Il peso – economico – delle tessere nei partiti

quote partitidi OPENPOLIS – In passato i partiti basavano la loro attività, anche economica, sugli iscritti, ma nella seconda Repubblica il loro ruolo è diventato marginale. Con l’abolizione del finanziamento pubblico le tessere potrebbero tornare ad avere un certo rilievo.

Nella prima Repubblica, iscritti e militanti non erano solo una risorsa organizzativa fondamentale per il consenso e la presenza territoriale dei partiti. Costituivano anche unarisorsa economica importante per finanziare le attività politiche: le due maggiori forze politiche italiane, ancora negli anni ’70, contavano da sole oltre tre milioni di iscritti.

Negli anni successivi, venuti meno i partiti di massa, quelli di nuova fondazione hanno perso iscritti. Per questo gli introiti del tesseramento sono diventati una quota residuale del finanziamento alle formazioni politiche. La loro principale fonte di entrate nella seconda Repubblica è infatti di origine statale. Tra 1994 e 2013, lo stato ha erogato ai partiti quasi due miliardi e mezzo di euro (per la precisione 2.480.702.266,11).

Oggi il taglio dei rimborsi impone la ricerca di nuove fonti di entrata, e la necessità di contare anche sul contributo dei sostenitori per mantenere in attivo il partito. Un contributo che può manifestarsi con le donazioni e il 2×1000 (previsti dalla legge 13/2014, che prevede anche detrazioni fiscali per le donazioni liberali) ma anche attraverso il rinnovo della tessera di partito. Vediamo come cambia la consistenza di questa forma di finanziamento tra 2013 e 2014 (l’anno prima e quello dopo l’introduzione della riforma).

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