Il rimorso dell’umanità davanti alla morte dei piccoli siriani, con caffè e brioche

di ROSANNA MARANICaffè

I tanti che si affannano a giustificare il loro senso dell’orrido, lo dico da giornalista e comprendo nei tanti anche i giornalisti, che è morbosità, non partecipazione, che è indignazione odierna, non protesta quotidiana, mentre mostrano addirittura la galleria completa della morte del povero bambino siriano se la pongono una domanda, una sola: se fosse mio figlio? Ecco io me la pongo questa domanda e mi rispondo: se fosse mio figlio vorrei vegliarlo da sola, in privato, non vorrei un funerale virtuale, non vorrei che fosse calpestato il mio dolore. Vorrei piangere tutte le lacrime al riparo di ogni sguardo di finta o vera pietà e commiserazione. Il dolore è intimo, profondamente intimo e non si può condividere. La morte dell’innocenza merita rispetto. E il rispetto è il silenzio del suo pudore. Metterla in scena sui media è osceno, ipocrito, vigliacco tentativo di mostrare il nostro tardivo mea culpa. Titillare il rimorso dell’umanità che gracchia un: che orrore, appena bevuto il caffè e mentre azzanna la brioschina calda al sapore di marmellata per inghiottire quell’attimo di sapore di amaro in bocca, la ritengo una indecenza.

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