita ben più approfondita disamina e valente critica di quella espressa da queste poche righe.
Pur dubitando che lo stesso riesca a superare le prossime tre votazioni (due alla Camera ed un’altra al Senato, per il meccanismo della c.d. Navetta Costituzionale di antica e meritoria ideazione) son certo risulterà fonte d’ispirazione per una valanga di giuristi e m’attendo di venire presto sommerso da dotti commenti.
Per il momento, a caldo ed in senso non figurato, mi pare di poter affermare che il disegno di legge approvato pecca su due fronti almeno: il primo è quello che vorrebbe le norme costituzionali di cristallina chiarezza; il secondo è l’esigenza di coerenza e logicità.
Invero, pure la lettura della relazione introduttiva non aiuta, anzi si ha l’impressione che gli obiettivi dichiarati siano stati grandemente mancati.
Il testo è stato oggetto di feroci critiche anche in sede parlamentare, come dimostrato dalla respinta “questione pregiudiziale QP1” (primo firmatario Crimi, seguito da altri 39 senatori) che, sollevata preliminarmente la questione dell’incapacità del presente Parlamento a votare una riforma così rilevante a seguito della sentenza n° 1/2014 Corte Costituzionale (la quale, si rammenta, ha dichiarato parzialmente illegittima la legge elettorale 270/2005) sinteticamente rileva: 1) l’introduzione del criterio dell’elezione indiretta del Senato delle Autonomie contrasta con il principio di sovranità popolare; 2) le modalità elettive prescelte accentuano il carattere oligarchico del Senato stesso; 3) non ha senso prevedere lo scudo immunitario in funzione dei poteri limitati riservati ai senatori, già rappresentanti nelle autonomie locali, con evidente disparità di trattamento con altri pari grado; 4) attribuire competenze di revisione costituzionale a senatori non eletti da suffragio popolare contrasta con i fondamentali principi democratici dell’ordinamento; 5) l’eccessivo peso decisorio dei senatori nominati dal Presidente della Repubblica (ben ventuno) oltre ai senatori a vita già in carica (peraltro senza limiti di mandato) è incongruo e fonte di squilibri interni; 6) i poteri concessi dall’art. 10 al Governo, nella fattispecie d’intervenire sulla calendarizzazione dei lavori parlamentari, risultano in aperta violazione del principio di separazione tra le funzioni esecutiva e legislativa; 7) l’ampliamento dei poteri del Governo in materia di decretazione d’urgenza è eccessivo; 8) al Senato sono riservati poteri eminentemente consultivi.
Mi sento di condividere tutte le critiche presentate dai Quaranta ed aggiungo ulteriori perplessità.
Trovo del tutto bizzarra la scelta della composizione futura del Senato delle Autonomie, che si rammenta includerà: di diritto, i Presidenti delle Giunte Regionali e delle Province autonome di Trento e Bolzano, nonché i sindaci dei Comuni capoluogo di Regione e Provincia autonoma; con elezione indiretta e voto limitato, per ciascuna Regione, due membri eletti dal Consiglio Regionale e due membri eletti dal collegio elettorale dei Sindaci della Regione.
A questi si aggiungono ventuno emeriti cittadini nominati dal Presidente della Repubblica oltre agli attuali senatori a vita (ed ex Presidenti della Repubblica).
Del tutto evidente è lo squilibrio tra senatori eletti (pur indirettamente) e quelli nominati. Disarmonia che peraltro si estende alla rappresentatività delle singole Regioni, poiché non viene parametrata alle dimensioni generali o densità di popolazione (il Molise avrà gli stessi rappresentanti del Veneto) tanto da far dubitare che la Corte Costituzionale, se applicherà i principi espressi con la sentenza n° 1/2014, digerirà la riforma.
Del tutto bizzarra la scelta di durata del mandato: pari a quella degli organi elettivi di provenienza per gli eletti; sette anni per i ventuno nominati; a vita per i senatori omonimi e per gli ex Presidenti della Repubblica. Un vero rompicapo.
Surreale la questione degli emolumenti: alla prevista gratuità del mandato per gli eletti (non mi è dato capire che accade per i nominati) è contrapposta la cospicua indennità goduta dagli attuali senatori a vita ed ex Presidenti della Repubblica; insomma, tra i futuri senatori ci saranno figli e figliastri…
Verrebbe da chiedersi perché una persona di chiara fama debba accettare l’incarico e la nomina, visto che i poteri del futuro Senato sono poco più che consultivi.
Infatti, è alla futura Camera dei Deputati che sono riservate quasi tutte le funzioni legislative (con eccezione delle riforme costituzionali e poche altre) senza che il Senato delle Autonomie possa seriamente interferire con il manovratore (correttameGOVERNO SENATOnte è stato osservato che la funziona di controllo è praticamente azzerata).
Quello che tuttavia colpisce di più è la revisione in senso fortemente centralista dei poteri legislativi ripartiti tra Stato e Regioni.
Il futuro art. 117 della Costituzione ridurrà di molto lo spazio di competenza esclusiva delle Regioni stesse (praticamente annullato) con espressa previsione di una clausola di supremazia della legislazione statale su quella regionale,
In pratica è previsto che, per ragioni superiori d’interesse nazionale, lo Stato possa scavalcare ogni limite imposto a livello locale (ad esempio, se voglio fare una discarica di rifiuti nucleari, la Regione si limiterà ad un parere non vincolante).
Non è comunque la sola norma a destare perplessità, in quanto anche la previsione dell’obbligo per l’Ente locale (Comune, Città metropolitana o Regione, attesa l’eliminazione delle Province) di coprire integralmente le spese di propria competenza con risorse finanziarie locali, pur sommate al fondo perequativo, pare chimerica.
Come può l’Ente locale, cui è sottratto ogni potere normativo e fiscale, in assenza di una consistente riduzione del prelievo statale, soddisfare l’obbligo impostogli?
Il progetto di riforma votato è chiaramente improntato a principi accentratori dei poteri, sia legislativi che amministrativi, e rappresenta un totale azzeramento del cammino compiuto a partire dagli anni ’70 (vedi ad esempio il DPR 24 Luglio 1977 n° 66) fino alla riforma costituzionale del 2001 (Legge Cost. N° 3/2001).
Più che frutto di una evoluzione, lo stesso pare seguire un percorso retrogrado e neppure tanto conforme agli impegni internazionali assunti dallo Stato italiano (ad esempio la European Charter of Local Self-Government, European Treaty series n° 122, in vigore dal 01.09.1990).
Il giudizio sommario non può pertanto che essere fortemente negativo e francamente i toni di giubilo, che hanno accolto l’approvazione del testo proposto, risultano del tutto incomprensibili.
Avv. Franco Correzzola per Plebiscito.eu

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