Il miracolo svizzero: lo sviluppo c’è perché sono federati. In Italia c’è sottosviluppo perché ci vogliono tutti uguali, cioè sottosviluppati

svizzeradi CHIARA M. BATTISTONI – Sette anni fa, ieri come oggi, alla guida della Confederazione Elvetica c’era la signora Doris Leuthard. Ogni anno l’Assemblea federale a inizio dicembre sceglie tra i propri Consiglieri federali (il Governo) il Presidente che rappresenterà e guiderà il Paese nell’anno successivo, in un’alternanza salutare che non ha eguali nel mondo e che fa sì che a turno, nell’arco di un mandato, una buona parte del proprio Consiglio sperimenti il ruolo delicato di Presidente, “primus inter pares”, cioè primo fra pari, chiamato a rappresentare il Governo all’esterno. La signora Leuthard, tuttora Consigliere Capo (di fatto Ministro) del Datec, il Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni, sarà il volto empatico della Svizzera che cresce, stabile, “àncora nella tempesta” come ha ricordato nella sua Allocuzione, in un mondo scosso da tormenti e crisi.

Ho riletto il discorso del 2010: in quell’anno anche la Svizzera viveva tempi più incerti, nel mezzo di un continente in piena crisi; la signora Leuthard, con realismo, non ignorava le difficoltà ma dichiarava tutta la propria fiducia nel Paese, nei concittadini, nel sistema elvetico, resiliente e tenace. Sette anni dopo quella fiducia si dimostra ben riposta e la Confederazione dimostra di saper navigare con maestria negli oceani tempestosi della globalizzazione. Ed è così che nel 2017 l’Allocuzione (sette minuti intensi e coinvolgenti) si apre con una corroborante e pragmatica dichiarazione di fierezza e ottimismo: balsamo per le mie orecchie avvezze alle miopi giaculatorie italiche tipiche dei giorni di bilancio.

Per la Svizzera il 2017 inizia su un terreno sicuro. Viviamo in un bel Paese con un’elevata qualità di vita”: la signora Leuthard sintetizza così la Confederazione contemporanea, un Paese che in questi anni ha voluto e saputo lavorare intensamente per il proprio futuro, per il futuro delle nuove generazioni; un Paese che non perde di vista il valore della libertà individuale, in cui le specificità sono la ricchezza e i pilastri stessi del federalismo; un Paese che sa investire in chiave prospettica (basta ricordare Alptransit, il tunnel del Gottardo inaugurato proprio nel 2016), un Paese in cui il cittadino, libero e responsabile, è il cardine dell’intero sistema. Anche l’incertezza per il futuro, che realisticamente permea ogni nuovo anno, è affrontato con piglio pratico; “il Consiglio federale non ha una risposta pronta per tutte le situazioni. Il mondo è diventato molto, troppo complesso”; ciò non toglie che determinazione e lucidità di visione non consentano di orientarsi tra tanti cambiamenti; gli obiettivi sono chiari: stabilità e successo per la Confederazione del futuro, obiettivi che richiedono coesione.

A casa nostra coesione è diventata la parola magica dei tempi travagliati che viviamo; in Italia la coesione pare essere l’unica proposta per affrontare la crisi in cui ci dibattiamo asfitticamente da un decennio. Anziché ragionare sulle ragioni del nostro fallimento, sulle macerie lasciate dagli ultimi tre governi, invochiamo coesione; ogni volta che la nominiamo abbiamo in testa una centralizzazione spinta; invochiamo coesione e pensiamo all’annullamento delle differenze, invochiamo coesione e ci dimentichiamo delle specificità; chiediamo coesione e ci dimentichiamo di ragionare sulle debolezze di un sistema che non funziona da decenni e che in questi anni ha mostrato tutti i suoi limiti, culturali e operativi.

La coesione elvetica, invece, è l’arte della conciliazione delle diverse esigenze, è la declinazione del principio della collegialità in seno alla società, è l’essenza stessa del federalismo rossocrociato che permette a popoli diversi di stare insieme e rinnovare la propria scelta di unità, è l’empatia politica che permette di capire le ragioni degli altri senza necessariamente condividerne le applicazioni. Il “miracolo” elvetico, unico nel suo genere ma non per questo meno riproducibile almeno in alcune delle sue pratiche, sta proprio nella capacità di riconoscere le specificità, mettendole “in rete” e facendo sì che si attivino in funzione degli obiettivi collegialmente definiti.

Ecco allora che pazienza, tenacia e fiducia in se stessi diventano virtù necessarie per dare concretezza e solidità al federalismo, sistema aperto e resiliente, essenza stessa di un Paese che ha molto da raccontare al mondo che verrà.

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