Il golpe delle Città metropolitane: il sindaco delle metropoli decide per tutti i “piccoli” sindaci

di DANIELE VITTORIO COMERO milano1898

Il cubo di Rubrick rappresenta bene la riforma Delrio delle province e città metropolitane. Una legge che sembrava chiara e perentoria è diventata sfuggente, più la si gira e rigira, meno si trova la soluzione.

Se non fosse che dentro quei cubetti che vengono fatti girare all’impazzata ci sono delle persone in carne e ossa, donne e uomini, che lavorano in enti dalle prospettive sempre più incerte, ci sarebbe da scrivere un libro su come non devono essere fatte le riforme istituzionali.

Questo è solo l’antipasto, rispetto al risottaccio della riforma costituzionale che tra pochi mesi verrà approvata dalla Camera. Mentre la prima grande riforma di questo governo, l’Italicum, la nuova legge elettorale che entrerà in vigore a luglio 2016, è diventata una specie di albero della cuccagna per gli avvocati ricorsisti, come Felice Besostri, che ha collezionato una serie impressionante di errori e sviste. A dire il vero anch’io ho contribuito alla pesca, quando ho trovato una strana difformità tra il primo e il quarto articolo sui collegi elettorali.

Ad agosto il governo con molta efficienza ha varato il decreto legislativo sui collegi che, visto il periodo vacanziero, è passato quasi sotto silenzio stampa. Il punto è che l’articolo 1 della legge 52 prevede venti circoscrizioni e cento collegi plurinominali, cioè con più candidati per lista, con l’eccezione di quelli del Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta che sono uninominali, ovvero un solo candidato per lista.

Questo contrasta con l’ultimo articolo dell’Italicum, il quarto, dove il governo è delegato a fare in fretta i collegi elettorali, con una serie di indicazioni molto precise, tra le quali quella numerica: cento collegi plurinominali più otto in Trentino e uno in Valle d’Aosta, per un totale di 109 collegi. Così, ora c’è qualche collegio in più del necessario, 109 al posto di 100.

Sembra un dettaglio per specialisti della politica, invece è un pasticcio dovuto all’emendamento Esposito, diventato articolo uno, che era stato usato come “canguro” per incamerare tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni. Comunque c’è tempo per vedere come andranno a finire i ricorsi presentati in molti tribunali d’Italia.

Ritornando al cubo scomponibile della riforma Delrio salta all’occhio la vicenda delle Città metropolitane che sono appese al voto della prossima primavera. Le città di Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna rieleggeranno i loro sindaci, che per legge diventeranno automaticamente anche sindaci metropolitani, di tutti i comuni che compongono le città metropolitane. Milano città con meno di un milione di elettori determinerà il sindaco metropolitano di altri 133 comuni, con un milione e mezzo di elettori.

Questa è stata una precisa scelta politica attuata con la riforma Delrio, che purtroppo si è rivelata alla prova dei fatti un buco nell’acqua. E’ un sistema non funziona, per una serie di motivi tecnici e politici che sono molto evidenti.

A luglio, un Comitato formato da vari esponenti politici (Cappato, Biscardini, Passera, Civati ecc…) ha depositato in Cassazione un testo di legge elettorale di iniziativa popolare per ripristinare l’elezione diretta, scritto a più mani da me e Besostri, con il contributo di tanti altri volontari. Passano pochi mesi e il 5 novembre scorso il Consiglio metropolitano di Milano all’unanimità approva il seguente ordine del giorno presentato da Marco Cappato e Roberto Biscardini:

“considerato che la legittimazione democratica di qualsiasi istituzione influisce sulla rappresentatività delle scelte, a partire da quelle di bilancio,

chiede
al Parlamento Italiano di avviare la discussione di una legge che stabilisca il sistema elettorale per l’elezione diretta del Sindaco e del Consiglio Metropolitano.

Un passo importante sostenuto da tutte le forze politiche – PD, LN, NCD, FI, FdI, SEL – che sono impegnate nella complicata gestione dell’istituzione metropolitana, che è priva di una guida politica forte e legittimata dal voto popolare.

In contemporanea, qualche ora dopo alla Camera è stato audito il sottosegretario Gianclaudio Bressa (PD). Rispondeva ai preoccupatissimi commissari Gasparini, Richetti, Fabbri e Borghi del PD, Cecconi (M5s) sulla sorte dei ventimila lavoratori in esubero, dicendo che in un qualche modo verranno tutti sistemati. Alle domande sullo stato di attuazione della riforma anche lui è parso un po’ sfuggente.

Passano pochi giorni e Bressa rilascia un intervista, Il Fatto Quotidiano del 10 novembre, in cui afferma che l’elezione diretta del sindaco metropolitano “porta con sé una serie di problemi” per cui “la legge elettorale è una questione delicata: serve più tempo” conclude dicendo che “anche varare una norma transitoria non risolverebbe il problema. Ma il Parlamento è sovrano e può decidere in modo diverso.

Come a dire che la cosa si potrebbe anche fare in un modo o nell’altro, a condizione che le forze politiche sciolgano il nodo gordiano che tiene tutto bloccato, decidendo di dare una guida forte alle città metropolitane per portarle fuori dalla palude.

 

 

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