Il movimento sismico nei Balcani non è finito

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di GIOVANNI COMINELLI – Sia pure sfiorando la superficie con il piede leggero del viandante, una breve camminata nei Balcani impone interrogativi e preoccupazioni drammatiche circa il nostro futuro di europei. Nonostante le tragedie e i massacri che dalla fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento hanno percosso queste terre di faglia, il movimento sismico non è affatto cessato. Cristiani cattolici, cristiani ortodossi, mussulmani, abitanti di terra e abitanti di mare continuano ad affrontarsi, a siglare tregue provvisorie, ad affrontarsi di nuovo, in un’alternanza sanguinosa. Quello di oggi è il tempo della tregua.

GLI INCREDIBILI INTRECCI

Le linee sotterranee di scontro sono intrecciate: l’Albania sogna la grande Albania, di mussoliniana memoria; la Macedonia, pur essendo etnicamente slava, tenta pateticamente di ancorare la propria identità nazionale ad un greco – Alessandro Magno – e ad un imperatore bizantino – Giustiniano –, solo perchè nato a Tauresium (oggi Taor) a pochi chilometri dall’attuale Skopje, capitale della nuova Repubblica della Macedonia; la Grecia ha posto il veto all’entrata nella Macedonia in Europa, fa cancellare le targhe MK dalle auto che transitano dalla Macedonia in Grecia e ha imposto che la Repubblica di Macedonia si chiami in realtà Fyrom (Former Yugoslav Republic of Macedonia); il Kosovo, storicamente serbo per religione, lingua e costumi, ha visto prevalere negli ultimi decenni l’elemento etnico albanese e mussulmano e perciò si considera un pezzo di Albania. I Serbi hanno sepolto molti Albanesi in fosse comuni, e questi hanno distrutto chiese e monasteri e massacrato a loro volta. Oggi il Kosovo è protetto e bloccato dal KFOR, le truppe dell’ONU e della Nato. La sua moneta ufficiale? L’euro!

I SOGNI DELLE GRANDE SERBIA, DELLA GRANDE BULGARIA… E LE POTENZE STRANIERE

La Serbia continua a vivere dei fantasmi della Grande Serbia, la Bulgaria sogna la Grande Bulgaria, la Grecia la Grande Grecia, la Croazia è dentro un contenzioso storico, fatto di massacri reciproci con i Serbi. Ciascuno dei Paesi balcanici del Sud e del Nord-Est si vive dentro una bolla fantasmagorica di un’identità nazionale “grande”. I Balcani sono un mix esplosivo di minoranze etniche, linguistiche, religiose, dentro le quali si fanno valere le singole potenze europee, con i propri interessi economici e strategici, nonché la Russia e la Turchia. Nel passato recente alcune di queste potenze hanno calpestato come elefanti il territorio friabile di questi popoli. Il caso croato è il più clamoroso. Il frettoloso appoggio della Germania e del Vaticano all’indipendenza croata ha provocato una catena di conflitti feroci e di piccoli genocidi. Oggi la Turchia finanzia centri culturali, scuole e università, moschee in tutta l’area balcanica. Uno sguardo superficiale non può cogliere le minacce, se resta abbagliato dai modelli di produzione, commercio, consumo. In qualsiasi capitale balcanica cammina per le strade una gioventù vestita allo stesso modo, con gli stessi cellulari, la stessa musica, gli stessi consumi di una qualsiasi città europea. Tuttavia, l’illusione che i consumi possano attutire le identità guerriere che la storia dei popoli balcanici consegna al presente è pericolosa. L’Europa dei mercati è condizione necessaria, ma per nulla sufficiente a impedire il ritorno dei conflitti storici.

L’ENTRATA IN EUROPA: QUEI PAESI NON SONO PRONTI E L’EUROPA NEPPURE

Tutti questi Paesi hanno chiesto l’ingresso in Europa. Alcuni, come la Croazia e la Slovenia, già sono dentro la Ue e l’Euro. Altri bussano alla porta. Nessuno di loro è pronto, a tutt’oggi. Non è pronto spiritualmente, in primo luogo. Ma neppure l’Europa lo è. All’inizio di questo terzo millennio, a circa cinquecento anni della nascita dei primi Stati nazionali, lo Stato nazionale appare in tutta la sua impotenza, ai fini della convivenza pacifica delle identità molteplici della storia europea. La storia della costruzione degli Stati europei è storia di pulizie o di segregazioni etniche, più o meno sanguinose. Nei Balcani, in particolare, la rottura delle unità sovrannazionali dei quattro imperi nel 1918 – asburgico, tedesco, russo e ottomano – ha generato un nazionalismo, nel quale identità particolari e Stato hanno fatto corto circuito, espellendo dallo Stato o schiacciando le identità etnico-culturali-religiose minoritarie. Ma la tragica storia balcanica del nesso identità/Stato è solo una variante della “Grande Nation/Grand Etat” della storia europea. Far vivere le differenti identità senza superare il dogma della sovranità nazionale è impossibile. Se ogni identità particolare diventa Stato, la guerra ne è la conseguenza more geometrico. Se ogni Stato nazionale europeo conduce una propria politica estera – ultimo estremo caso quello della Libia, in cui la Francia di Hollande sostiene il generale Haftar, contro il governo legittimo di Tripoli sostenuto dall’Onu – i conflitti sono destinati ad alimentarsi.

GLI STATI UNITI D’EUROPA, NON UN SOGNO DI IERI, MA UNA NECESSITÀ DI OGGI

La prospettiva degli Stati uniti d’Europa – una sola moneta, una sola politica estera, un solo esercito – è la sola in grado di far convivere i popoli balcanici e anche quelli europei. Il sovranismo nazionalistico in Europa genera populismi, nei Balcani irredentismi e guerre. Stati Uniti d’Europa fondati sull’universalismo cristiano-illuministico, centrato sulla persona e sull’Habeas corpus. Sulla persona: le società umane non contengono tutto l’uomo intero; il popolo, la società, lo Stato non sono l’ultimo orizzonte. Lo Stato non è Dio. Sull’Habeas corpus: l’individuo precede la politica, essa lo deve proteggere, non sacrificare all’identità nazionale e allo Stato. Al riguardo, nei Balcani le tracce mussulmane e cesaro-papiste sono tuttora molto forti. L’Europa è una grande area di Latini, Germanici, Slavi, civilizzati dal cristianesimo, dall’Atlantico agli Urali. Non i commerci, non lo Stato nazionale, ma l’unità politica e spirituale può realisticamente impedire che nei Balcani torni il Dio degli eserciti. Gli SUE non sono un’utopia degli anni ’50 del Novecento, sono una stringente necessità continentale degli prossimi anni.



 

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