Il Nord spera di diventare l’Argentina?

di GIOVANNI D’ACQUINO

Niente paura, c’è sempre l’Argentina. Ci scappavano come ultima spiaggia i nostri vecchi nonni, soprattutto dal NordEst, nel primo dopo guerra. Adesso la solfa non cambia. Dall’Italia tutti cercano una via di fuga, tranne che i politici. E va bene anche l’Argentina di Bergoglio, alla faccia della vecchia crisi e del tonfo finanziario. Ad andar bene, è sempre meglio immaginare di finire come in Argentina perché lì, almeno, hanno saputo ricostruire un Paese.

Ad oggi i dati dell’emigrazione dicono che   la comunità italiana in argentina si conferma prima per numero di iscritti nell’anagrafe consolare, in crescita del 4,4 per cento rispetto al 2012. Nel complesso gli iscritti sono stati 4.828.279, +3,6 per cento rispetto all’anno precedente (4.662.213). La maggiore presenza italiana quindi si registra appunto in Argentina (836.736), Germania (704.135), Svizzera (582.172), Brasile (407.924), Francia (373.566) e Belgio (266.168), con variazioni significative per il Regno Unito (234.844) – il cui numero di iscritti quest’anno è superiore a quello degli Stati Uniti (229.831) – e per la Spagna (144.252) che sale rispetto ad Australia (140.176) e Venezuela (139.878). La principale comunità italiana si trova a Buenos Aires (279.211), seguita da Londra (221.611).

In totale in America latina sono iscritti all’anagrafe consolare circa 1,7 milioni di italiani. I dati diffusi dalla Farnesina dicono che  il fenomeno migratorio è in ogni caso “circolare”. Dopo l’invasione di latinos, gli italianos… fanno la valigia per cercare un futuro più certo.

Tutta colpa dell’euro? Se fosse così,che dovrebbero dire gli americani che, alle prese con la crisi speculativa del 2008-2009, hanno già riconquistato le vette?

Grazie ai 217.000 nuovi posti di lavoro creati negli Stati Uniti a maggio, l’economia americana – osservano gli esperti – ha di fatto recuperato gli 8,7 milioni di posti di lavoro persi durante la recessione. Precisamente dal settembre 2008, quando fallì Lehman Brothers e prima dell’elezione alla Casa Bianca di Barack Obama. Quindi, è tutta colpa del nemico esterno, di Berlino e dell’euro, se lo Stato italiano è bancarottiere?

Vediamo un altro dato, quello del Pil.

Nel 2013 la caduta del Pil non è stata “molto più accentuata” nel Mezzogiorno. Lo rileva l’Istat nelle stime per area territoriale. A fronte di un calo nazionale dell’1,9%, come già noto, il Sud ha fatto registrare una riduzione del Pil in volume del 4%, doppia rispetto al dato complessivo. Colpa della Merkel? Di Berlino, dell’euro?

I dati, scorporati, dicono che il Prodotto interno lordo che, pur scendendo ovunque, segna ”una riduzione decisamente meno marcata rispetto a quella media nazionale nel Nord-ovest (-0,6%), poco meno intensa nel Nord-est (-1,5%), in linea con il dato nazionale nel Centro (-1,8%)”. L’Istat, fornendo le stime per ripartizione geografica, spiega come si tratti di risultati ”coerenti con i dati relativi ai conti nazionali” già pubblicati a marzo, quando era stato reso noto il calo del Pil esclusivamente sul piano nazionale. Ora l’Istituto arricchisce la statistica incrociando i dati territoriali con quelli settoriali. Ecco che viene fuori come nel Nord Ovest, al forte calo del valore aggiunto nell’industria (-3,3%) abbia in parte rimediato l’aumento dell’1,1% rilevato nei servizi. Nel Nord Est, invece, il ribasso registrato per l’industria (-3,4%) è stato controbilanciato dalla crescita del valore aggiunto nell’agricoltura (+4,7%). Nel Centro Italia le diminuzioni hanno avuto, spiega l’Istat,

”risultati particolarmente negativi” sia per l’industria (-8,3%) che per i servizi (-3,1%), meno peggio e’ andata per l’agricoltura (-0,3%). Quanto all’occupazione, se in Italia ha segnato una diminuzione dell’1,9%, nel Mezzogiorno la contrazione è arrivata al 4,5%. La contrazione più contenuta è stata invece quella registrata per il Nord Ovest (-0,3%).

