Il Jobs Act di Renzi? Iniquo, illiberale che sa di vecchia sinistra

di PAOLO MARINI

Il ‘piano’ per il lavoro e la crescita del neo-premier ha avuto il proprio battesimo. Trattasi per il momento di un programma, di un memoradum di propositi (per quanto presentati con efficace determinazione) in cui si preannuncia una riduzione fiscale che dovrà portare circa 80 euro netti medi in busta paga in più ai lavoratori con redditi annui fino a 25 mila euro lordi e riguarderà esclusivamente il lavoro dipendente e assimilato (cocopro) mediante il meccanismo delle detrazioni (o, in alternativa, del taglio ai contributi previdenziali).

Si tratterebbe di un investimento di circa 10 miliardi di euro. Prescindendo dagli altri profili evidenziati in modo più o meno critico (tempi realistici, coperture e quant’altro) vorrei limitarmi ad osservare che l’annuncio è già una precisa scelta di campo – di cui per la verità non siamo sorpresi. Non siamo sorpresi anche se il Renzi proviene da una regione che dovrebbe avergli insegnato qualcosa. In Toscana le indagini più recenti (tra cui Excelsior, realizzata da Unioncamere e Ministero del Lavoro) evidenziano un ulteriore ridimensionamento del lavoro dipendente e i dati sull’occupazione diventano positivi solo se si passano al setaccio le imprese da 50 addetti in su, quelle che in un sistema caratterizzato da micro-impresa diffusa rappresentano (per quanto significative possano essere le correlate realtà aziendali) una netta minoranza. A livello di imprese il 2013 si chiude con un saldo positivo di circa 1.000 imprese (28 mila nuove imprese e 27 mila cessate) ma il dato quantitativo, si sa, nulla dice circa la solidità, la vitalità dei soggetti imprenditoriali neo-nati, accompagnandosi comunque ad una crisi crescente del mondo artigianale, alla perdita verticale di imprese nel settore agricolo oltre che nell’edilizia. Uno spicchio del Paese ormai distante anni luce dalla realtà degli anni ’60-’70, che ci racconta un quadro socio-economico in profondo e strutturale mutamento, che ridisegna la mappa del benessere e dello sviluppo, dell’inclusione e dell’esclusione sociale.

Possiamo dire che l’Italia da tempo è transitata in un’economia post-fordista, con lenta (nei decenni) ma inesorabile decadenza della grande industria (la parabola di Fiat ne rappresenta il paradigma) e una perdita di centralità del modello tradizionale di lavoro salariato. Anche sul piano legislativo -a partire dalla ben nota legge Treu (del 1997) e a proseguire con le successive -questo mutamento ha trovato un riconoscimento in istituti giuslavoristici in parte inediti, in parte adattati – per quanto in modo spesso maldestro e burocratico – alle rinnovate esigenze dell’economia e della società. E’ ormai un universo sociale ‘consolidato’, tutt’altro che ignoto alle istituzioni! Quello dei lavoratori fuoriusciti e non più rientrati nel circuito occupazionale, dei giovani e giovanissimi al loro esordio nel mondo del lavoro, di artigiani e piccoli imprenditori, lavoratori autonomi e professionisti, insomma del popolo delle partite Iva, del lavoro autonomo, artigiano e della piccola impresa, messo in ginocchio dalla crisi, inviso al sistema delle banche e del credito, invisibile alle cure delle istituzioni pubbliche (tranne che al fisco e agli enti previdenziali), sempre più angustiato nel presente (a livello economico e sociale) e privo di prospettiva (si pensi non solo all’attività nel breve-medio termine ma anche all’iniquo assetto previdenziale, per il lungo termine); non è questo, per lo più, l’universo sempre più sgomento dei nuovi esclusi, di cui neppure la politica che si vende come la più coraggiosa intende intercettare bisogni ed istanze? Non sono dunque tra costoro molti di quelli che la politica, la legislazione, la propaganda, con decenni di scelte mirate, hanno contribuito a relegare nell’invisibilità/’intoccabilità” sociale? O si pensa che questo universo sia invariabilmente composto da sciacalli-evasori senza scrupoli, da un popolo da emarginare e fare oggetto di riprovazione sociale e di cui è perciò lecito dimenticare, quando si tratta di fare cose importanti, perfino l’esistenza? Il programma del neo-premier è stato giustamente definito di ‘sinistra’, (io aggiungo) nel senso di ‘conservatore’, come è vero che il conservatorismo è (da sempre) la cifra della sinistra in Italia, invariabile al mutare dei suoi protagonisti collettivi (partiti) e individuali (leaders).

La pretesa-malintesa ‘rivoluzione liberale’ del neo-premier reca il segno inconfondibile della propria origine e della propria destinazione anzitutto culturali; un mondo che (r)esiste evidentemente immutato nella visione di burocrati, sindacalisti e politici che hanno fatto fortuna, in passato, sul modello fordista e che non vogliono assolutamente farne a meno. Un mondo che è strutturalmente opposto agli obiettivi di equità e di solidarietà che pure afferma di voler perseguire, perché congenitamente opposto all’idea di ‘aprire’ le finestre di una società vieppiù chiusa, di liberarla dalla cappa opprimente di un sistema divenuto vecchio e superfetato (su sé medesimo), di scommettere sull’individuo, sul singolo piuttosto che trincerarlo nei recinti della paura, del solidarismo, della coercizione e della irresponsabilità.

Questo programma è talmente di sinistra che rischia di spaccare ulteriormente la società tra ‘outsiders’ ed ‘insiders’, tra soggetti più o meno ‘protetti’ e soggetti spesso del tutto privi di qualunque copertura. La sinistra italiana anche con il suo leader non ancora quarantenne -continuerà a perseguire una visione iniqua e duale della società, così come attesta la decisione di innalzare il livello delle detrazioni per una parte di italiani piuttosto che abbassare le aliquote fiscali per i redditi bassi/medio-bassi di tutti i cittadini (come primo step di un possibile progetto di ben più ampio respiro teso a ridimensionare drasticamente la Pubblica Amministrazione e a pervenire ad un ribasso di tutte le aliquote).     Si dovrebbe augurare buona fortuna al neo-premier ma, se questa è l’alba della sua esperienza di governo, quando il sole sarà alto non troveremo affatto un’Italia più libera, fiorente, equa.

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2 Comments

  1. marco svel says:

    I sindacati storicamente se sono sempre fregati delle piccole imprese. E i partiti comunisti e postcomunisti sono sindacato-dipendenti elettoralmente parlando

  2. bacca says:

    Devo dire invece che fin’ora il decreto uscito è apprezzabile, il tempo determinato è più equo in questo modo e ci sono meno problematiche legali che ne possono seguire.
    Unico neo, sembra fatto per le grandi imprese, senza considerare l’esigenza delle piccole piccolissime imprese.
    Chi ha meno di 9 dipendenti potrà in fin dei conti instaurare un solo contratto a termine.

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