Il segreto del Duomo di Milano. Il pezzo mancante sprofondato nel lago…

obelixdi BRUNO DETASSIS – Il Duomo incombe, radicato com’è da quasi un millennio sul suolo di Padania. Incombe ma non minaccia, protegge e lega in una sorta di patto tra generazioni chiunque alzi gli occhi e si chieda perché stia lì. Chi l’abbia portato sin lì quel gigantesco monolite di monoliti di marmo. Una montagna incantata, emersa come un mare di scogli, incagli, intagli. Un’isola vulcanica di genialità, operosità, una fabbrica mitteleuropea, un santuario del lavoro dell’arte o, se si vuole, dell’arte del lavoro. Casa di Dio sembra troppo poco, è quel “casa” che stona. Perché somiglia più ad un castello, ad una rocca, arroccata per difendere il Signore
che l’abita e il suo popolo. È una fermezza, quella facciata che cattura la vista e ogni lato del “maniero” che circonda le stanze del Principe. Compatto è compatto. Più di così non poteva fissarsi a terra e restarci per sempre tra leggi di statistica e sfida alla verticalità, come in uno slalom parallelo tra la spiritualità e l’ingegno, per vedere chi si spinge più in là.

Ma ne manca un pezzo. Nessuno l’ha portato via, il punto è che lì proprio non ci è mai arrivato. È sprofondato nel lago mentre lo conducevano via fiume (una volta sì le vie d’acqua funzionavano) dalle cave di Laveno sino a Milano. Doveva abbellire il portale. Trenta metri di altezza per tre di diametro: una grande sberla rosa che da 400 anni aspetta di essere ripescata.

La strada per portare i materiali passava per il Lago Maggiore, nel Ticino, i marmi arrivavano dalla cava di Candoglia, la zona da cui proveniva il marmo rosa di Baveno. Quindi il materiale passava per quei corsi d’acqua… Toce, Lago Maggiore, Ticino… Ad Abbiategrasso tornava indietro dove c’è l’attuale statale. C’è ancora una piazza, che si chiama la “Post-laghetto”, a ricordare quegli scambi, il deposito dei marmorini…, dove lavoravano in loco la pietra prima di metterla in posa. È una “trafila” durata 700 anni, stiamo parlando della nostra storia.

Ma ci fu un incidente di percorso: la perdita di un monolite, di una colonna. Le facciate nel ’600 non dovevano essere così, c’era l’intenzione di decorare la facciata esterna del Duomo con delle colonne di granito rosa di Baveno (tanto per fare un esempio, come la pavimentazione di corso Vittorio Emanuele). Si possono stimare di 3-4 metri di diametro, e con una lunghezza di trenta metri. D’altra parte, messe in facciata non potevano avere una diversa misura. Senz’altro erano imponenti. Il 10 luglio del 1610 caricando una di queste
colonne su una zattera è però accaduto l’imprevedibile: non si sa se per l’eccessivo carico, se per un errore umano o per un evento metereologico, il materiale è sprofondato nel lago. Andò perso un immane lavoro, si può stimare in 4-5 anni il tempo utile per realizzare
quel monolite. E con quaranta persone a scalpellare, ininterrottamente.

Con i ferri di allora uno scalpellino in una giornata di lavoro poteva arrivare a consumare sino a 70-80 punte! E dietro a ogni due o tre scalpellini c’era un fabbro per riparare i ferri. Senza contare poi il fatto che la colonna doveva essere levigata per essere resa tonda. O, addirittura, se non avessero scelto una forma più ricercata come quella delle colonne che sono all’interno del Duomo.
In fondo al lago dunque c’è un tesoro  sommerso di manodopera, all’altezza di Baveno, dove l’acqua non è poi così profonda… al punto che si potrebbe pensare di  individuarlo e recuperarlo, per  poi posizionarlo nel luogo dove era stato destinato, piazza Duomo. Davanti alla statua equestre di Vittorio Emanuele.

È una parte della storia del Duomo di Milano. Perché non arredare la città con questo monolite? In fin dei conti Roma si è abbellita con le “rapine” di obelischi presi in giro per il mondo… Che c’è di strano se un oggetto così raro torna ad avere un ruolo artistico dopo 4 secoli di dimenticanza? È là, sommerso, già pronto all’uso… Sarebbe fantastico se si potesse costituire un comitato per il suo recupero. Questa testimonianza pregiata del lavoro fatto dalla nostra gente ha una sua ragion d’essere anche sotto il profilo meccanico. La colonna, che non poteva essere fatta in marmo di Candoglia date le sue dimensioni, doveva essere alta almeno il doppio della porta d’ingresso. Sarà stata senz’altro progettata secondo il rapporto di 15, il rapporto di Euleo, che riguarda la resistenza dei graniti. Ad esempio, se un muro è largo un metro, non può essere alto più di 15 metri. È un rapporto di staticità… Quindi, se la colonna in fondo al lago è alta 30 metri, non può avere un diametro inferiore a 15 metri.

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