Il melting pot e l’America socialista. Intervista a Edward Hudgins

di STEFANO MAGNI

Di solito guardiamo all’America come ad un “melting pot” ben riuscito di razze diverse. Pur con le differenze di tradizioni, etnie e provenienza, tutti coloro che sono arrivati negli Usa hanno finito per accettarne i valori fondamentali. Eppure, le elezioni presidenziali appena concluse ci hanno mostrato una società divisa su linee etniche. Circa il 60% degli europei (bianchi) ha votato per Mitt Romney. Ma il 71% degli ispanici, il 75% degli asiatici e il 93% degli afro-americani ha votato per Barack Obama. In termini di programmi, i bianchi hanno scelto il candidato più liberista. Tutte le minoranze hanno preferito il più statalista dei due. In un’elezione che segnava una scelta drastica fra due sistemi, i bianchi e i non-bianchi si sono divisi.

Il melting pot è finito? “Non è finito. Non lo possiamo ancora dire. Ma quel che abbiamo visto è già un forte segnale di allarme” – ci spiega Edward Hudgins, della “Atlas Society”, un think tank che promuove le idee dell’individualismo radicale di Ayn Rand.

Edward Hudgins, cosa è intervenuto per dividere così tanto la popolazione americana su linee etniche?

Da qualunque parte del mondo provenissero, gli immigrati avevano sempre adottato i valori americani nello spazio di una generazione. L’individualismo, in particolare, è stato ben assimilato da tutti: la tua vita, i tuoi sogni, la tua felicità sono la cosa più importante e il miglior sistema in cui realizzarli è quello in cui viene garantita la massima libertà individuale possibile. In questo Paese, però, è avvenuta una grande trasformazione della cultura dominante, soprattutto fra le élite politiche e intellettuali progressiste. La sinistra credeva nei valori del libero mercato, anche se lo voleva temperare con reti di sicurezza sociale (per aiutare coloro che si trovano temporaneamente in difficoltà) e con interventi selettivi volti a “correggerne gli eccessi”. Ma negli ultimi due-tre decenni abbiamo assistito ad una notevole svolta a sinistra: i progressisti sono diventati socialisti. Hanno abbracciato un socialismo soft, di tipo europeo. Non intendono nazionalizzare l’economia, ma controllarla, in modo da dirigerla indirettamente. I progressisti hanno abbandonato l’idea di una rete di sicurezza nel mercato: vogliono assistenzialismo dalla culla alla tomba. Purtroppo questa ideologia sta diventando via via più attraente agli occhi di una nuova classe di cittadini che dipendono dallo Stato. Che chiedono al governo di trovare loro una casa, di dar loro un aiuto per trovare lavoro, di pagare loro le spese sanitarie e dell’istruzione e una pletora di altri desideri. E le minoranze etniche, soprattutto, stanno gradualmente diventando dipendenti dalla droga di Stato. Per ironia della storia, proprio quando i neri e le altre minoranze erano state appena liberate da leggi che le discriminavano, negli anni ’60 è arrivato Johnson con la “Great Society”, l’apice dello statalismo. Le minoranze etniche sono passate dalla condizione di comunità oppresse a quella di tossicodipendenti degli aiuti statali. Senza soluzione di continuità.

Abbiamo dunque una società in cui i gruppi etnici sono più divisi fra loro. Ma questo è indice di maggiore o minore eguaglianza?

Sì, solo se parliamo dell’eguaglianza nella miseria. Tipica del socialismo. Quel che è successo è semplice: per elevare i poveri e rendere tutti uguali si stanno colpendo e distruggendo i creatori della ricchezza. Alla fine non ci sarà neppure più nulla da redistribuire, ma in compenso avremo molta più gente che chiederà aiuti di Stato. Questo circolo vizioso è ben visibile in Grecia. Ma anche in Italia, Spagna, Portogallo e in altri Paesi europei solo apparentemente stabili. E’ affascinante l’esempio della Grecia. Ogni osservatore razionale può constatare che sia uno Stato in bancarotta, dopo aver tassato tutto il tassabile e predato tutte le risorse possibili, dopo aver fatto scappare i produttori di ricchezza. Quando il governo di Atene, semplicemente, dice alla sua gente che non ha più nulla da redistribuire, la gente scende in strada e spacca tutto. La loro è la moralità dei bambini: vogliono tutto, strillano, fanno i capricci, non si rendono conto dei limiti imposti dalla realtà. Ecco, negli Stati Uniti ci stiamo avvicinando a uno scenario simile. Eppure ci sarebbe una terza via, oltre alla redistribuzione e all’austerity: libertà di produrre. Libertà per chi crea beni e servizi. Ma è difficile farlo capire ad opinioni pubbliche che ragionano sempre più come bambini piccoli.

