IL REFERENDUM TRADITO

di GIANFRANCO MIGLIO*

“Ora che l’attenzione dei politici viene tutta concentrata sulla contesa elettorale, è forse possibile avanzare qualche considerazione pacata e ragionata a proposito della questione del referendum: una questione che, come tutti sanno, ha costituito lo scoglio su cui è naufragata la legislatura.

La Costituzione al secondo comma dell’art. 1 afferma “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Le forme con le quali (sempre secondo la Carta) il popolo manifesta la propria volontà sono: a) l’esercizio diretto della sovranità attraverso il referendum abrogativo (art. 75); b) l’esercizio quasi diretto costituito dal referendum condizionato sulle leggi di revisione della Costituzione (art. 138 2 e 3 comma); c) l’esercizio indiretto materializzato nell’elezione dei membri del parlamento (art. 56 e seguenti) e in tutti gli altri casi in cui si prescriva l’elezione di rappresentanti. In questa terza forma la volontà del popolo sovrano si manifesta attraverso un mandato conferito a dei mandatari (gli eletti).

Secondo ragione (e mi piacerebbe conoscere chi fosse disposto a sostenere il contrario) l’esercizio diretto di una funzione deve prevalere sempre su quello indiretto: nel senso che in caso di concorrenza il primo ha la precedenza sul secondo.

Ora è proprio di questo elementare criterio giuridico che si sono dimenticati i parlamentari, quando hanno confezionato (molto in ritardo e molto di malavoglia) la legge 25 maggio 1970 n° 352 destinata a regolare l’esercizio del referendum e prevista dall’ultimo comma dell’art. 75 della Costituzione.

I parlamentari -infatti e in primo luogo- hanno ignorato che la Carta (come si è già visto) vuole l’esercizio della sovranità popolare “nelle forme e nei limiti” della Costituzione e non della legge: ponendo così dei limiti molto ristretti alla discrezionalità di chi avrebbe dovuto confezionare la legge prevista dall’art. 75. Poi nel merito i parlamentari hanno violato nettamente la gerarchia delle forme di manifestazione della sovranità quando hanno sbrigativamente sottoordinato le esigenze di attuazione di una prova referendaria (esercizio diretto) alle esigenze del rinnovo del Parlamento (esercizio indiretto).

Difatti l’art.31 della legge stabilisce che “non può essere depositata richiesta di referendum nell’anno anteriore alla scadenza di una delle due Camere e nei sei mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali per le elioni di una delle Camere medesime”. E l’art. 34 della stessa legge (divenuto famoso) prescrive che “nel caso di anticipato scioglimento delle Camere o di una di esse, il referendum già indetto si intende automaticamente sospeso all’atto della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del decreto del Presidente della Repubblica di indizione dei comizi elettorali per l’elezione delle nuove Camere, o di una di esse. I termini del procedimento per il referendum riprendono a decorrere a datare (addirittura) dal 365° giorno successivo alla data della elezione”.

L’orientamento ostile all’esercizio diretto della sovranità popolare si riscontra infine nell’art. 38 della legge ove si ordina che, qualora l’esito di un referendum risulti contrario all’abrogazione di una legge non possa proporsi una nuova prova referendaria sulla legge stessa “prima che siano trascorsi cinque anni”. Si pensi all’eventualità di una legge che si sia salvata per il rotto della cuffia (è un po’ il caso del finanziamento pubblico dei partiti): perché sottrarla al reiterato giudizio popolare, “ibernandola” per cinque anni?

La conclusione è che (come ho sostenuto in un’intervista televisiva ) la legge del 1970 è contraria allo spirito della Costituzione, e c’è ben altro da fare, nei suoi riguardi, che accorciare la sospensiva dell’art. 34. Nel congegnarla il parlamentari hanno (abusivamente) privilegiato il momento (e l’interesse) della loro legittimazione a governare: si sono sentiti e si sentono sempre) come i veri ed unici sovrani. Perciò è necessario capovolgere l’ispirazione di quella legge: facendo sì che quando il referendum è stato correttamente introdotto, la sua attuazione goda del diritto di precedenza sulle prove elettorali: il semaforo rosso deve scattare per le elezioni politiche, non per il referendum. Certo, Bisogna riconoscere che l’ostilità verso l’esercizio della sovranità popolare viene da lontano. Nella mia Repubblica migliore ho individuato l’origine di tale scetticismo negli stessi ambienti della Costituzione, quando perfino Arturo Carlo Jemolo esortava un paese come questo, “privo di grande educazione politica” a rinunciare alle prove referendarie. Insomma, proprio mentre ci si vantava di rifondare la democrazia si proclamava la stupidità congenita del popolo.

E si approdava così al risultato finale di una gigantesca contraddizione. Perché mai il popolo sarebbe un povero incapace quando qualcuno cerca di fargli esprimere direttamente il suo giudizio su un problema di rilievo, e diventerebbe invece fonte di saggezza quando viene costretto a scegliere e a legittimare chi dovrà governarlo?

