Il pregiudizio di classe del progressista Michele Serra: solo gli sfigati fanno le scuole tecniche e sono bulli

scuoladi RICCARDO POZZI -La  vera essenza delle persone può restare nascosta per anni, e per anni relegata in angoli della coscienza poco frequentati. Poi, improvvisamente, quando l’età che avanza corrode alla base le nostre mura inibitorie e compromette le nostre allenate arti della dissimulazione, esce di prepotenza ciò che pensiamo veramente e non abbiamo mai davvero svelato.

Michele Serra è un giornalista di chiara fede progressista e dalla tagliente ironia. Lo ha dimostrato usando  il fioretto della sua sofisticata prosa con avversari e antagonisti, qualche volta anche con i propri riferimenti politici, ai quali non ha risparmiato la ruvida cartavetro delle sue analisi.

Ma proprio sulle capacità di analisi è stavolta inciampato rovesciando  il suo sorprendente pensiero sulla differenza di qualità civica tra studenti degli istituti tecnici e professionali al confronto con quella degli studenti dei licei.

Come un moderno Superciuk, lo sgangherato supereroe degli “Alan Ford” che rubava ai poveri per dare ai ricchi  (la loro buona educazione rispettava il suo lavoro da netturbino mentre i poveri sporcavano troppo), il nostro Michele ha finalmente sputato ciò che davvero girava tra i suoi arguti neuroni a proposito delle classi meno abbienti, che nel suo assunto affollano con predominanza scuole tecniche e professionali.

I poveri sono più ignoranti e perciò più esposti al bullismo che dell’ignoranza  è specchio, così come sono più aggressive   perché controllano meno il linguaggio e il suo uso, la violenza sarebbe insomma diretta conseguenza della mancanza di parole degli  strati meno classicamente istruiti. I poveri mandano i figli a fare studi con immediato sbocco professionale e i benestanti nei licei che la riforma Gentile del ventennio aveva previsto come fucina della classe dirigente del paese. E’ possibile che sia anche vero.

Il punto è che Serra, per anni, ci ha frantumato tutto il frantumabile proclamando la divisione in classi come una violenta anomalia economica  ma un sostanziale pregiudizio politico, un luogo comune ormai custodito in polverosi salotti dalla irrespirabile vetustà.

E adesso se ne esce con questa amara ammissione, senza nemmeno sentire il bisogno di sottolineare che sia lui che i suoi figli hanno frequentato i licei, cioè credendo, prima di tutto con il loro profondo lato intimo, nella superiorità di quegli studi.

Con tutta l’ammirazione della cultura umanistica la cui bellezza appartiene a tutti, l’aver affidato la direzione di questo paese alle mani di chi traduce Platone e ignora i grafici o aborre un meccanismo, non pare aver prodotto risultati economici particolarmente brillanti.

Ma la cosa più divertente della vicenda è osservare i più feroci antiborghesi della nostra storia recente, accomodarsi elegantemente, sia pure scuotendo sconsolatamente il capo,  nei comodi cliché medio borghesi tanto combattuti.

Borghesi una volta piccoli piccoli, oggi progressisti, educati  e autocoscienti, con i rampolli allungati sui divani di case grandi e chic.

Quanta acqua è passata dai paginoni centrali del “Male” con la Vergine Maria disegnata a gambe aperte per ospitare un presepe tra le sue intimità, mentre oggi quei redattori si indignano per le violazioni alla libertà di culto delle amministrazioni che si oppongono a  nuove moschee.

Molta acqua è passata dagli industriali illuminati che chiamavano il panfilo “Poteve opevaio” e oggi non solo hanno portato gli stabilimenti in India ma si permettono anche il figliolo deputato in parlamento e impegnato a  difendere l’occupazione.

Un sincero plauso, come scriveva il nostro, ai Micheliserra, alle Concitedigregorio, ai Federichirampini, ai Beppisevergnini e a tutti gli altri “de sinistra”  che, certificando involontariamente la loro diversità, ne fanno una questione di censo, guardandosi bene dal mischiarsi con il popolino ( ma non avevamo dubbi), mentre la vicenda del bullo che riceve cascate di analisi sociali è risolvibile con una iniezione di sensata autorevolezza e un sempre tardivo, taumaturgico calcio in culo.

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