Il fotovoltaico può fermare gli sbarchi. Africa autosufficiente e posti di lavoro. Ecco come

di LEO AMANIAFRICA LAVORO

La crisi continua a mordere: non è certo una novità. Molti (giustamente) si lamentano. Alcuni “offrono” soluzioni. Le virgolette vogliono dire che le proposte appaiono – spesso – poco originali, quindi poco incisive. Ci si affanna a spiegare quello che quasi tutti vivono, cioè che l’Europa è in stagnazione e che, quindi, non possiamo chiamarci fuori dalla crisi. Alcuni politici preconizzano, come un toccasana, la necessità di uscire dall’Euro.

Tutte affermazioni lecite – per carità – ma con un evidente punto debole: nessuno dice né quanti posti di lavoro si dovrebbero creare per uscire da questa terribile palude né, soprattutto, come fare ad alimentare i meccanismi che li creano. Il motivo penso sia abbastanza semplice: non lo sanno.

In effetti non è facile.  Un tentativo di risposta seria dovrebbe superare analisi economiche e sociali immediate e puntare, almeno un poco, verso orizzonti davvero globali.

In altre parole, forse più semplici, bisognerebbe davvero includere nel gioco tutti i potenziali attori, soprattutto quelli che oggi sono esclusi. Voglio dire, sostanzialmente, i poveri d’Africa, Asia e America Latina (sperando di non dover aggiungere l’Europa). Quelli che – per intenderci – hanno un reddito medio giornaliero di 1€ o poco più.

Quelli che non hanno accesso al cibo, all’istruzione, alla sanità, all’energia: sono certamente più di un miliardo, anche se non si trovano cifre concordanti.

Facciamo un (piccolo) passo indietro per osservare che vi sono modelli culturali, sociali e di comunicazione in cui alcune categorie sono blindate con definizioni astratte, stereotipe e spesso solo negative: mi riferisco, di nuovo, ai poveri.

Il povero che noi occidentali abbiamo in testa (e sotto gli occhi), di solito, si riferisce a due categorie: gli anziani (normalmente italiani o rom che chiedono l’elemosina e, a volte, senza fissa dimora) e i giovani (soprattutto immigrati).

La risposta sociale più “positiva” è, quasi automaticamente, simile per entrambi: assistenza. Perché se da soli non ce la fanno, allora bisogna aiutarli. Aiutarli vuole dire, nel limite del possibile, nutrirli, vestirli, alloggiarli, curarli. Cosa c’è di sbagliato in quest’atteggiamento? Niente, cioè tutto. Rendere uguale ciò che è diverso è altrettanto inadeguato che rendere diverso ciò che è uguale: si tratta sempre di una discriminazione. E la differenza tra un anziano povero e mendicante, spesso debole e malato e un giovane povero extracomunitario, con vigoria fisica e voglia di vivere, è evidente.

Oggi non si è capaci, salvo eccezioni rarissime, di considerare gli immigrati, anche se poveri, una risorsa. Per alcuni sono da cacciare da dove provengono (spesso dopo averli sfruttati), per altri sono da assistere qui.

Apro una parentesi: non mi riferisco, per ora almeno, alle volgari, nauseanti, ignobili, vergognose ruberie e malversazioni che costellano le pagine dei giornali, le televisioni e il web. La degenerazione criminale dell’assistenza agli emarginati, per il momento, non è oggetto di analisi. Parentesi chiusa.

Chi ha detto che i poveri devono solo essere assistiti? Chi ha detto che i poveri devono essere assistiti qui? Lo diciamo noi, non loro.

Noi li abbiamo classificati poveri “all’occidentale”, cioè come i “nostri” poveri, anziani privi di forze fisiche e di voglia di riscatto. Non è così, non è assolutamente così.

In ogni caso, oggettivamente, oggi i giovani immigrati sono un fardello per noi e per loro. Perché, senza lavoro, non ce la fanno più. Le aziende licenziano e chiudono e i primi a essere lasciati a casa sono gli extracomunitari. I cosiddetti lavori “sociali” (quelli di solito alimentati da finanziamenti “assistenziali” e che, quindi,  non si sorreggono in maniera autonoma) scarseggiano e hanno fondi sempre più modesti. Recentemente a un convegno alcuni rappresentanti delle cooperative sociali hanno candidamente ammesso che il settore, in una provincia della Lombardia, ha debiti verso le banche per 500.000.000 €. Quindi la torta, per tutti, compresi gli immigrati che chiedono lavoro, non c’è più.

Allora? C’è una terza via tra l’essere ridotti alla fame fisica o a delinquere? C’è.

