Il G20 nega la guerra delle valute, ma la svalutazione competitiva c’è

di REDAZIONE

Il G20 di Mosca, il primo sotto la presidenza russa, spegne il principio d’incendio della cosiddetta ‘guerra delle valute’, negata finora da tutti i big delle principali istituzioni finanziarie internazionali, da Draghi (Bce) a Lagarde (Fmi). Ma dribbla la questione della riduzione dei deficit pubblici, spianando la strada ad un possibile allentamento del rigore delle politiche di bilancio per fronteggiare una crescita globale ”ancora troppo debole”, con una ”disoccupazione inaccettabilmente alta in molti Paesi”. Nel comunicato finale di sei pagine, elaborato all’ombra delle mura del Cremlino dopo due giorni di lavori dei ministri delle finanze e dei governatori centrali delle 20 economie piu’ forti del mondo, non ci sono ricette concrete per la ripresa salvo l’impegno a evitare il protezionismo e le svalutazioni competitive ma le linee di un programma da lanciare al summit del G20 a San Pietroburgo all’inizio di settembre. Il mantra e’ sempre lo stesso: riforme strutturali, come auspicato anche dal governatore della banca d’Italia Ignazio Visco che ripete come la ripresa in Europa arrivera’ solo a meta’ 2013. L’uscita dalla crisi ”sara’ difficile” gli fa eco il ministro dell’Economia Vittorio Grilli che ricorda come la recessione per il nostro paese nel 2012 certificata da Eurostat nei giorni scorsi ”non e’ stata una sorpresa”. Ma per ora l’unico risultato della riunione inaugurale del G20 e’ stato mettere il silenziatore alla ‘guerra delle valute’, trovando un compromesso tra i Paesi piu’ timorosi del deprezzamento dello yen, come la Francia, ed altri Paesi che in passato hanno praticato la stessa politica (Usa e Cina). Se il G7 si era espresso per cambi ”determinati dal mercato”, il G20 si propone di arrivare ”piu’ rapidamente” a questo sistema, auspicando una collaborazione ”piu’ stretta”. Ma ribadisce, con una maggiore durezza rispetto al precedente vertice, l’impegno a ”non usare i tassi di cambio a scopi competitivi”, ad ”astenersi da ogni forma di protezionismo” e a ”mantenere i mercati aperti”. Tokyo comunque non viene messa all’indice. La colpa della recessione mondiale, secondo il G20, dipende ”dall’incertezza politica, dal deleveraging privato, dal fiscal drag, dalla ridotta intermediazione creditizia, come pure dall’incompleto ribilanciamento della domanda globale”. Da qui l’invito a continuare a costruire ”una piu’ forte unione economica e monetaria” nell’Eurozona, a risolvere ”le incertezze legate alla situazione fiscale negli Usa e in Giappone”, a ”rafforzare le fonti domestiche di crescita nei Paesi con surplus”, come la Germania o la Cina, anche se i due Paesi non sono menzionati.

L’obiettivo di dimezzare i deficit pubblici entro il 2013, adottato nel 2010 dal G20 di Toronto, e’ evaporato: nessun riferimento a scadenze e cifre. Un segnale che la crisi costringe a diluire in tempi piu’ lunghi il rigore ma, ha ammonito il ministro delle finanze italiano Vittorio Grilli, ”rigore e crescita non sono antagoniste, sono sinergiche, non c’e’ l’uno senza l’altra”. Uno degli strumenti di crescita incoraggiati dal G20, e tra le priorita’ della presidenza russa, e’ il finanziamento a lungo termine per gli investimenti, comprese le infrastrutture: secondo un rapporto, alcuni attori, tra cui i mercati locali delle obbligazioni, i mercati dei capitali domestici, gli investitori istituzionali, avrebbero spazio per giocare un ruolo piu’ ampio in questa direzione. Per questo si e’ deciso di creare un gruppo di studio ad hoc. Quanto alla regolazione del mercato finanziario, il G20 ha chiesto di completare al piu’ presto l’adozione delle riforme di Basilea-3 e l’attuazione delle riforme dei ‘derivati’: il punto finale verra’ fatto nel summit di San Pietroburgo, dove si attendono anche raccomandazioni ”sulla supervisione e la regolazione nel settore delle ‘banche ombra”’. Nel settore fiscale, su proposta dell’organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (Ocse), e’ stato deciso di adottare misure ”contro l’erosione della base impositiva e il trasferimento dei profitti”: le multinazionali sono avvisate. Infine la riforma del Fmi: Mosca ha strappato l’impegno a rispettare la scadenza del prossimo gennaio per la revisione delle quote, in modo da ”riflettere meglio il relativo peso dei Paesi membri del Fmi nell’economia mondiale”.

La guerra delle valute, negata con forza dal G20 e dalle istituzioni internazionali come Bce e Fmi, torna con forza sulla scena soprattutto nelle fasi di maggiore difficolta’ delle economie mondiali. Anche se e’ uno strumento su cui da decenni i singoli Stati, a partire da Big come Cina, Giappone e Stati Uniti, fanno sempre piu’ ‘silenziosamente’ affidamento per rafforzare competivita’ e attenuare al tempo stesso gli squilibri interni. Il termine tecnico e’ ”svalutazione competitiva”. In altre parole e’ la corsa a svalutare le monete nazionali per rilanciare il proprio export con benefici effetti – anche se solo temporanei – sull’economia interna. Le nazioni ‘abbassano’ artificiosamente il valore della propria moneta per aumentare la forza dei propri prodotti all’estero, la crescita economica, e anche per combattere la disoccupazione o la deflazione. Di fatto, e’ una forma camuffata di quel protezionismo perpetrato a colpi di dazi che ora e’ messo al bando dalla quasi totalita’ della comunita’ internazionale per non ripetere gli errori della Grande Crisi del ’29. Ma oggi il problema e’ che in un’economia globale interconnessa, la politica di deprezzamento della moneta da parte di un Paese innesca una generale ”gara al ribasso” che sbilancia il mercato con il risultato che alla fine non ci guadagna piu’ nessuno. Politiche di svalutazione monetaria comprimono gli investimenti internazionali e frenano di conseguenza il rilancio dell’economia. E i vantaggi per le aziende sono solo di breve respiro: i conti migliorano per un paio di trimestri, ma poi l’effetto e’ ‘bruciato’ con le aziende che smettono di innovare e perdono la posizione di vantaggio competitivo. Non ultimo l’impatto sul tessuto sociale con le famiglie che soffrono l’aumento dell’inflazione e la perdita del proprio potere d’acquisto.

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