Il Nord ha paura del cambiamento?

nord-sud1di CHIARA BATTISTONI – Il Nord ha paura di guardarsi allo specchio? Guardiamoci attorno oppure pensiamo alla nostra vita, cosa ci accompagna sempre? Ma certo, il cambiamento. Già perché il mondo cambia, si trasforma, così come ci trasformiamo noi, grazie agli eventi della vita, alle persone che amiamo, a quelle con le quali condividiamo percorsi più o meno lunghi. C’è un filosofo, sir Karl R. Popper, che ha intitolato la sua autobiografia «La ricerca non ha fine», a sottolineare l’incessante mutazione che anima la vita e le idee di ciascuno di noi. Insomma, il mondo in cui viviamo è sempre più il mondo della “modernità liquida”. Sì, avete letto bene: liquida, con le stesse caratteristiche dei liquidi (che sono poi una varietà dei fluidi) che scorrono, filtrano, tracimano, viaggiano con facilità e con altrettanta facilità assumono
forme diverse, pur rimanendo uguali a se stessi, nella sostanza. A occuparsi di “modernità liquida”, anzi a coniarne il concetto, è un sociologo contemporaneo, Zygmunt Bauman, tra i più noti al mondo, nato a Varsavia, professore emerito di Sociologia nelle università di Leeds e Varsavia. «Modernità liquida» è un viaggio nella contemporaneità, alla ricerca di un pensiero nuovo che ci metta nelle
condizioni di capire prima e vivere poi i mutamenti vorticosi che ci passano sotto gli occhi. È un libro da leggere con attenzione, da meditare, magari andando a rispolverare vecchie letture fatte a scuola, per rendersi conto di quanto sia diversa, per certi versi ancora sconosciuta, questa società sempre più interconnessa, in cui la collaborazione cozza con lo scontro, in cui il cambiamento dirompente cozza contro la paura individuale e di gruppo e finisce per cristalizzarsi in anacronistici e il più delle volte pericolosi ritorni al passato o peggio chiusure al nuovo e alle specificità, siano esse territoriali o culturali.

 

Quella che Bauman chiama la «Modernità pesante» (quella della rivoluzione industriale per intenderci) era l’epoca della realtà «modellata sulla falsariga di un’opera architettonica; la realtà conforme ai verdetti della ragione andava costruita sotto un severo controllo di qualità e secondo rigide norme procedurali » (pag. 43). Era, insomma, l’era in cui si cercava di «inculcare per legge la
ragione nella realtà» (pag. 43), l’era degli Stati Nazione, in cui spettava allo Stato la pianificazione del nostro futuro e del nostro destino. Nel mondo liquido-moderno, l’unità è una conquista comune, è il risultato delle autoidentificazioni, non è più più una condizione data a priori; è un’unità «creata attraverso il negoziato e la riconciliazione, non attraverso il rifiuto, il soffocamento o l’eliminazione delle differenze» (pag. 209). Se la liquidità è il tratto dominante della nostra vita, allora dovremo presto imparare a guardare con occhi diversi ciò che ci circonda, scoprendo, forse, che proprio questa liquidità saprà regalarci una rinnovata libertà.

Il Nord ha paura di guardarsi allo specchio?

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