LE PAROLE A VANVERA DI POLITICA E GIORNALISMO

di SERGIO SALVI*

Non è corretto apporre su di un barattolo di carciofi sott’olio una etichetta con la scritta “tonno pinna gialla”. Eppure, in politica e sui giornali, succede spesso così. Ci limiteremo, al momento, ad accennare ad alcuni esempi futili ma indicativi di un malcostume diffuso che sconfina nel campo delle idee e della prassi e compromette la serietà e la coerenza delle nostre classi dirigenti.

Il lettore ricorderà come qualche anno fa fosse di gran moda, tra i politici e i giornalisti, l’uso del termine “inciucio”. Era un abbaglio evidente e addirittura offensivo nei confronti del popolo napoletano: il quale, nel suo idioma proprio, chiama “inciucio” il pettegolezzo da vicolo (un gradino sotto il più nobile gossip). Politici e giornalisti, cui nessuno chiedeva una competenza linguistica specifica in proposito, hanno voluto strafare ed hanno assunto e diffuso questo termine napoletano nel significato, del tutto errato, di “accordo sottobanco”. In napoletano, questa prassi sconveniente si dice, invece, “inguacchio”. Si tratta di un errore marchiano, oltre tutto voluto e cercato, che ha inquinato i termini di un dibattito assai interessante sul piano del costume politico.

Un altro abbaglio, assai più significativo sul piano delle idee, quando queste vengono riassunte frettolosamente in formule di vasta diffusione, è relativo all’uso del termine “antisemitismo” affibbiato ai nemici, veri o presunti, dello Stato di Israele e del mondo ebraico.
Hitler, e con lui molti altri, sulla scorta di idee nebulose di origine filosofico-letteraria, credeva nell’esistenza di una “razza semitica”, sostanzialmente malvagia, di cui gli ebrei erano il massimo esponente. E credeva nell’esistenza contrapposta di una “razza ariana”, purissima e durissima, di cui i tedeschi erano il fiore più luminoso. Di qui le radici teoriche, del tutto fallaci, di un comportamento criminale sul quale non è il caso di dilungarci.

Oltre tutto, il concetto di razza è molto cambiato con l’apporto della genetica e la scoperta del DNA. Hitler era, sostanzialmente, un ignorante che sfiorava l’analfabetismo culturale. La scienza moderna aveva infatti, da quasi un secolo, affermato che i semiti non sono una “razza” ma un gruppo linguistico che accomunava arabi, ebrei, fenici, aramei, etiopi e perfino maltesi. Così come gli ariani non erano una razza ma un gruppo linguistico formato da coloro che parlano le lingue indeuropee: inglesi, francesi, tedeschi ma anche persiani e indiani. In realtà, dati dell’antropologia fisica alla mano, si può dire che molti parlanti indeuropeo sono geneticamente uguali a molti di coloro che parlano le lingue semitiche. Anche le razze sono trasversali.

Ma chi sono oggi i semiti? Anzitutto gli arabi, che assommano a 220.000.000. Gli ebrei sono soltanto 13.000.000 e la loro lingua storica, semitica al pari dell’arabo, si è estinta prima della nascita di Cristo, il quale parlava, come tutti i palestinesi di allora, una lingua semitica diversa: l’aramaico. Gli ebrei della diaspora, cioè la loro maggioranza assoluta, erano passati a parlare le lingue dei paesi nei quali erano emigrati, che erano spesso lingue “ariane”. L’ebraico rimaneva la lingua, ormai quasi incomprensibile, impiegata nel culto da coloro che mantenevano la fede giudaica. Perfino lo yddish, lingua nella quale molti ebrei si esprimevano, era un dialetto tedesco, sia pure infarcito di elementi ebraici, formatosi in Renania ed esportato in tutta l’Europa orientale: un idioma sostanzialmente indeuropeo, pertanto “ariano”. Erano rimasti semiti soltanto gli ebrei emigrati nei paesi arabi in quanto erano passati ad una lingua semitica diversa: l’arabo, appunto.