Insomma, quasi quasi, il Nord può arrivare a sperare di diventare un giorno l’Argentina.

 

 

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5 Comments

  1. marco preioni says:

    LIRE, PESOS, DOLLARI ed EURO

    Arrivai a Buenos Aires nel mese di luglio del 2001 con la giacca estiva, dimenticando che là era inverno … in tutti i sensi.
    Berlusconi aveva appena vinto le politiche reclutando Bossi, Fini e Casini ed io, cittadino prestato alla politica, leghista della prima ora, senatore di indiscussa fede bossiana ma non più al passo coi tempi mutati, non più candidato, mi ero restituito serenamente a me stesso, concedendomi una pausa di riflessione e non meno di un anno sabbatico.
    In questi casi si usa mettersi in viaggio. Mi ero perciò aggregato a mie spese, dando fondo ai punti Millemilia di Alitalia e pagando anticipatamente all’ agenzia i miei pernottamenti in albergo, ad una delegazione di consiglieri regionali trasversalmente unita per rinsaldare i contatti con gli avi emigrati e dimenticati in Argentina. Col pretesto della consanguineità, sotto-sotto, lo riesumato jus sanguinis tornava buono per ragioni meramente elettorali.
    Lo jus soli aveva dato il voto agli italiani nati in terra straniera ?; lo jus sanguinis attribuiva aspettative elettorali in Italia. Era infatti nell’ aria la promessa – poi effettivamente mantenuta nel dicembre di quello stesso anno – di riconoscere all’ italianità nel mondo il diritto-dovere di votare e far presenza nel parlamento di Roma. Al di là del nobile intento, sperando nella riconoscenza degli elettori, era opinione che il premio sarebbe andato al partito che avesse preso l’ iniziativa.
    Non ero mai stato nell’ America latina. Non avevo un’ idea preconcetta. Ma mi aspettavo, chissà perché, un’ atmosfera calorosa e godereccia. Provai invece un senso di freddo e di tristezza.
    Il calore di alcuni incontri era talvolta raggelante: malcelata strumentalità degli inviti ed evidente ipocrisia dietro la foto di gruppo con la bandiera di connazionalità: fratelli coltelli. Era però la sincera conferma che gli italiani d’ Argentina erano proprio, a tutti gli effetti, italiani come noi.
    In attesa che la promessa di voto diventasse per qualcuno la possibilità di essere eletto, i più scaltri ed i più disperati si facevano avanti per millantare conoscenza della politica romana e proporre basi per future candidature a Camera e Senato, pronti al sacrificio di varcare nuovamente l’ Oceano per una indennità da 10.000.000 al mese … più le spese.
    Brava gente, questi italo-argentini, con l’ Italia nel cuore, e l’ ambiguità delle due Americhe nel portafoglio: cambio alla pari tra Pesos e US-Dollars. “E voi, che dalle Lire passerete all’ Euro, come la metterete col Dollaro ?” mi chiese uno di loro, emigrato nel 1946, con figli che poco masticavano l’ italiano e nipoti che chiedevano il nostro passaporto in alternativa a quello spagnolo solo per poter sbarcare negli USA con visto da europei e non da sudamericani. La battuta di risposta non poteva che essere: “Speriamo che con l’ Euro l’ Italia non finisca come l’ Argentina”.

