Il libro da ripassare: ll Grande Nord, di Stefano Bruno Galli

di GILBERTO ONETO

Un altro bel libro di Stefano Bruno Galli, ora finalmente anche liberato dalla servitù del secondo nome di battesimo. Il lavoro ha un solo non trascurabile difetto formale nel titolo, che – in omaggio allo sgangherato nuovo corso lessicale leghista – forse più si addice  a un catalogo di crociere nei fiordi norvegesi. Superata la copertina, ci si trova davanti a un bel lavoro, chiaro, scritto bene, con i riferimenti giusti, che tratta della cosiddetta “questione settentrionale” non tanto nel senso della definizione di cosa sia ma di come essa compaia  e si manifesti di continuo nella storia dell’Italia unificata: come un problema sempre negato o minimizzato che riaffiora puntuale ogni volta che lo Stato si trova di fronte a qualche fase critica. Cioè spessissimo. E negli ultimi decenni quasi di continuo. Il problema si è posto con drammaticità  almeno quattro volte nel secondo dopoguerra: 1) subito dopo la liberazione, come descritto e incarnato dall’esperienza de Il Cisalpino di Tommaso Zerbi e del giovane Miglio,  2) nel 1975  con l’attuazione delle Regioni e con il progetto di aggregazione regionale padana di Guido Fanti, 3) nei primi anni Novanta con il crollo del muro di Berlino, “tangentopoli” e la crescita della Lega, 4) oggi, sotto il peso della crisi economica generale e con lo sgretolamento delle istituzioni statuali italiane basate sulla perequazione delle risorse e sulla deprivazione centralista della Padania.

Galli descrive gli avvenimenti e da una interpretazione delle motivazioni e delle modalità di espressione delle istanze padaniste. Soprattutto  analizza la capziosa e suicida identificazione che i mass media e il mondo politico fanno fra i successi elettorali leghisti e lo stato di salute (o di insofferenza) della questione settentrionale. Ogni volta che la Lega subisce un calo di consenso l’establishment  tira un respiro di sollievo e da per defunte le pulsioni autonomiste delle comunità padano-alpine. Niente di più sbagliato: si tratta semmai di un indebolimento della capacità leghista a incarnare il problema e non certo di una attenuazione dello stesso che, anzi, continua a crescere e finirà per esplodere. La degenerazione è il frutto dell’incapacità di comprendere la profondità delle diversità territoriali ma anche culturali che Galli sintetizza magistralmente nella dolorosa convivenza fra tre componenti: la “società delle garanzie”  («rappresentata da coloro i quali sono posti al riparo dall’andamento ondivago del mercato, vivono alle spalle dello Stato e sono tutelati da sindacati e associazioni di categoria: pensionati e assistiti, pubblici dipendenti, operai e impiegati che lavorano nella grande impresa»), la “società del rischio” («che comprende i soggetti maggiormente esposti all’andamento ciclico del mercato e alla vessazione dello Stato,: artigiani e lavoratori autonomi, commercianti, piccoli imprenditori e dipendenti della piccola e media impresa, lavoratori irregolari e disoccupati») e la “società della forza” («in cui lo Stato abdica e la criminalità organizzata esercita  un feroce controllo dell’economia e del territorio»). È la perfetta descrizione dello scontro fra chi vive del proprio lavoro e chi invece “vive di Italia”, quelli che Miglio chiamava “parassiti e pidocchi”. La questione settentrionale si può infatti riassumere nella reazione alla sovrapposizione e saldatura del potere delle società parassitarie con le vocazioni del territorio: nella convivenza fra due parti geografiche in cui prevalgono storicamente da una parte gli uni e dall’altra gli altri.

È un libro che non può mancare nel patrimonio di chiunque si voglia occupare in maniera intelligente della madre di tutti i problemi che oggi assillano le nostre comunità, prima che sia troppo tardi anche per esaminare i problemi.

Stefano Bruno Galli

Il Grande Nord. Cultura e destino della Questione settentrionale

Milano: Guerini e Associati, 2013

(da lindipendenzanuova.com del febbraion 2013)

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