Il pasticciaccio “quote latte” e la bufala dell’algoritmo

di GIANMARCO LUCCHI

Il fantasma delle quote latte perseguiterà l’Italia anche dopo che dovesse essere morta. C’è da giurarlo. In questi giorni ne abbiamo avuto un rigurgito. Una gip di Roma, dopo oltre tre anni di inchiesta condotta da un pm che aveva chiesto l’archiviazione, ha ritenuto, la signora, di rinviare di nuovo gli atti alla Procura perché verifichi l’ipotesi del reato di falso da parte dei funzionari di Agea, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, l’ente governativo che presiede alla gestione delle quote latte e del cosiddetto prelievo supplementare sugli allevatori che superano i limiti di produzione.

In particolare la gip non ha potuto tenere in vita il reato di truffa, in quanto dall’inchiesta non sono stati ravvisati i termini di un illecito vantaggio tratto dai funzionari di Agea. Insomma, secondo il giudice delle indagini preliminari romano i dirigenti di Agea avrebbero falsificato alcuni dati, ma non si capisce a vantaggio di chi.

Il rinvio degli atti alla Procura è servito a rinfocolare gli animi di coloro – allevatori splafonatori e ipermultati in particolare – che sempre hanno contestato il sistema delle quote latte e che mai hanno ritenuto di doversi mettere in regola rispetto alle multe. Una storia infinita, appunto, che mai e poi mai arriverà a conclusione. Se non fosse che l’Italia nel corso di quasi vent’anni ha pagato alla Ue la bellezza di 4,4 miliardi di euro di multe, soldi che Bruxelles non si sogna nemmeno nell’anticamera del cervello di restituire, in quanto per aprire almeno la pratica ha sempre preteso da Roma documenti che comprovassero l’irregolarità del sistema, documenti annunciati e mai arrivati, nonostante gli annunci roboanti della coppia governativa Tremonti-Bossi, sempre respinta con perdite. Di più: la Ue contesta ora all’Italia l’estrema lentezza con cui negli anni sta recuperando dagli allevatori splafonatori le multe anticipate dal pubblico erario.

Ma veniamo all’ultima inchiesta. La decisione della Gip romana di non archiviare ruota intorno al famoso “algoritmo”, grazie al quale, secondo la vulgata comune, sarebbero state ricomprese nelle vacche in fase di lattazione anche i capi da 82 anni, che notoriamente non solo non danno latte, ma addirittura manco sono in vita. In questo modo, è la tesi della Gip, ma a suo tempo anche dei contestatori il sistema, il parco italiano delle vacche in lattazione sarebbe stato aumentato di 300 mila capi, quel tanto sufficiente a giustificare la maggiore produzione dichiarata a Bruxelles, maggiore produzione che dunque sarebbe farlocca con la conseguenza che l’Italia non avrebbe dovuto essere destinataria di alcune multa o prelievo supplementare che dir si voglia.

Il famoso algoritmo, secondo questa versione, sarebbe stato voluto dai funzionari di Agea, e applicato alla Banca dati nazionale di Teramo, non si sa a che fine se non quello di coprire a posteriori la scellerata decisione di qualche buontempone di dichiarare alla Ue una produzione italiana di latte superiore a quella reale. Insomma, gli italiani sono già di per sé abituati a farsi male da soli, ma stavolta avrebbero dato il meglio: si sono fatti male due volte senza che qualcuno ne abbia tratto vantaggio. Ohibò!

