Il lavoro di oggi, povertà e sfruttamento. Ecco come si è arrivati al fondo del barile

rassegna stampa

di LIDIA BARATTA (DA LINKIESTA.IT) Sulla tesi di fondo di Non è lavoro, è sfruttamento(Laterza), l’ultimo libro di Marta Fana, ricercatrice in economia a Science Po, non ci si può sbagliare. È chiara sin dal titolo, e l’intero saggio vuole dimostrarla, mettendo con precisione uno dopo l’altro i tasselli del progressivo impoverimento del lavoro in Italia. Dai contratti a chiamata ai voucher, passando per i rider e i magazzinieri di Amazon, fino agli stagisti e al lavoro gratuito. È quella che l’autrice, da sinistra e con un linguaggio dimenticato ma ancora sorprendentemente efficace, chiama «proletarizzazione della classe lavoratrice», caratterizzata da uno «sfruttamento intensivo» sia del lavoro manuale sia di quello intellettuale.

Libro Fana Linkiesta

Attenta ai numeri e ai grafici sul mercato del lavoro (tanto da aver messo in difficoltà il ministro del Lavoro Poletti, poi costretto alle scuse per aver dato delle cifre sbagliate sui nuovi contratti stabili del Jobs Act), Marta Fana racconta anche le storie della sua personale «discesa agli inferi» nel mercato del lavoro italiano.

Quasi un girone dantesco in cui dilaga il “lavoro povero”, instabile, frammentato e senza tutele. C’è posto per tutti. Ci sono i voucheristi, i fattorini di Foodora e Deliveroo, gli addetti alla logistica di Amazon, i dipendenti pubblici e quelli che si sentono quasi in dovere di non essere pagati sperando poi in un posto di lavoro. Fino alla storia grottesca dei lavoratori della Biblioteca nazionale di Roma che racimolano scontrini al bar per riuscire ad avere uno stipendio.

È questa la nuova classe operaia?
Quel che mi premeva dimostrare è che la classe operaia non è assolutamente morta, anzi oggi è quantitativamente più cospicua di due decenni fa. Il processo di proletarizzazione e impoverimento dei lavoratori è andato ad aggredire anche quelle figure che avevano un ruolo intermedio nella divisione del lavoro. Oggi tra lavoratori qualificati e non le differenze si riducono.

Cos’è che unisce fattorini in bicicletta, ricercatori precari, voucheristi ecc.?
Il filo rosso è il capovolgimento della retorica che ha accompagnato il processo di riforma del mercato del lavoro: la sottrazione di diritti e spazi di democrazia nei luoghi di lavoro non è funzionale ad avere più crescita e miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori, ma i lavoratori sono strumenti non neutrali che hanno permesso l’arricchimento di una parte della società, una minoranza, a discapito della maggioranza.

 

Tu scrivi però che la situazione attuale non è un «fatto naturale», ma «il risultato di scelte politiche ben precise che hanno precarizzato il lavoro». C’è stato più di altri un punto di non ritorno?
Una gara abbastanza competitiva, per essere ironici, ma neppure troppo. Dal pacchetto Treu in poi, ma potremmo andare indietro all’accordo del 1993 sui salari e quello del 1995 sulle pensioni, il processo ha avuto un unico segno. Ma la lista è lunga: potremmo parlare del decreto Sacconi del 2001 che svincola la possibilità di ricorrere al lavoro a termine dalle esigenze produttive, poi avallato e rafforzato dal Decreto Poletti del 2014 che estende la possibilità di rinnovo del contratto a tempo determinato. Per non parlare del lavoro a chiamata o della depenalizzazione del reato di somministrazione illecita di manodopera avvenuta con il Jobs Act. Per rimanere nell’attualità, l’istituzionalizzazione e successiva liberalizzazione dei voucher e l’obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro possono essere considerate il fondo del barile.

SEGUE SU http://www.linkiesta.it/it/article/2017/10/06/il-lavoro-di-oggi-e-poverta-e-sfruttamento-la-lotta-di-classe-secondo-/35744/

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2 Comments

  1. Alessandro Guaschino says:

    Il controaltare di queste manovre a senso unico volte solo a pagare poco i lavoratori è il crollo della domanda interna. In poche parole: per ridare competività alle aziende italiane, massacrate di tasse e quindi non competitive, si è toccata l’unica voce di bilancio tagliabile, il costo del lavoro. Si è eliminata la scala mobile, si sono esportate le aziende e quindi i posti di lavoro ed infine si è precarizzato al lavoro fino ai voucher, il sogno di ogni imprenditore demente, pago solo quando ne ho bisogno e pago poco.
    Immaginiamoci di ribaltare il tutto: salario minimo legale (a 1000 euro al mese), contratti indeterminati (determinati solo nel turismo), lavoro notturno e festivo pagato il doppio, le aziende italiane che hanno esportato il lavoro penalizzate. La contropartita dovrebbe essere ovviamente la diminuzione delle tasse sia per le aziende che per i consumatori (altrimenti se non si vende non si assume). Il problema è che diminuendo le tasse il ruolo dello Stato diminuirebbe, quindi la sinistra, quella che dovrebbe difendere i lavoratori (in teoria) non lo permetterebbe mai. In attesa che risolvano questo cortocircuito gli altri, chi lavora e produce, tenta di sopravvivere in qualche modo oppure emigra.

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