Il Nord preferisce impegolarsi col Sud anziché parlare al Centro

italiacomunistadi SERGIO BIANCHINI – Ho letto incredulo il titolo di Libero dei giorni scorsi sull’editoriale di Vittorio Feltri:”Per stendere Renzi bisogna sparargli”. Pur tenendo conto dello stile paradossale del sarcasmo nordico mi cascano le braccia. Un autorevole esponente del nordismo vede in Renzi il nemico da abbattere.

Addirittura Berlusconi, simmetrico a Di Maio, dà per finito il PD e dichiara che lo scontro sarà tra lui e Grillo.

Come sempre il nord trascura il centro e si dà la zappa sui piedi. Subito dopo una ipotetica vittoria di Berlusconi su Grillo alle prossime politiche il PD si unirebbe ai Grillini nell’opposizione al Caimano e la faccenda già vista per 20 anni si ripeterebbe.

E la mia intuizione su Renzi come espressione, incompresa ad un nord ideologizzato, della svolta nella psicologia di massa dell’italia centrale si rinforza continuamente. Renzi ha fatto in tre anni quello che l’ideologismo non era mai riuscito a fare cioè praticamente azzerare il veterocomunismo dell’Italia centrale.

Il vetero comunismo era stato forte anche al nord, anzi per decenni aveva conteso l’egemonia alla democrazia cristiana ma lo sviluppo industriale e la crescita del benessere lo avevano sempre bloccato.

Le delegazioni di operai del turismo politico in Russia tornavano deluse dalla vista della condizione operaia nella terra promessa e la DC vinceva sempre nel nord. Il nord proletario non superava mai il 25% dei voti. Venne così la stagione del terrorismo che decretò la fine e lo smantellamento del nord proletario con il passaggio della direzione del PC dalle mani del veterocomunismo piemontese (Togliatti e Longo) a quelle romanocentriche di Berlinguer.

A quel punto il nord proletario decise di espandersi nel meridione d’italia sia per battere le tentazioni veterofasciste (moti di Reggio Calabria) sia per trovare sbocchi vergini alla propria iniziativa anticapitalistica e antipadronale. Ma non più per cambiare il sistema bensì per accrescere il proprio peso politico nello stato, sia come peso parlamentare che come peso sindacale nella pubblica amministrazione. La cosa riuscì perfettamente. La CGIL che all’inizio degli anni “70 era praticamente assente al sud e nel pubblico impiego divenne in pochi anni il primo sindacato nazionale.

Dopo l’uccisione di Moro e la liquidazione del veteronordismo proletario e terrorista, la meridionalizzazione del PCI continuò senza sosta e nel nord iniziò la crescita del leghismo.

L’Italia centrale con il suo comunismo al sapore di raviolo e di Peppone che non era mai piaciuto al nord proletario, provò a sviluppare la sua originalità cooperativa cercando di mantenere un ruolo specifico e defilato rispetto al dramma tumultuoso in cui nord e sud tendevano ad occupare tutta la scena politica.

Ma l’Italia centrale è troppo piccola per mantenere da sola uno sviluppo equilibrato e garantito. Come il vecchio stato pontificio l’Italia centrale è troppo debole per guidare e comandare il paese ma decisiva negli equilibri politici della penisola.

Passo in rassegna alcuni nomi della fisionomia specifica, politica e culturale, dell’Italia centrale: Nenni, Fanfani, Spadolini, Fanti, Ferrari, Guccini, Vasco Rossi, Lucio Dalla, Valentino Rossi, Don Milani, Fellini. Particolare è anche il fenomeno Casadei le cui musiche dominano tutte le feste popolari.  Potrei continuare e aggiungere gli attuali ministri toscani ed emiliano-romagnoli che tanta avversione suscitano in molti ma che evidenziano tratti particolari. Potrei aggiungere anche il fenomeno specifico del fascismo e di Mussolini ma richiederebbe una sapienza che non ho.

Fascismo e comunismo, uno prima ed uno dopo la guerra sono però fenomeni che solo nell’Italia centrale hanno avuto una adesione di massa assolutamente predominante e che ancora nessuno ha spiegato. L’Italia centrale è stata per decenni l’unica area territoriale dell’occidente che dava la maggioranza assoluta o quasi dei voti ad un partito comunista.

Ebbene, ormai è a tutti noto il mio modo di spiegare questo fenomeno curiosissimo. L’Italia centrale con la bandiera comunista in realtà difendeva la propria specificità territoriale dalle travolgenti dinamiche italiche basate sulla rincorsa nord sud. Non a caso i comunisti nordici non amavano affatto il comunismo emiliano che sentivano poco proletario e poco rivoluzionario.

I comunisti nordici preferirono sostenere la natura eversiva del meridionalismo cavalcato per anni per accrescere i voti e per incidere nel corpo martoriato della Democrazia Cristiana e della Chiesa Cattolica.

La crisi economica e lo sviluppo mondiale hanno cambiato tutti i vecchi riferimenti ma a defenestrare il veterocomunismo è stato Renzi. Aiutato certo da forze grandiose interne ed internazionali che adesso lo stanno abbandonando.

Ma il nord dovrebbe comprendere che il sostegno ancora maggioritario dei cittadini dell’Italia centrale a Renzi ha un grande significato nell’eterna dinamica tripolare dell’Italia. Il tripolarismo italiano non è figlio di strane ideologie o misteriose volubilità ma della natura tripolare del paese.

Ancora una volta il nord preferisce guardare al sud ed impegolarsi in controversie insolubili piuttosto che unirsi al proprio vicino di casa per provare a raddrizzare tutto il baraccone condominiale.

Spero che si cambi strada e che il triste fallimento di Salvini che torna dal vecchio Berlusca a ripetere una commedia arcinota sia di monito a tutto il nord.

 

 

 

 

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email

Related Posts

Leave a Comment