In Europa, comunque, un’altra risposta alla crisi dei governi è il separatismo. Catalogna, Scozia e Fiandre ne approfittano del collasso dei loro Stati per tornare a rivendicare con forza l’indipendenza. In America assisteremo a qualcosa di analogo?

Qui si dice che sia il Texas a voler la secessione da Washington. Non sarebbe male un Texas indipendente, con le sue tasse basse e leggi libertarie sul lavoro e le imprese. Ma non è uno scenario realistico, per ora. Comunque, quel che ci vorrebbe veramente, in questo Paese, è una presa di coscienza dei produttori. Stiamo combattendo una guerra civile fredda, fra i produttori e i consumatori di tasse, fra i produttori e gli espropriatori. E sono questi ultimi, purtroppo, che dettano le regole del gioco e fissano gli standard morali. Prendiamo l’esempio di Mitt Romney. E’ stato accusato di “essere ricco”. E la sua risposta? Non esisteva. Il più delle volte rispondeva che: “sì, ok, sono ricco, ma ho anche dato tanti posti di lavoro e aiutato molta gente”. Ma dovrebbe dire, invece: “Ho fatto tanti soldi e ne vado orgoglioso, perché li ho fatti onestamente, grazie ai miei sforzi produttivi. Non accusatemi se sono ricco. Accusate, piuttosto, i pigri. O quelli che i soldi preferiscono rubarli, magari attraverso lo Stato!”.

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6 Comments

  1. Pedante says:

    Il deputato Emanuele Celler riuscì a mettere l’America sulla strada da un paese sostanzialmente bianco (>90%), di origine europea e cristiana verso una società multietnica, dove i bianchi compongono solo il 60% della popolazione e qualsiasi forma di orgoglio europeo viene bollato come “razzismo”. Prima o poi i bianchi si dovranno liberare dalle manette di Washington o rischieranno di fare la fine dei kulak.

    http://en.wikipedia.org/wiki/Immigration_and_Nationality_Act_of_1965

  2. joseph says:

    questa intervista è paradossale! sembra di sentire quei comunisti che di fronte al collasso del sistema sovietico davano la colpa a chi criticava il comunismo, e invocavano un ritorno alle origini sovietiche! ma guardiamo in faccia la realtà: gli Usa oggi sono in crisi a causa della loro stessa eccessiva avidità e per la loro illusoria fiducia nella teoria “idealista” del liberalismo classico…giusto per dare un’idea della realtà si pensi al fatto che il maggior sviluppo industriale e produttivo del paese c’è stato nella seconda metà dell’800 quando si attuarono politiche protezioniste, e nella seconda metà del ‘900 quando si trovarono ad essere il solo paese industriale attivo, visto che tutt gli altri erano stati danneggiati dalla S. Guerra mondiale…gli americani dovrebbero tornare ad essere un po’ più realisti!

  3. Avendo lavorato in tutti e due i fronti, dipendente e poi indipendente, posso capire il commento di Riccardo che sicuramente è un dipendente, forse di stato.
    Da dipendente semplicemente non si ha la cognizione di cosa voglia dire creare lavoro, rischiare.
    Il dipendente pensa che lui è per definizione uno sfruttato e trae la conseguenza che i “padroni”, i “ricchi”, sono solo il loro principale NEMICO.

  4. Attila says:

    ” eguaglianza nella miseria. Tipica del socialismo. ”

    …si va be..avanti con le balle alla silvio…ma per favore ancora crediamo alle fiabe dei liberali??

  5. Riccardo says:

    BYE BYE LIBERISTI!

    • Bacchus says:

      In fondo ad un articolo, che condivido in pieno, devo leggere un commento così stupido, che conferma in pieno l’idea dell’intervistato: moralità dei bambini, che vogliono tutto, strillano, fanno i capricci, non si rendono conto dei limiti imposti dalla realtà…

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