Il peccato originale è l’unità d’Italia

di GILBERTO ONETO

Parecchi anni fa l’ambasciatore Sergio Romano aveva pubblicato uno straordinario libricino dal significativo titolo di Finis Italiae.  Vi si sosteneva,  con esempi e considerazioni concretissime, che l’unità d’Italia, dopo essere stata raggiunta con i metodi truffaldini e maneschi che tutti conoscono, era stata conservata e giustificata dal “Partito risorgimentalista”  privilegiando due modi di operare apparentemente contrastanti e alternativi: c’era chi voleva salvaguardare l’unità “col ferro e col fuoco” e chi invece convincendo la gente della sua bontà. Alla prima fazione sono appartenuti tutti i “padri della patria”, gli eroi delle patrie battaglie,  gli amanti delle baionette e dei cannoni, delle guerre e delle avventure coloniali, tutti quelli che – da Crispi a Mussolini – hanno preteso di forgiare il carattere nazionale italiano con l’asprezza delle trincee, delle bombe e dell’eroismo mortifero del “chi per la patria muor, vissuto è assai”. Nella seconda fazione  militano quelli che invece han  cercato di fare gli italiani nelle scuole, nelle caserme, con i “sabati fascisti”, gli inni e tutte le palle retoriche con cui hanno riscritto la storia e inventato culture condivise. Dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, il primo partito sembra aver perso la sua spinta (anche se ogni tanto si inventa qualche bellicosa e patriottica “missione di pace”) a vantaggio del secondo che si è scatenato con televisioni e campionati di calcio. Senza grande successo: non si trasformano le patate in carciofi raccontando balle e così i popoli della penisola non sono diventati italiani.

Analizzando il fallimento delle due scuole di pensiero (si fa per dire), Sergio Romano individuava un terzo strumento che si cominciava a utilizzare per riuscire dove gli altri due avevano fallito: l’unificazione europea. Ipotizzava la possibilità (che poi si è puntualmente verificata) che i patrioti cercassero di smorzare ogni differenza o pulsione autonomista e particolarista all’interno del calderone europeo, sperando di poter scaricare su un contenitore più grande tutte le contraddizioni di quello più piccolo. “Che senso ha dividerci, quando ci stiamo tutti unendo in Europa?” è il mantra che da decenni viene salmodiato.

Ma non è il solo marchingegno che è stato messo in campo. I patrioti hanno utilizzato almeno altri tre progetti “unificanti”: 1 – la diluizione di ogni differenza tramite massicci trasferimenti di popolazione (dal Sud al Nord, dalle campagne ai centri urbani, e poi dall’estero in Italia) per annacquare ogni identità in un meticciato suscettibile di ogni imposizione e vessazione; 2 – l’acquisto del consenso di una ampia fetta di popolazione in grado di condizionare le scelte elettorali mediante tutta una serie di marchingegni di welfare peloso (stipendi pubblici, pensioni facili, prebende e stipendi, posti politici eccetera); 3 – con l’utilizzo disinvolto delle organizzazioni criminali  ampliando a dismisura il loro raggio di azione dal Meridione a tutta la repubblica. Lo sdoganamento delle associazioni criminali è stato uno degli atti più (s)qualificanti del Risorgimento: in cambio della libertà di azione e di nuovi “mercati”, queste sono diventate il più sicuro baluardo del patriottismo italiano.

Insomma, non serve più fare guerre o cercare di indottrinare con la lettura forzata del libro Cuore: l’unità d’Italia si difende distribuendo stipendi e pensioni, riempiendo la Padania di foresti possibilmente prolifici e molesti e consegnando l’economia settentrionale alle varie mafie meridionali. La ciliegina sulla torta è la gioia di appartenere alla patria europea dei finanzieri, dei burocrati e degli usurai. Assieme al tricolore si sventoli il pentalfa moltiplicato per dodici!

Le cronache di questi giorni confermano la cura: territori invasi da frotte di molesti, disordine e criminalità, produttori sempre più oberati dal peso del mantenimento dei parassiti, mafie e camorre che spadroneggiano, politici corrotti e collusi e l’Europa che “ci insegna a stare al mondo”.

