IL LAVORO NERO CONSERVA LA PROFESSIONALITA’

DI SAMUEL JABERG*

Il lavoro nero, più che servire ad aggirare il fisco e le assicurazioni sociali, permette ai lavoratori precari di conservare la propria professionalità e dignità. Lo dice uno studio condotto da alcuni sociologi di Neuchâtel.

«La precarietà finanziaria ti spinge a lavorare in nero. Quando vivi con la pressione costante di non sapere come arrivare alla fine del mese, penso che sia assolutamente giustificato ricorrere a un’attività non dichiarata». Fabio**, 30 anni, è un lavoratore indipendente attivo nel settore culturale. Assieme a una sessantina di altre persone ha raccontato la sua storia a tre sociologi neocastellani, nel quadro di uno studio sostenuto dal Fondo nazionale per la ricerca scientifica (FNS).

La pubblicazione dell’opera “Le travail au noir – Pourquoi on y entre, comment on en sort” (Il lavoro nero – come ci si entra, come se ne esce) segue di quattro anni l’introduzione della legge federale sul lavoro nero e arriva dopo un’ampia campagna della Confederazione volta ad arginare la crescita dell’economia sommersa. Anche se in Svizzera il fenomeno rimane ancora limitato rispetto ai paesi del sud e dell’est dell’Europa, il lavoro nero preoccupa da almeno due decenni il mondo politico.

«Il lavoro nero è sempre esistito», osserva François Hainard, direttore dell’Istituto di sociologia dell’università di Neuchâtel e co-autore dello studio. Ma dagli anni novanta, lo stato ha cominciato a preoccuparsi maggiormente dei suoi introiti fiscali. La stessa cosa è avvenuta per le assicurazioni sociali, che hanno iniziato ad avere problemi di finanziamento e hanno perciò cercato di recuperare i contributi non versati.

Parallelamente all’intensificazione della lotta all’evasione, le prestazioni sociali, compresi i sussidi per i disoccupati, hanno subito numerosi tagli, proprio in un momento in cui un numero crescente di persone fatica a inserirsi nel mondo del lavoro. La concomitanza di questi fenomeni, secondo gli autori dello studio, spiega in larga misura il ricorso al lavoro nero da parte di persone che hanno tutti i titoli per lavorare legalmente in Svizzera.

Il lavoro nero non riguarda solo i settori tradizionalmente sotto accusa, come l’albergheria, la ristorazione e l’edilizia. Lo studio sociologico indica fra i settori interessati le attività artistiche e culturali, l’artigianato, la manutenzione informatica e anche alcune professioni intellettuali (in particolare la traduzione). «L’aumento della precarietà e la flessibilizzazione del lavoro sono elementi centrali per il ricorso al lavoro non dichiarato», afferma François Hainard.

Durante le interviste, che spesso hanno rivelato percorsi di vita accidentati, un argomento in particolare ha colpito i sociologi: quello della dignità, evocato a più riprese per giustificare la scelta di lavorare in nero. Un argomento menzionato per esempio da Anne**, 35 anni, che ha accettato di lavorare in nero come cameriera per ritrovare un accesso alla sua professione. «È stato più che altro per riabituarsi, per ritrovare certi gesti. Ma anche per il mio ego, perché dopo essere stata costretta a ricorrere all’assistenza sociale, mi ero inacidita».

Restare attivi
«Molte persone ricorrono al lavoro nero, considerato un delitto minore e anzi valorizzato perché permette di “cavarsela”, per sfuggire alla stigmatizzazione che circonda la condizione di assistito», analizza François Hainard. Del resto, rivela il sociologo, lavorare, anche se illegalmente, permette di conservare delle competenze, delle capacità professionali e una rete di contatti in un mondo del lavoro che richiede l’impiegabilità immediata.

A volte il ricorso al lavoro non dichiarato è giustificato con i salari troppo bassi, un tema d’attualità in Svizzera, dove si voterà prossimamente sull’introduzione di salari minimi su scala nazionale. «È normale che quando percepite un salario che non vi permette di vivere anche lavorando a tempo pieno, cerchiate di arrotondare in altro modo il vostro reddito», sostiene François Hainard.

Molti preferiscono trovare da soli una soluzione, piuttosto che ricorrere ai servizi sociali o alle associazioni caritative. «Come volete vivere con 2000 franchi al mese? Mi assumo i rischi, è vero. Ma in ogni caso, ho bisogno di questi soldi», spiega così Pascal**, 30 anni, impiegato nel settore alberghiero.

Legge troppo repressiva
Lo studio solleva anche un altro problema, quello dell’effetto soglia generato dagli aiuti pubblici concessi in base a fasce salariali. «Alcune persone sono incentivate a non dichiarare alcune attività per restare in una categoria salariale che permette loro per esempio di ottenere sussidi per l’assicurazione malattia», nota François Hainard. Sebbene riconoscano che il lavoro nero è una piaga sia per l’economia, sia per i lavoratori, i sociologi sono critici nei confronti di una legge federale che ritengono «troppo repressiva e che spesso occulta le ragioni che spingono le persone a lavorare in nero».

Un’affermazione questa che è condivisa da una delle persone intervistate, beneficiaria di prestazioni dell’assistenza sociale. «Sono d’accordo che si combattano gli abusi, ma non che si dia la caccia a baby-sitter, domestiche, addetti alle pulizie degli uffici, perché loro lo fanno per tirare a campare».

La legge rischia di alimentare la diffidenza verso lo stato, che talvolta è un ulteriore argomento a favore del ricorso al lavoro nero. «Bisognerebbe informare maggiormente i lavoratori sui rischi che s’incorrono non pagando le quote delle assicurazioni sociali. Mostrando loro per esempio le perdite sulla pensione».

**Nomi fittizi
* FONTE ORIGINALE: http://www.swissinfo.ch/ita/societa/Il_lavoro_nero_al_di_la_della_frode.html?

 

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