Veniamo a qualche spiegazione tecnica. 1) La Banca dati di Teramo, che certifica il numero delle vacche in lattazione in Italia ai fini di una verifica di coerenza rispetto alla produzione del latte dichiarata dagli allevatori, fino a qualche anno addietro non era ritenuta del tutto credibile da parte dei funzionari Ue che, dunque, chiesero ai funzionari di Agea, di introdurre un algoritmo di correzione rispetto ai dati forniti. Quando poi, intorno al 2009-2010, a seguito di numerose verifiche, la Ue certificò di suo pugno che la Banca dati di Teramo s’era messa in linea e i suoi dati erano da ritenersi corrispondenti al numero reale delle vacche presenti sul territorio nazionale, l’algoritmo di correzione introdotto nel sistema informatico andava vanificato. E come venne vanificato in accordo con Agea? Rendendolo assurdo e ininfluente: portandolo a 999 mesi, esso in linea teorica ammetteva nella banca dati le vacche fino a 82 anni, sapendo tutti benissimo che mucche di quell’età non esistono sulla faccia della terra. In sostanza l’algoritmo non doveva correggere più nulla e fu posto nelle condizioni di non avere più alcuna influenza diretta nei valori della Banca dati di Teramo, da quel momento ritenuta credibile nei suoi dati.

2) Il secondo motivo di debolezza nella decisione del gip sta nel voler sostenere che, grazie all’algoritmo modificato, sarebbe stato innalzato di circa 300 mila capi il numero delle vacche in lattazione, in modo cioè da giustificare la maggior produzione di latte dichiarata dall’Italia a Bruxelles. Anche questo è un falso problema, perché le dichiarazioni di produzione a Bruxelles Agea le comunica sulla base delle fatturazioni che essa stessa raccoglie settimanalmente dai produttori. Se si avvalora l’ipotesi sostenuta dalla Gip  che Roma avrebbe dichiarato a Bruxelles negli anni più latte di quello prodotto, la responsabilità non potrebbe ricadere che sui produttori, ma bisognerebbe anche spiegare perché gli allevatori in anni e anni di lavoro avrebbero dichiarato ad Agea di aver fatturato più latte di quanto prodotto: questo sarebbe un ulteriore assurdo tutto italiano. La Banca dati di Teramo – corretta dall’algoritmo o integrale che fosse nei dati – serviva e serve per una verifica di coerenza fra le dichiarazioni di fatturazione degli allevatori e i capi da loro posseduti. Punto.

Per dirla tutta non si è mai visto, tantomeno in Italia, una categoria di produttori che dichiara la propria produzione attraverso le fatturazioni e che poi contesta di aver dichiarato troppo, cioè di aver fatturato più di quello che avrebbe dovuto. Converrete che c’è qualcosa che non va. E’ l’ennesimo capitolo, come detto, di una storia che non vuol finire e dentro la quale le responsabilità non stanno da una parte sola. Un gran pasticcio all’italiana, un pasticciaccio di latte.

 

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15 Comments

  1. servodellimperatore says:

    La procedura di verifica della coerenza produttiva si conclude con la modifica, operata dalle Regioni in seguito all’effettuazione dei controlli, delle dichiarazioni di produzione contenute in sian che risultano non coerenti con la consistenza zootecnica della stalla cui si riferiscono. Ciò, evidentemente, si riflette sulla quantità di latte contabilizzata a consuntivo per la campagna e comunicata all’Ue. A colui che ha scritto l’articolo si può dire una cosa sola: studiare!

  2. Pino says:

    COMPLIMENTI: Uno dei pochi articoli che ho letto molto prossimi alla realtà delle cose. Finalmente non sento più parlare (eccetto che nei commenti) delle fantasiose teorie del complotto, (teoria che la stessa GIP ha sconfessato derubricando ad una ipotetico “falso in atto pubblico”). Fatevene una ragione tutti, in Italia è stato prodotto molto più latte di quanto era possibile coprire con le quote, fermo restando che se seguissimo lo stesso ragionamento, per il solo fatto che qualcuno evade le tasse dovrei smettere di pagarle finchè non si rifanno i conti di quanto avrei dovuto effettivamente sborsare. E addirittura un commento da Robusti che è uno dei pochi che guarda guarda è stato beccato con le mani nel sacco. Ridateci indietro i soldi cari splafonatori che sono nostri!!!