Se non si tiene ben fermo il principio della sovranità (volontà) popolare, perché mai io cittadino dovrei riconoscere e accettare l’autorità e le decisioni dei membri eletti del Parlamento? Il loro potere si fonda forse sul caso, o sulla forza?

Intendiamoci: sono pronto a dimostrare che, nei fatti, le cose vanno proprio così, ma qui io sto facendo un discorso concernente la legalità e il rispetto della Costituzione: non osservare queste forme vuol dire accettare la legge della giungla.

Quanto ho scritto fin qui non vuol dire, naturalmente, che l’istituto referendario –così come delineato dalla Carta- sia soddisfacente. In modo particolare, l’averlo ristretto alla sola funzione abrogativa non solo costringe chi lo pratica a proporre quesiti contorti e fuorvianti, ma rende anche oscura la sua funzionalità e compatibilità rispetto ai programmi e agli impegni di governo. Personalmente ritengo, per esempio, che le domande poste dai referendum pendenti (in particolare quello sull’energia nucleare) non siano né opportune, né (soprattutto) atte a risolvere i problemi cui si riferiscono.

E poi c’è la questione dell’uso improprio dell’istituzione: alcuni partiti sono diventati passionali difensori del referendum, perché speravano con quel mezzo di “schiodare” un elettorato immobile per eccesso di legame personale-clientelare. Gli Italiani quando si tratta di designare dei rappresentanti, votano sempre allo stesso modo, quando invece si pone loro un quesito sganciato dalla scelta delle persone, allora si “liberano”, e decidono in modo difforme da quello suggerito dai partiti a cui fanno abitualmente capo. Se i referendum celebrati in passato fossero stati proposti nel contesto di una prova elettorale, non avremmo ancora l’indissolubilità del matrimonio, e di aborto non si parlerebbe nemmeno.

Paradossalmente (ma non tanto) il referendum ha occupato lo spazio in cui dovrebbe esplicarsi la scelta propriamente politica, in quanto distinta (interesse generale) dalla rivendicazione degli interessi frazionali (rappresentanza): quello spazio che, nei regimi parlamentari corretti, è riservato alla scelta popolare del “decisore” (capo del Governo). Coloro i quali, un giorno, saranno chiamati a riscrivere la Costituzione, dovranno tener conto anche di questa disfunzione. Ma- mi preme rilevarlo subito con la massima chiarezza- non dovranno mirare a ridurre lo spazio del referendum, bensì a muoversi in senso del tutto contrario. Qualche giorno fa il segretario del Partito repubblicano ha contrapposto alla diffidenza sua, e del suo partito, l’istituto referendario, una esplicita difesa della sovranità del Parlamento e del primato del mandato rappresentativo. E il segretario della Democrazia cristiana ha mostrato di apprezzare tale posizione. Mi duole doverlo affermare, ma sono, questi, atteggiamenti di pura e sterile conservazione. La rivoluzione che, da un ventennio a questa parte, sta accelerando in misura impressionante la produzione e la trasmissione delle informazioni, promette ormai di liquidare, entro qualche decennio, le secolari procedure su cui si basa l’istituto parlamentare.

L’idea che le preferenze dei governati possano manifestarsi normalmente soltanto per il tramite di rappresentanti e che la volontà dei primi debba prendere necessariamente la forma di un’adesione (consenso) alle “verità” proposte dai candidati al potere, questa idea sta per uscire dalla storia. Perché spezza il legame fra legittimazione del governante e ricognizione delle opinioni dei governati.

Fra poco tempo (nei paesi civilmente avanzati) i cittadini non solo potranno “votare”, o esprimere il loro parere su una quantità di argomenti standosene a casa loro, in tempo reale e senza farsi stordire da arcaici riti comiziali, ma saranno in grado di riconoscersi, di raggrupparsi e “corporarsi” autonomamente anche a grandi distanze, e soprattutto di contarsi, indipendentemente dalle iniziative dei pubblici poteri. Le “elezioni” le farà ogni cittadino e le tecniche di potere politico dovranno cambiare radicalmente: un’età e un’arte di governo, cominciate con i missi carolingi, arriveranno alla loro fine. Altro che far la guerra ai referendum.”

*Pubblicato su: Il Sole 24 ore, n. 144, 27 maggio, 1987.

 

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One Comment

  1. Giacomo says:

    Ecco lo scritto di un “reazionario fascista e razzista” additato a imperitura infamia dai benpensanti itaglioni del tempo che ora, benché un po’ imbolsiti, applaudono lo stato d’eccezione di Carl Schmitt e il decisore di ultima istanza Monti che agisce libero da qualunque controllo popolare.

    Studiamo a fondo Gianfranco Miglio se vogliamo uscire dalla nostra condizione di utili idioti che servono fedelmente i propri aguzzini, italiani e non.

    Grazie Leo per avere riesumato questo scritto.

    Sovranità popolare!

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