Il prezzo delle Primavere arabe. Padre Samir: i governi non vogliono controllare…

primaveredi GIUSEPPE REGUZZONI

(Premessa – Nel marzo 2012, quando ancora si faceva la conta degli effetti delle primavere arabe, accolte dalla comunità internazionale e dai partiti come la rivoluzione francese dei poveri diseredati del terzo mondo, qualcuno avanzava serie legittime domande sulle manovre e sul reale impatto democratico di questi passaggi epocali. Con l’amico e collaboratore Giuseppe Reguzzoni, nel periodo della mia direzione al quotidiano la Padania, concordammo una indispensabile intervista a padre Padre Samir Khalil Samir su Islam e mondo cristiano, nel Vicino Oriente e in Occidente. Era il 25 marzo 2012. Ora riproponiamo come documento storico questa testimonianza. Più che attuale. Stefania Piazzo)

 

Padre Samīr Khalīl Samīr, Gesuita arabo, è forse il massimo esperto di relazioni cristiano-islamiche. Ha insegnato al Pontificio Istituto Orientale di Roma, al Centre Sèvres di Parigi e nelle università americane di Georgetown e Washington D.C. Dal 1986 vive in Libano, dove insegna all’Université Saint Joseph di Beirut. È autore di oltre 40 libri e di più di 500 articoli e consulente per le questioni mediorientali per numerosi uomini di Chiesa e politici europei. I suoi principali campi di indagine sono l’Oriente Cristiano, l’Islam e le relazioni fra Cristiani e Mussulmani.

Lo incontriamo a Sesto Calende, in occasione di un incontro organizzato dal Centro Culturale Dell’Acqua e patrocinato dagli assessorati alla cultura dei comuni di Sesto Calende e Mercallo, dedicato alla presenza delle comunità islamiche in Italia.

Il timore di una progressiva penetrazione islamica attraverso il canale dell’immigrazione è una teoria o una preoccupazione fondata?

Da parte dell’emigrato non è fondata, perché viene per cercare lavoro. Ma certamente c’è anche chi, tra i politici islamici, pensa a  utilizzare gli immigrati mussulmani per una penetrazione islamica in Occidente. Questo avviene generalmente attraverso imam formati o in Egitto o in Arabia Saudita. Sono loro, spesso, a cambiare la mentalità degli immigrati mussulmani e a dare alla loro mentalità un carattere più radicale, creando così, lentamente, un islam fondamentalista.

Come è percepita la volontà di dialogo da parte degli immigrati islamici?

Il dialogo può essere visto da parte di alcuni come un metodo per convertire, una sorta di furbizia, per convertire i Mussulmani, ma questo è raro. Il dialogo può essere visto anche come una debolezza, nel senso che io non sono capace di affermare con forza il mio punto di vista e mi apro al compromesso. Ma ci sono anche quelli che apprezzano, soprattutto l’immigrato comune, semplice, non ideologizzato, che è felice di trovare delle persone con cui aprire uno scambio. Dialogare resta l’unico modo per creare la fiducia ed è un arricchimento reciproco. Deve restare chiaro che il dialogo non può mai significare cedere sui miei principi, norme o dogmi. Non può essere un compromesso.

Quale ruolo possono svolgere in queste dinamiche le moschee, che si vanno moltiplicando anche in Italia?

La moschea non è una chiesa. Per il mussulmano è il luogo dove tutto ha luogo, lo spazio della preghiera, della propaganda, della politica. Si è visto la moschea di Viale Jenner fare propaganda per la Jihad, perché l’Islam è un progetto globale: religioso, economico, politico, militare … E la moschea è il centro di questo progetto. Dunque se vogliono una moschea, la prima cosa da dire loro è che in Italia un luogo di culto deve essere solo religioso, senza spazio per gli altri aspetti. Secondariamente, in Italia ci sono delle norme, urbanistiche, per esempio, e chi non le segue non può ricevere dei permessi. Terzo: lo Stato o il Comune hanno il diritto e il dovere di controllare, quando hanno dei dubbi, quel che si fa lì dentro; vale per le chiese, e deve valere anche per le moschee, proprio per la funzione plurivalente che la moschea ha nella cultura islamica. Da ultimo, proprio per controllare, si deve chiedere di usare la lingua del Paese, anche perché questo aiuta ad integrare, che è il bene dell’immigrato; se non si integra, non avrà successo nella vita.

