Il Pd teme la “vittoria mutilata” e così rispolvera la desistenza

di DANIELE VITTORIO COMERO

A poco più di un mese dal voto, gli scenari per la sera del 25 febbraio sono in continua evoluzione.

Tutta quella sicurezza che ha portato il PD e il PDL al colpo di mano dell’anticipo delle elezioni di due mesi, sta piano piano svanendo.

La forza esibita da Bersani e Monti, allora sicuri padroni del campo, oggi è intaccata da una sindrome devastante, quella della “vittoria mutilata”. Il Cavaliere è ritornato in sella con un colpo di reni, aiutato dai due suoi più terribili nemici, Santoro e Travaglio, con lo show di giovedì scorso su La7, ma anche lui teme contraccolpi dell’ultimo minuto con il processo Ruby di Milano in dirittura d’arrivo.

Berlusconi spera l’impossibile, di prendere al volo quella che viene definita “anatra zoppa”, cioè di azzoppare e appiattire la presunta vittoria di Bersani al Senato.

Il trucco è ben conosciuto da tutti i contendenti fin dal 2006, con la seconda vittoria mutilata di Prodi. La realizzazione non è complessa, richiede di sfruttare al meglio uno dei difetti peggiori del “porcellum”: i due differenti meccanismi di assegnazione della maggioranza attualmente in vigore tra Camera e Senato. La non coerenza del sistema elettorale consente di fare “giochetti” sulle alleanze per rendere differenti le due  assegnazioni dei seggi a sfavore della coalizione di maggioranza.

Il centro sinistra a dicembre era dato in forte vantaggio in tutti i sondaggi, per cui si considerava sicuro vincitore alla Camera, perchè alla prima coalizione sono assegnati in modo automatico 340 seggi su 630. Al Senato, dove non esiste un premio unico, ma 17 premietti regionali, il problema sembrava facilmente risolvibile.

Dai dati dei sondaggi sulle due regioni chiave, la Lombardia  e la Sicilia, emerge che Bersani non riuscirebbe a prendere i due premietti in seggi, mettendo a rischio la capacità di avere una maggioranza in entrambe le Aule.

Niente paura. I democratici sono dei profondi conoscitori di tutte le tecniche dei sistemi elettorali. Infatti, sono andati a rovistare nel loro magazzino delle esperienze, per recuperare la tecnica di vittoria che portò al governo l’Ulivo di Arturo Parisi, con il Prodi I nel 1996.

Il trucco utilizzato per conciliare l’inconciliabile, mettendo insieme il democristiano Prodi con il comunista Cossutta, è stato molto semplice: la desistenza. Cioè, un patto di non competizione. In una cirscoscrizione in bilico, i comunisti cossuttiani si sono defilati, non presentando la propria lista, per far convergere il voto su un candidato moderato dell’Ulivo. Favore prontamente ricambiato da un’altra parte. Alla fine il conto è stato molto positivo, in seggi.

Da un punto di vista politico i conti sono stati saldati due anni dopo, con la sfiducia al governo Prodi. Ma questo poco importa al PD oggi. Piuttosto è interessante leggere i commenti in casa democratica, come quello scritto martedi 15 gennaio dal direttore del quotidiano d’area L’Europa, Stefano Menichini:

In una sola, nervosissima giornata abbiamo avuto la dimostrazione di che cosa funziona e che cosa no, nella strategia elettorale del Pd.
Non funziona farsi troppi problemi (e soprattutto farlo capire a tutti) intorno ai risultati nelle regioni in bilico per il senato. È chiaro, si sa che quello è il punto caldo della competizione.
I democratici devono gettare nelle fornaci di Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia tutto quello che possono quanto a entusiasmo, buoni argomenti, i candidati migliori, possibilmente l’atout Matteo Renzi.
Quello che proprio non devono fare è trasmettere la paura di perdere, e farsene condizionare al punto di architettare impossibili espedienti (tipo la desistenza di Ingroia, ovviamente smentita: a quale costo sarebbe avvenuta, oltre tutto?) e di incolpare le liste concorrenti per la loro semplice presenza com’è capitato coi montiani in Lombardia.
Segnali di debolezza che non corrispondono alla realtà, tradiscono il ritorno a un’antica insicurezza, finiscono per fare il gioco degli avversari soprattutto dopo che per giorni si è andati orgogliosamente a dire in giro che la maggioranza sarebbe a portata di mano del centrosinistra senza l’aiuto di nessuno.
In realtà la questione del senato è difficile, ma andrebbe affrontata in altro modo. Per esempio dicendo la verità…”
 – conclude con la parola proibita – “C’è differenza fra lasciare intendere che le cose andranno comunque a finire così, magari per colpa di una vittoria mutilata..”

Suona come un triste presagio sui bersaniani sogni di gloria, un colpo al possibile risorgimento della sinistra dopo la seconda disfatta prodiana del 2008.

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3 Comments

  1. elio says:

    questo bersani è comunista perche compare qui? basta rossi

  2. Bacchus says:

    Il fattore più importante delle politiche 2013 sarà l’affluenza. L’Italia non è una nazione di sinistra, considerando tutti gli elettori siamo un po’ sotto il 55% di destra e il restante di sinistra. Gli elettori di destra hanno meno interesse ad entusiasmarsi di politica, per cui con un’affluenza alle urne oltre l’80% i due schieramenti si equivalgono. Nel 2013 l’offerta non di destra è molto più frammentata e qui nasce il problema. La destra può contare su poco più del 35% dell’elettorato che esprime il voto, mentre Monti, Bersani, Ingroia e Grillo pescano nel restante. La fetta è sì più grande, ma ci sono anche molti più pretendenti. L’elettorato di IBC e di Grillo ha raggiunto il suo massimo potenziale grazie al riscontro mediatico delle primarie, ecc. e non pescano più niente tra gli indecisi, bacino in cui si rifugiano ancora molti ex-Pdl delusi. Quindi inevitabilmente le percentuali di questi partiti sono destinate a calare, nel caso dell’IBC c’è pure un’erosione del Sel verso RC, più salgono le previsioni di affluenza. Si tratta di valutare a quale livello di partecipazione salta la gloriosa macchina da guerra di Bersani: di sicuro con una partecipazione uguale a quella del 2006, l’IBC può mettere da parte tutti i sogni di gloria.

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