  3. Giovanni says:

    intererssato.
    “Per dirla tutta non si è mai visto, tantomeno in Italia, una categoria di produttori che dichiara la propria produzione attraverso le fatturazioni e che poi contesta di aver dichiarato troppo, cioè di aver fatturato più di quello che avrebbe dovuto. Converrete che c’è qualcosa che non va. E’ l’ennesimo capitolo, come detto, di una storia che non vuol finire e dentro la quale le responsabilità non stanno da una parte sola. Un gran pasticcio all’italiana, un pasticciaccio di latte.”

    Gianluca, dopo questo commento i casi sono 2. O sei in malafede o non hai capito, dopo 20 anni, un tubo. Non serve aggiungere altro. In tutti e 2 casi in questione sarebbe tempo perso.
    Giovanni Robusti

  4. paolo says:

    bello il commentino disinteressato di gianluca che si legge sopra. Magari è quel gianluca marchi direttore de L’indipendenza (dai fatti) ? magari è sempre quel gianluca marchi capo ufficio stampa di agea all’epoca di fruscio? e magari è quel fruscio che in una lettera inviata al presidente di Sin e al direttore di agea chiede che “…vengano sospese le operazioni per la fornitura dei dati relativi alle campagne di produzione lattiera richiesti alla Sin ed a Izs con le note del 31 gennaio 2012….”. in pratica ha richiesto il blocco dei documenti richiesti dal Col. Mantile sulle quote latte. Quando si dice fare il furbo…

  5. gaspare dalla bona says:

    Quando si scrive nero su bianco occorre conoscenza degli argomenti e competenza,altrimenti è falsa informazione,e quello sopra descritto è la favola di cappuccetto rosso senza il lieto fine. La storia inizia nel 1983 e da allora la zootecnia italiana è stata trattata come merce di scambio con i paesi UE,come del resto le altre eccellenze italiane. Ma il latte diventa il business politico-sindacale,meglio non farlo produrre dai nostri contadini e fatturarlo per loro,ecco le quote di carta detenute dalle coop del nord e da molti finti allevatori perfino a Piazza Navona.Ma non è questo il problema,bastava un bambino con il pallottoliere e si sarebbero contate le vacche moltiplicando il loro latte prodotto ed usciva la produzione reale:nel suo articolo asserisce che nessun produttore si sarebbe sognato di fatturare di più per pagarci le multe. E’ vero,ma a produrre non sono state le vacche ma le quote di carta nel cassetto delle sindacali. Legga tutte le relazioni,da quella del Generale Lecca a quella del Colonnello Mantile, In quale Paese del mondo è il controllato a fare il controllore,lo zooprofilattico di Teramo,con la sua allegra gestione politico-sindacale è il responsabile anche della ecatombe della “Blu-tongue”.Ma visto che lei si improvvisa detectiv perchè non ci fa una bella inchiesta su questi argomenti,prima però deve sciacquarsi la faccia con acqua di fonte,stare lontano dalle sindacali e fare un fioretto a Padre Pio,impegnandosi di scrivere verità.

  6. Valentina says:

    L’articolo mi pare del tutto fuorviante rispetto il tema trattato che è molto più complesso della superficiale e semplicista lettura che se ne da, basandosi solo su un ultimo accadimento in merito all’ultimo eclatante processo che ha riguardato la vicenda. La lettura mi sembra addirittura strumentale, ma non voglio peccare in diffidenza senza conoscere bene chi scrive. Voglio pensare che non conosca bene ciò di cui parla. La vicenda entrando nel merito di alcuni punti non può ovviamente essere trattata come:
    – va bene c’è un errore “voluto” ( e questo è accertato dalle indagini) per cui non è un errore ma una falso in atto pubblico, per cui di falsificano i dati nazionali sull’anagrafe bovina e si arriva a sostenere che ci siano migliaia di vacche di 80 anni, quando sappiamo bene che vivono di media 8. La risposta dovrebbero darcela loro. Perché tutto questo falsificare i dati?? Spiegatecelo voi!?