    ***
    E avanti tango … e tango-bond.
    Appena atterrato impattai con lo sciopero dei dipendenti della compagnia aerea di bandiera argentina che stava fallendo. C’ era il clima del vuoto d’ aria che si forma quando crollano le smisurate costruzioni collettive alle quali tutti sottraggono un pezzo per farne un uso privato.
    Nel percorso tra l’ aeroporto e l’ albergo, il bus con un finestrino rotto sommava gelo alle parole dell’ anziana signora di origine tedesca che faceva da accompagnatrice perchè parlava un poco d’ italiano imparato dal marito fiorentino: “vorrei tornare in Europa, ma non ho i soldi”.
    Mi mise freddo la tristezza dei grigi quartieri di periferia con un’ impressionante quantità di cartelli “se vende – se loca”. Seppi che tanti italiani erano proprietari di appartamenti da affittare ma che essendo troppo salate le tasse e pochi gli inquilini davvero solventi, era diventato insostenibilmente oneroso fare il padrone di casa e quindi era in atto la corsa a vendere/svendere.
    Agghiacciante il cambio alla pari tra le due monete (1 peso = 1 dollaro usa): pagavo in dollari e mi davano il resto in pesos … che poi non riuscivo a riconvertire in dollari. Sbalorditivo il prezzo di un caffè in piedi, al banco: un dollaro e mezzo; decisamente troppo per un paese in cui un insegnante guadagnava meno di 500 dollari al mese, equivalenti a poco più di un milione di lire italiane e quindi la metà di un collega romano che pagava però il caffè poco più di mille lire.
    Gli emigrati in Argentina negli anni 50 erano soprattutto impiegati nell’ edilizia; taluni avevano accumulato anche ingenti patrimoni immobiliari. Saturato il mercato della casa ed essendo diffusa la proprietà non trovavano da affittare se non agli immigrati clandestini dal centro America che però, vivendo prevalentemente di espedienti, non erano quanto si potesse desiderare come inquilino.
    L’ agricoltura aveva alti e bassi: in crisi gli allevatori, un po’ meglio i vignaioli ai piedi delle Ande. L’ edilizia in crisi, l’ industria metalmeccanica obsoleta, autarchica e penalizzata dalla più vivace concorrenza brasiliana alla quale però, paradossalmente l’ Argentina forniva energia elettrica che produceva e non sapeva come meglio impiegare. Infatti le industrie brasiliane addirittura dovevano contendersi le ore di fornitura di energia elettrica, la cui produzione essendo inferiore alla richiesta comportava contingentamento, mentre alcuni furbetti italobrasiliani della zona di San Paulo avevano impiantato finte attività industriali per avere accesso a quote di energia che poi rivendevano alla “borsa nera” ad altri imprenditori che avevano urgenze ed emergenze. Il parco auto circolante era vecchio e modesto. Un distinto avvocato di origine italiana era considerato ok viaggiando su una Volkswagen Polo vecchia di cinque anni ma che aveva pagato – credo per ragione di tasse – quanto avrebbe pagato un collega italiano una Audi 4 nuova nel 2001.
    Riportai l’ impressione che vi fosse un divario abissale tra il prezzo delle cose ed il valore dato al “lavoro”: manovali ed impiegati sottostipendiati e poco produttivi e contenuta presenza di produttori veri ma esigenti compensi spropositati per i loro prodotti.
    In sostanza, era come se si stesse dando fondo ai beni accumulati in passato, forse neanche troppo meritati, e certamente non messi adeguatamente a frutto: a Buenos Aires, a La Plata, a Cordova, un po’ dappertutto, c’era una quantità enorme di case per vacanze in vendita a prezzi per noi bassissimi, soprattutto villette nelle zone residenziali e turistiche, mentre il costo dei pasti ai ristoranti era elevato, ed infatti gli avventori erano ovunque piuttosto scarsi. Capitava inoltre di vedere lavoratori seduti a mangiare “al sacco” sulle panchine mentre i bar erano poco frequentati.
    Osservando l’ andare frettoloso, ma dimesso e triste, della maggior parte della gente incrociata per strada, ci si rendeva conto che qualcosa non andava, e non occorreva sentirselo dire esplicitamente, e forse con una certa rassegnazione, dai rappresentanti della comunità d’ origine italiana (un terzo della intera popolazione) e dai politici argentini (prevalentemente d’ origine ispanica). Il fatto era che in Argentina, paese ricchissimo fino alla metà del secolo scorso, forse più per miseria altrui che per merito proprio, e con risorse e potenzialità enormi, la gente si era massicciamente adagiata su posizioni di rendita “parassitaria”, conseguenza di una tacita complicità tra ampie fasce di popolazione, con qualche ambizione di status sociale borghese, ma con poca propensione al lavoro, e ceto politico avido, privo di scrupoli ed incurante di sperpero e corruzione.