In tanti sciagurati si impegnano a preservare e rafforzare l’unità  dello Stato italiano. Il vero problema non sono però pidocchi, foresti, ladri e picciotti ma l’unità politica della penisola. Quello è il peccato originale, la “madre di tutte le nequizie”: tutti gli altri difendono l’unità perché sanno benissimo che possono sopravvivere solo grazie a essa. Liberiamoci dalla prigione unitaria e potremo risolvere tutti i problemi che essa ha generato. Indipendenza!

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2 Commenti

  1. Giancarlo says:

    Parole sante !!
    Ormai parlare di unità d’italia e dell’U.E. e come parlare della stessa cosa.
    Cioè di due fallimenti annunciati e che si stanno concretizzando.
    I Popoli non sono merce ma ideali, idee, tradizioni, lingue, culture, etc…etc.etc… e voler tramutare tutte queste cose in mera moneta e burocrazia delle elites è come buttarsi a mare senza saper nuotare.
    Sia l’italia che l’Europa hanno un peccato originale.
    Il Federalismo. Avrebbero dovuto nascere come unità federali in cui ogni paese ( non più nazione ) sarebbe stato indipendente pur con un’unica moneta ben calibrata e non come l’euro nato solo ed esclusivamente per gli interessi di pochi a danno dei molti.
    Ebbene è solo questione di tempo e tutto questo finirà anche se ci vorrà ancora qualche anno.
    Sia le regioni italiane che i paesi facenti parte dell’Europa con la E maiuscola e non minuscola come oggi potrebbero salvare il salvabile solo se rifondate su basi federali. Come mai la Germania R.F. funziona???
    Anche se è dentro l’Europa funziona, anzi meglio di tutti gli altri paesi. E’ solo perché sono tedeschi o è perché essendo un paese federale esistono due controlli sull’operato delle singole realtà ??!
    Sergio Romano la storia la conosce bene, ma diverse volte l’ho sentito parlare o scrivere articoli sui giornali che sanno molto di retorica stantia risorgimentale. In questi casi mi viene qualche dubbio su di lui.
    C’è o ci fa ?! Come mai in certi casi dice la verità….ed in altri bugie o storture storiche ???
    Andrò a cercare questo libro ” Finis Italiae” e lo leggerò con attenzione ed interesse e poi mi farò un’idea più vicina all’uomo che l’ha scritto.
    W SAN MARCO

    • Gianluca P. says:

      @Giancarlo. Il libretto in questione è interessante e scorrevole. Romano la sa, la sa! In un articolo di qualche mese fa “venetismo vs padanismo”, Oneto definiva Romano uomo colto che da qualche tempo (però) è diventato difensore della ‘cultura ufficiale’. Peraltro, nella prefazione del libro in questione, lo stesso Romano sulla questione “scioglimento dell’unità nazionale”, scrive: “sono troppo conservatore per desiderare un evento che avrebbe effetti incalcolabili e imprevedibili. IL PROGETTO UNITARIO È COMPLESSIVAMENTE FALLITO, ma bene o male gli italiani, in 150 anni di storia unitaria, hanno creato un patrimonio comune fatto di istituzioni, aziende, opere pubbliche, miracoli economici, catastrofi e ricostruzioni, gare sportive, opere dell’ingegno, battaglie combattute insieme e non sempre perdute. Questo etetogeneo patrimonio, disordinatamente stipato negli archivi della memoria nazionale, rappresenta, come direbbero i personaggi dei romanzi di Verga, la “roba” italiana. Se lo stato in cui tutto questo è stato prodotto morisse, la roba andrebbe in gran parte dispersa. Ne vale la pena?”. Romano è sicuramente una persona dalla quale attingere, un analista minuzioso della realtà e uno storico valido. Nei suoi scritti si intravede una presa di coscienza che a tratti alimenta una vena di tristezza nell’animo. Da una parte descrive la deriva del paese, appiccicata sulla sua pelle e dall’altra c’è una sorta di rinuncia definitiva a capire fino in fondo un popolo che esite in quanto chiuso entro dei confini, ma preso individualmente, nel suo intimo, ha come caratteristica inconfondibile ” l’odio di sé”. Autodenigrazione e autolesionismo, non sarebbero occasionali manifestazioni di rabbia civile. Sarebbero l’espressione di un disprezzo profondo che ogni italiano tiene chiuso in se stesso, sul fondo della propria coscienza. Ciascuno tragga le sue conclusioni.

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