    – È ovvio che questo ha delle conseguenze. Già accertate e documentate non solo da questa commissione di indagini ma anche da altre. Le conseguenza sono la falsificazione dei dati sulle produzioni nazionali e sulla gestione delle quote. Eclatante fu il caso della stalla di miglia di capi ubicata a piazza navona che produceva latte caricato su dati e quote di carta… Capito qualcosa?? Ecco a cosa servono gli animali caricati in più nell’anagrafe bovina.

    – il pasticciaccio all’italiana lo hanno compiuto e messo in atto gente collisa, funzionari corrotti, avvocati e periti con aziende solo sulla carta per caricare latte estero e spillare fondi pubblici ai danni dei cittadini. Delinquenti i sintesi. A questo vanno affiancati tutti coloro che per 20 anni non hanno indagato, hanno ignorato i risultati delle jndagini( evitando di spedirli in europa), hanno accettato il debito ( gli stessi di sopra… Vi dice niente il nome Alemanno- Tremonti?), sindacati collusi, e giornalisti a busta paga. I cittadini, gli allevatori( quelli veri) la nostra economia sono le vittime di questo pasticciaccio, come lo chiama lei. Sicuramente all’italiana, visto che negli altri paesi d’Europa il sistema quote non ha dato questi problemi, e quindi non ci sono stato allevatori pazzi ad “inventarsi ipotesi di reato per non pagare le multe”. Come lei vorrebbe far capire. Nel frattempo abbiamo perso metà della zootecnia da latte, ma il nostro paese grazie a gente del genere citato ha perso molto di più. Ma tranquilli, nel frattempo sarà sempre la povera gente a pagare. A impiccarsi nelle travi delle stalle, a chiudere aziende con secoli di storia. Grazie, grazie anche a voi che fate sempre buona informazione

  7. sperandio pasquali says:

    Signor GIANMARCO LUCCHI
    è evidente leggendo il suo articolo che nn conosce la vicenda se nn per sentito dire.
    Cerchi di informarsi dettagliatamente su questo argomento, è una questione ventennale con diversi colpi di scena dove si vedono coinvolti molti “personaggi” politici di tutti gli schieramenti.
    La invito a visionare attentamente questo sito http://www.wikimilk.com/ qui troverà ogni documento (tutti i documenti sono ufficiali e pubblici) che ha generato questa storia per capire (se c’è la volontà di farlo ovviamente, per nn scrivere articoli condizionati da posizioni personali) correttamente “la vera storia quote latte.”
    Le quote latte sono solo “sfuggite” al controllo di sottomissione del sistema politico, per fortuna ci sono stati dei cittadini che si sono ribellati a questo sistema, cosa che nn è avvenuta in altri settori agricoli….
    Si ponga anche una domanda, chi sono stati agevolati con le quote latte, le ricordo che dal nulla, da un foglio di carta, si sono creati miliardi di euro di valore senza un vero valore economico, questo è signoraggio!!

    • gianluca says:

      Mi spiace per lei ma chi ha scritto l’articolo ci ha lavorato dentro la storia delle quote latte: è stata una vicenda piena di errori e pasticci da tutte le parti, ma proprio quella dell’algoritmo che non sta in piedi, se non per il volere di un gruppettino che continua a sperare di fare il furbo fino all’ultimo… e chiudiamola qui.

      • fabioG says:

        Sig Gianluca, chiudiamola qui un bel corno! Se “la storia delle quote latte è stata una vicenda piena di errori e pasticci da tutte le parti” perchè non inizia a raccontarli? e mi spieghi un po’, se la storia dell’algoritmo “non sta in piedi” come si spiegherebbe la gioia zampillante da tutti i pori dei funzionari di Agea, che si può inequivocabilmente cogliere nelle e-mail scambiate con l’IZS ed intercettate dalla polizia giudiziaria, in cui si considera la modifica dell’algoritmo “proprio ciò che serviva a loro”?