    ***
    Lo “jus sanguinis” … gli argentini, cattolici e di sangue latino come noi, hanno riprodotto oltreoceano i costumi mediterranei.
    Trovo riscontro a questa mia opinione in alcune lettere, prese in un mercatino dell’ antiquariato, scritte nel 1927/28, alla propria famiglia in Italia, da un giovane che era da poco sbarcato in Argentina e che, come tanti altri, avendo poca propensione allo studio ed ancor meno al lavoro, un po’ per avventura e un po’ perché spinto dal bisogno, aveva attraversato l’ Oceano.
    Costui si rivolgeva ai genitori chiedendo loro di darsi da fare per aiutarlo a trovare un impiego statale in Argentina: “… siccome qui tutto si ottiene a base di forti raccomandazioni, pregherei di parlare con Don (omossis) di Tortona, e vedere se è possibile avere una raccomandazione dalla S.S. Sede Arcivescovo Mons. (omissis) per l’ Arcivescovo di Buenos Aires; ciò sarebbe facile avere per il mezzo del monsignor (omissis) di Genova e mi occorrerebbe al più presto e mi sarebbe di sommo aiuto, anzi potrebbe essere la chiave della mia fortuna…”.
    All’ esito, il giovanotto ringraziava della risposta ricevuta dicendo: “La carta (di presentazione ndr) non poteva giungere più a proposito. Domenica 12 marzo (1928) vi sono le elezioni presidenziali e se, come si spera, riuscirà eletto presidente Yrigoyen, tiengo buenas probabilidades…”.
    Aggiungo, incidentalmente, un particolare curioso emerso delle corrispondenze: in attesa che la raccomandazione facesse effetto, il medesimo giovane chiedeva al padre l’ invio in Argentina di 50 kg. di funghi porcini secchi, che in Italia costavano 50 lire al chilo, vendibili a 500 Pesos, che a detta dell’ autore della lettera nel 1928 valevano circa 6.000 Lire … “se potessi avere 1.000 Lire al mese”. Il padre temporeggiò. Sono quasi certo che i funghi porcini appenninici secchi non raggiunsero né la Pampa Seca né la Pampa Umida e finirono in umido nella “pappa” di un monsignore genovese.

    – 2 febbraio 2012 – Marco Preioni

  2. Dino says:

    Se non sistemiamo le cose in It. non ci rimane che espatriare.

  3. luigi bandiera says:

    E a proposito di Argentina, che strani paragoni…

    L’Argentina non e’ Litaglia.

    Litaglia e’ ricchissima di chiacchiere di cui i chiacchieroni…

    Materie prime non ne ha se non le cose del passato che dovrebbero far arrivare tanti turisti… per essere borseggiati.

    E’ un vero sogno, una chimera, sperar di essere l’Argentina.

    Paragonare Litaglia a qualcosa di esistente qua in questo pianeta e’ fuori posto e luogo: Litaglia andrebbe paragonata a qualche altro territorio e forse anche popolazione ma che esiste e vive ai confini della galassia.

    Festeggiamo e Lunita’ e il popolo LITAGLIANO.

    Altrimenti?

    CHIAGNERE…

  4. luigi bandiera says:

    E non partono no… i partiti.

    Saranno mika scemi come quelli che lavorano: che hanno scelto di lavorare per vivere. Sai da postino a 1.200€ al mese a di piu’ di 10.000€ al mese..?

    Prima non arrivavano alla fine del mese poi dopo con qualche posto di occupazione politica e sai che salto e senza neanche un esame da fare.

    Si dira’ che e’ quello del voto..??

    MAGARI..!

    Ma siamo mooolto distratti e cosi’ non la capiremo mai come e’ l’antifona dei PARTITI CHE NON PARTONO MAI. ANZI…

    Sim sala bim

  5. U.nione K.onfederale C.isalpina says:

    viva l’itaglia ! … boh

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