Da molte parti si invoca il principio di “reciprocità”: luoghi di culto ai Mussulmani in Italia, ma chiese nei paesi islamici dove oggi queste sono negate …

Il principio di reciprocità non può essere applicato con l’individuo, un marocchino immigrato potrebbe rispondere: che c’entro io con l’Arabia Saudita. Ma può essere applicato dallo Stato, in questo caso, italiano, chiedendo il rispetto della, come contraccambio, anche a paesi come l’Arabia Saudita. Ai singoli individui, invece, si deve chiedere il pieno rispetto di tutte le norme del Paese che li ospita.

A proposito di chiese cristiane in Medio Oriente, i dati sulla fuga dei Cristiani da paesi come l’Iraq sono inquietanti. Da un milione e mezzo di fedeli, si parla una comunità ridotta a quattrocentomila persone, continuamente minacciate. Che cosa può fare l’Occidente?

Anzitutto deve avere il coraggio di criticare i governi che permettono queste cose e fare pressione su di loro. È troppo facile per quei governi dire: «non riusciamo a controllare, non dipende da noi». La verità è che non vogliono controllare, visto che sanno benissimo chi sono i fanatici. La seconda cosa da fare è aiutare i Cristiani a rimanere nei loro paesi, attraverso la politica, ma anche attraverso  un sostegno economico, che permetta loro di sviluppare delle opportunità lavorative. Da ultimo, in certe situazioni si deve dare accoglienza, offrire la possibilità di emigrare e avere asilo politico; parlo degli immigrati cristiani in quanto perseguitati. Faccio l’esempio della Siria. Ad Homs ci sono un migliaio di famiglie cristiane fuggite, perché prese di mira tra i due campi, governativo e ribelli, e sono loro le vittime. I Mussulmani delle città intorno hanno occupato le loro case e ormai non possono più tornare a casa e rischiano di emigrare avendo perso tutto.

Molti in Italia non sanno neppure che esistano delle chiese d’Oriente di lingua araba. Nella mentalità comune è passata l’equazione arabo uguale mussulmano. È davvero così? Che cosa significa essere pienamente arabi e pienamente cristiani?

Certo che è possibile, perché noi eravamo arabi prima che nascesse l’Islam. Esiste un cristianesimo arabo documentato già negli Atti degli Apostoli e abbiamo una letteratura araba cristiana anteriore all’Islam. Cristiani ed Ebrei erano gli unici che sapevano leggere e scrivere in arabo quando nacque l’Islam. Essere arabi è un fenomeno culturale, non è una razza. Essere cristiani è un fenomeno religioso. La stragrande maggioranza dei Mussulmani non sono Arabi, né di razza né di cultura. Oggi tra gli Arabi c’è una percentuale ridotta di Cristiani perché molti sono stati costretti a emigrare. Negli USA, Brasile, Argentina e Sud America gli Arabi sono in maggioranza cristiani.

Qual è oggi la principale minaccia per le chiese cristiane d’Oriente?

La minaccia viene essenzialmente dall’Islam radicale:  Salafiti, Fratelli Mussulmani, Jihadisti … Questi movimenti si sono molto sviluppati dagli anni Cinquanta in poi e, oggi, hanno un influsso assai grande sulla popolazione mussulmana. È questo il nostro problema di oggi, che cinquant’anni fa non c’era. Da questo nuovo fenomeno deriva tendenza a fare degli stati arabi degli stati mussulmani, introducendo la sharìa islamica come norma di legge. Questo è lo scopo di Salafiti e Fratelli Mussulmani. Il che rende ingiusta la vita dei Cristiani e difficile quella dei Mussulmani. Infine la pressione religiosa dell’Islam spinge i Cristiani o a emigrare o a diventare mussulmani, anche a causa dei problemi economici e amministrativi.

