Il mistero gaudioso dell’Ice. Tagliata, anzi no, triplicata

di ERSILIO GALIMBERTIexport

Ho avuto il grande piacere di partecipare nei giorni scorsi alla tappa veneta di Abano terme del road show “Italia per le imprese” organizzato dalle camere di commercio e dai ministeri degli affari esteri e dello sviluppo economico. Un tentativo lievemente maldestro dal mio punto di vista di riesumare l’ICE.

Ho ascoltato con piacere l’intervento di apertura di Massimo Pavin, presidente della Confindustria padovana, ho ascoltato con estremo interesse l’intervento del viceministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, mentre ho ascoltato solamente la prima parte dell’intervento di Michele Valensise, segretario generale del ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale perché mi sono reso conto che l’oratore non aveva le idee molto chiare su quello che andava esponendo; capita spesso nel mondo della politica italiana che persone non perfettamente competenti, ricoprano ruoli che invece richiedono un elevato livello di competenza.

Tralascio di parlarvi degli interventi successivi trattandosi di compendi tecnici sulla composizione e i termini operativi di ICE e delle consorelle SIMEST, ITA e SACE, mentre voglio soffermarmi sull’intervento del viceministro Calenda.

Mi fa sorridere il viceministro quando parla della riduzione di spesa che ha subito l’ICE di ben il 30%, dice lui, considerandolo come il massimo esempio di spending review mai effettuata in Italia. Dimentica però di dire che se ICE attualmente costa il 30% in meno ai contribuenti italiani, dall’altro lato sono state create tre strutture, (SIMEST, ITA e SACE), autentici carrozzoni italiani, che sulla carta fanno lo stesso identico mestiere dell’ICE e che gravano per milioni di euro alle casse dello Stato senza produrre assolutamente nulla. E allora, che cosa abbiamo risparmiato caro viceministro Calenda ?

Mi fa ulteriormente sorridere il capitolo riguardante la formazione dei famigerati “temporary export manager”, quei professionisti dell’export ed esperti conoscitori del mercato estero dove le aziende italiane dovrebbero operare. Ora ci spieghi il viceministro come ragazzotti di 25/26 anni, tutti freschi di laurea, possano essere esperti export manager quando il massimo della loro esperienza estera è stata Ibiza d’estate per lo sballo e Londra d’inverno per i “fisch and chips”.

La chiusura dell’intervento poi è stata particolarmente esilarante perché il viceministro, rivolto a tutti gli imprenditori presenti in sala, se n’è uscito con un laconico: “Ridateci fiducia, abbiamo bisogno della vostra fiducia!”

Mi dispiace caro viceministro Calenda, ma mi pare sia troppo tardi per chiedere fiducia. Mi sembra sia ormai terminato il tempo della fiducia. Di chi ci dovremo fidare? Di uno Stato che sta distruggendo il comparto produttivo del paese, di uno Stato che non vuole impresa, di uno Stato che terrorizza gli imprenditori ?

E poi, dobbiamo sentirci dire dai zelanti servitori dello Stato che il capitalismo italiano è fallito ! E chi dice questo sono proprio quelli operatori pubblici che magari qualche anno prima, nella perversa logica delle rotazioni dei manager pubblici, prestavano servizio in ICE. Questo discorso sul capitalismo fallito scaturisce in merito alla questione ILVA di Taranto, che ormai passerà in mano allo Stato dopo che lo stesso l’ha praticamente distrutta sequestrandola per oltre sei mesi, rubandola di fatto alla famiglia Riva, che l’aveva sempre gestita in maniera corretta producendo utili anno dopo anno. Vuoi vedere adesso che l’ILVA diventerà proprietà dello Stato, a Taranto non morirà più nessuno?! L’ILVA diventerà all’improvviso una fabbrica di cioccolato, diventerà la fabbrica più pulita del mondo. Tutto questo della serie “attiriamo investitori stranieri in Italia”.

Eh sì, mi dispiace caro viceministro Calenda è troppo tardi per chiedere la fiducia agli imprenditori ed è anche troppo tardi per venirci a parlare di internazionalizzazione, di export, di paesi stranieri solamente per ridare un po’ di slancio a una cariatide di nome ICE. Non so voi ma io dello Stato, già mi fidavo poco prima, e ora non mi fido per nulla.

 

 

 

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