        • gianluca says:

          Dico finiamola perché intanto non si arriverà mai più a nulla di certo: troppi errori e comportamenti interessati si sono sommati fin dagli anni 80 quando il ministro Pandolfi andò Bruxelles dichiarando che l’Italia produceva meno latte di quel che effettivamente era per coprire i produttori in nero. Da lì è sempre andata di male in peggio, e le toppe sono state spesso peggiori del buco. Poi nella Seconda Repubblica la politica si è messa a complicare ulteriormente le cose. Risultato: l’Italia ha pagato tutto questo 4,4 miliardi di multe e scordatevi che l’Europa sia sfiorata anche solo un momento dall’idea di restituire anche solo una parte di quei soldi. Poi ognuno legge le cose come preferisce, ma ormai il risultato è questo. Senza dimenticare che fra i produttori ci sono quelli che nonostante tutto hanno preferito pagare le multe e coloro che hanno messo in sicurezza le loro stalle per non pagare…

          • CorteSuprema says:

            Come si spiega la divergenza di risultati ottenuti tra l’elaborazione con algoritmo a 999 mesi (1.668.156 capi) e l’elaborazione con algoritmo a 120 mesi (1.480.079 capi)?

  8. Gianfrancesco says:

    Faccio presente che non necessariamente doveva esserci un vantaggio così come indica l’autore, perchè la stupidità e l’incapacità lavorano gratis.

    Nel mio piccolo ho assistito ad un tecnico comunale che preparando un preventivo di taglio erba ha quantificato in 3000 metri quadri il prato di una scuola. L’ha quantificato a occhio!!!!!!!

    Gli ho detto, da misero stagista, aspetta che te lo verifico io con autocad in un minuto…

    risultato circa 700 mq, ovvero meno di un quarto.

    Posso garantire che non prendeva una percentuale dal giardiniere, era solo non voglia di lavorare e incapacità ad usare autocad. E se anche le mucche le avessero contate a occhio???

    • enzo says:

      i veneziani costruivano le navi a occhio, ma le facevano così bene che le vendevano in tutto il mondo, ma quella era altra gente……….

  9. Marco Mercanzin says:

    Il vantaggio che non si capisce, e che l’articolista cerca, sta nel fatto che gli allevatori del nord per anni hanno compensato acquistando quote da chi le vacche neppure le aveva. Un giro di soldi andato avanti per anni, con le associazioni di categoria che facevano da mediatore, con relative percentuali. Le eventuali fatturazioni di latte mai prodotto, e che quindi generavano tassazione ( per cui in teoria, chi azzo fattura per pagare tasse su soldi mai presi ?) venivano ampliamente pareggiate dalle sovvenzioni comunitarie, che , mancando i costi di allevamento , visto che le vacche non esistevano e non esistono, comunque permettevano lauti guadagni senza mai vedere una tetta di vacca.
    Condizione necessaria per obbligare gli allevatori onesti a dover compensare la propria presunta sovrapproduzione, acquistando quote ( in prevalenza da aziende del centro sud), era creare la sovrapproduzione. Quindi ecco le vacche di carta, o le vacche come matusalemme.

  10. lombardi-cerri says:

    Burocrati e politici si impadroniscono subito delle parole difficili ( anche se tecnicamente ineccepibili) di cui la maggioranza delle persone non conosce il significato, per sfoderarle al momento opportuno onde tentare di giustificare cavolate imperiali.
    Suggerirei un algoritmo semplice semplice : contare il numero delle mucche esistenti o meglio contare le gambe e dividere per quattro.
    Uno che si beve la dichiarazione che in media le mucche arrivano a superare gli 80 anni è da ricovero per mentecatti.

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