È tuttavia accaduto che un intellettuale ebreo, di origine lituana, riprendesse, alla fine dell’Ottocento, l’antico ebraico, lo dotasse dei termini moderni necessari alla vita di oggi, e inventasse il “neo-ebraico”. Il nome, benemerito, di questo glottologo, è Eliezer ben Yehuda. La lingua da lui parzialmente risuscitata, ovviamente semitica, piacque a molti ebrei e venne assunta quale lingua ufficiale del neonato Stato di Israele, il quale provvide a diffonderla e a imporla sul suo territorio.
Israele conta attualmente circa 8.000.000 di abitanti, quasi 4.000.000 dei quali parlano ormai correntemente il neo-ebraico. Ma in Israele stessa, e soprattutto nel resto del mondo, esistono almeno 9.000.000 di ebrei che ignorano il neo-ebraico e non sono pertanto semiti. Quasi tutti sarebbero allora, secondo i termini di una volta, “ariani”.

Chi sarebbero, dunque gli “antisemiti”? Paradossalmente, proprio i nemici degli arabi, che sono il gruppo semitico più consistente e non hanno mai cessato, durante i secoli, di parlare la loro lingua. Abbiamo fatto due esempi di cattivo uso delle parole, da parte di politici e di giornalisti. Ma questo uso, in realtà un abuso che maschera la realtà, può essere esteso a molte altre parole più interessanti: libertà, giustizia, autonomia, federalismo.

Su tutte queste parole andrebbe fatta una indagine storica e culturale che ne ripristinasse il significato autentico. Soltanto allora, dalle parole si tornerebbe alle cose, per spiegare le quali servono termini tali da non indurci in errore (e con noi la maggioranza dei cittadini).

*Con questo primo articolo, inizia la collaborazione dell’autore col quotidiano “l’Indipendenza”

 

 

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9 Comments

  1. Pedante says:

    C’è ancora qualcuno che crede all’antropologo ciarlatano Boas (e i suoi reconditi fini)?

    http://identità.com/blog/2013/08/04/le-razze-non-esistono/

    Ignorante certamente non è il governo israeliano il quale sottoporrà potenziali immigrati provenienti dalla Russia allo screening genetico.

  2. Pedante says:

    http://www.nature.com/news/2010/100603/full/news.2010.277.html

    È solo adesso che la genetica può corroborare la tesi che gli ebrei costituiscano una razza distinta. Non è esattamente la scoperta dell’acqua calda, date le millenarie pratiche matrimoniali endogamiche degli ebrei.

  3. jimmie says:

    Sergio,
    Tutto giusto, bene e bravo. Ma tieni in mente che il vetusto assioma

    Cogito ergo sum.

    andrebbe sostituito con (Lega docet),

    Cogito ergo scappa

    o, per non offendere i latinisti,

    Cogito, ergo fuge

    Riflettendo sugli errori descritti nell’articolo, mi viene in mente la locuzione di un docente di calcolo, il quale, in risposta a un’osservazione cazzuta di qualche studente diceva, “Ma allora lei parla solo perche’ ha la lingua.” – tra l’altro in sonoro e divertente accento bolognese.

    jimmie
    http://www.yourdailyshakespeare.com

  4. Ercole marelli says:

    Se questo è l’inizio di un nuovo collaboratore poveri noi.

  5. Articolo interessante! Sono contento che Sergio Salvi collabori con l’indipendenza.

    Lo stimo molto. RIcordo che uno dei suoi primi libri – se non ricordo male “Le nazioni proibite” pubblicato nel 1976-venne recensito con favore dal professor Alessandro Passerin d’Entréves in un articolo sulla Stampa apparso in quegli anni.

  6. Fabrizio says:

    Giustissimo il rilievo sull’uso improprio di un termine napoletano, sofisticato al di là del necessario quello sul termine “semitico”. Tra linguisti, o aspiranti tali, possiamo anche condividerlo, e andare a cercare il pelo nell’uovo (il fattore unitario di termini come “indoeuropeo” o “semitico” è evidentemente linguistico, ma il loro uso ha un’accezione molto più estesa: ungheresi, baschi, finlandesi, parlano una lingua non indoeuropea, ma chi potrebbe definirli non ariani, o non europei ?), ma nel flinguaggio giornalistico, cioè quello corrente, antisemiti sono gli anti-ebrei, e oggi sono forse più numerosi tra gli altri semiti che tra non gli europei. Se si sta sui giornali, come anche è questo che ci ospita, si usa la loro lingua, non quella degli iniziati.

  7. Antonino Trunfio says:

    un esempio ironico e satirico di cosa siano i pennivendoli e trombette della politica e dei potenti è in questo breve filmato di mia produzione :
    RAI FOR FREEDOM
    http://www.youtube.com/watch?v=DW1bfEao86g

  8. ffortini says:

    Un articolo molto interessante, benvenuto all’autore!

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