La  primavera araba è davvero una stagione nuova?

La cosiddetta primavera araba è partita bene e ha dato molta speranza. Dopo due mesi è stata recuperata dai movimenti islamici integralisti, sia in Tunisia che in Egitto che altrove, e adesso in Siria. E allora questo ha snaturato la primavera e a dirlo sono gli stessi giovani che ne furono protagonisti. Vediamo quel che è successo i Tunisia: dove il partito islamico, con Ranushi, ha preso il potere in uno stato che prima era il più laico dei paesi arabi, almeno dagli anni Cinquanta. Peggio ancora  vanno le cose in Egitto, dove hanno vinto le elezioni, i Fratelli Mussulmani e Salafiti con il 70%.  E ora in Siria, dove sotto l’influsso di Arabia Saudita e Qatar il movimento si è islamizzato. Lo stesso in Libia, dove con  l’influsso del Qatar, sono andate al potere delle correnti islamiche radicali. Per es. su YouTUBE si vede un gruppo di una trentina di libanesi che distrugge il cimitero cristiano italiano al grido di «Allah A Akbar», Allah è Grande, e «Distruggiamo le croci».

Sarà mai possibile aprire una missione cattolica in paesi come l’Arabia Saudita? I Protestanti lo fanno, ma solo e ovviamente clandestinamente …

Per la Chiesa Cattolica è  strutturalmente quasi impossibile. Ma la prima cosa da fare oggi è lanciare la missione in Italia e in Europa per evangelizzare i Mussulmani. Non si tratta di fare proselitismo con violenza, ma di offrire il messaggio e la libertà del vangelo a queste persone. Sono scandalizzato talvolta dall’atteggiamento di sacerdoti e persino vescovi che rifiutano il battesimo a immigrati mussulmani che lo chiedono, col pretesto che è rischioso. Devo informare chi lo chiede sul pericolo che corre, ma devo affermare che il Vangelo è la fonte di liberazione per tutti, la più straordinaria e interiore. Dovremmo educare i Cristiani, in genere, e i sacerdoti, in particolare, ad annunciare il Vangelo in Europa.

Che ne pensa di quel sacerdote italiano che ha aperto la sua chiesa alla lettura del  Corano?

Le nostre chiese non sono luoghi dove leggere il Corano. I Mussulmani possono leggerlo fuori. In chiesa si annuncia il Vangelo.

Sarà mai possibile aprire una missione cattolica in paesi come l’Arabia Saudita? I Protestanti lo fanno, ma solo e ovviamente clandestinamente …

Per la Chiesa Cattolica è  strutturalmente quasi impossibile. Ma la prima cosa da fare oggi è lanciare la missione in Italia e in Europa per evangelizzare i Mussulmani. Non si tratta di fare proselitismo con violenza, ma di offrire il messaggio e la libertà del vangelo a queste persone. Sono scandalizzato talvolta dall’atteggiamento di sacerdoti e persino vescovi che rifiutano il battesimo a immigrati mussulmani che lo chiedono, col pretesto che è rischioso. Devo informare chi lo chiede sul pericolo che corre, ma devo affermare che il Vangelo è la fonte di liberazione per tutti, la più straordinaria e interiore. Dovremmo educare i Cristiani, in genere, e i sacerdoti, in particolare, ad annunciare il Vangelo in Europa.

Che ne pensa di quel sacerdote italiano che ha aperto la sua chiesa alla lettura del  Corano?

Le nostre chiese non sono luoghi dove leggere il Corano. I Mussulmani possono leggerlo fuori. In chiesa si annuncia il Vangelo.

 

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