E’ praticabile? Sì. E’ costosa? No, affatto. E’ autosufficiente? Sì. Dura nel tempo? Sì. E’ subito realizzabile? Sì. Perché non è messa in cantiere con immediata urgenza? Per ciò che è stato detto prima: le persone che mancano di dignità e che, misere, provengono per esempio dall’Africa, non sono considerate potenzialmente un valore, ma solo poveri da assistere. E poiché l’assistenza non è più praticabile per mancanza di denaro, il cerchio è chiuso. In realtà c’è anche un altro motivo, non meno importante: ai detentori del potere queste soluzioni non interessano perché, probabilmente, non è facile ricevere regalie, o, peggio, altre forme di “contribuzione”.

Ma, insomma, qual è la soluzione del problema, anticipata con tanta enfasi?

E’ semplice, quasi banale: creare posti di lavoro nei paesi d’origine, dove i bisogni sono enormi e per la maggior parte insoddisfatti.

Si può fare in tre mosse. Prima mossa: individuare i bisogni. Seconda mossa: trovare le soluzioni tecnologiche/imprenditoriali adeguate.

Terza e ultima mossa: coinvolgere i beneficiari. La successione è logica, non cronologica. In realtà, una volta noti i bisogni, è opportuno iniziare subito a dialogare con i potenziali beneficiari. Ma questo, se pure importante, è un dettaglio.

Fino ad oggi, in occidente, queste tre semplici mosse non sono state analizzate in forma adeguata.

Riprendiamo la prima: se si chiede (personalmente l’ho fatto decine, centinaia di volte) a un bianco che conosce l’Africa quali sono i bisogni maggiori del continente, invariabilmente risponde: l’istruzione, la sanità, e a volte, in aggiunta: l’acqua. Questi non sono bisogni, sono concetti. Astratti, non operativi. Inoltre, i bisogni appena descritti hanno un limite enorme: costano e non sono direttamente produttivi. Infatti in Europa sono tutti realizzati con strutture semipubbliche  o pubbliche.

Una diversa visione potrebbe, ad esempio, definire bisogni primari avere più cibo, illuminare le capanne, creare attività generatrici di reddito.

Per far ciò, ammesso che si ritenga corretto, coerente e degno d’impegno, una precondizione è essenziale: bisogna avere energia a costi contenuti.

Da qui parte tutto il sistema.

Ripeto: per soddisfare i bisogni fondamentali sopra descritti, è indispensabile disporre di energia costante, affidabile e a basso costo.

Questo (semplice) concetto non si trova nelle agende dei “produttori di assistenza” del primo mondo. Forse perché, come già rilevato, rischierebbero di diventare inutili (se un povero diventa autosufficiente, chi assisterò e chi mi darà altri soldi per assistere?).

Quindi, energia. Oggi la soluzione, teoricamente, esiste: energie rinnovabili e tra queste soprattutto la fotovoltaica. La più disponibile, flessibile e facile da installare e manutenere.

La prima mossa (bisogni) e metà della seconda (soluzioni) sono definite, almeno in linea di principio. In Europa e negli Stati Uniti alcune (pochissime) organizzazioni, quasi tutte non profit, si sono date da fare, in questi ultimi anni, per ideare e progettare applicazioni sociali delle energie rinnovabili in favore delle popolazioni rurali africane. Il maggiore limite non sono le risorse finanziarie, che bene o male si trovano, ma la scarsa esperienza dei bisogni e delle tecnologie e la mancanza di una strategia globale.

In ogni caso, ecco alcuni esempi concreti di uso dell’energia fotovoltaica per soddisfare il bisogno primario di avere più cibo e per illuminare le capanne proposti da una di queste organizzazioni:

1 – sistema fotovoltaico medio (non meno di 4,2 kW di potenza di picco) non collegato alla rete per la produzione di cibo, pane come base, e la trasformazione di derrate agricole che altrimenti andrebbero sprecate, quali, ad esempio,  frutta e pomodori. Saranno trasformate in verdura e frutta seccata. Creazione di almeno due posti di lavoro permanenti. Profitto netto non inferiore al 10%. Il risparmio nei prodotti agricole che non si sprecano più è di circa 15 tonnellate l’anno. Questa applicazione permette di valorizzare prodotti agricoli che, altrimenti, sarebbero irrimediabilmente perduti.

2 – Sistema fotovoltaico medio piccolo (da 200 a 400 Watts di potenza di picco) per ricaricare batterie di lampade per illuminazione domestica e batterie di altre piccole apparecchiature (cellulari, laptop ecc.). Creazione di almeno un posto di lavoro permanente. Profitto netto non inferiore al 15%.

Questa applicazione consente un risparmio per le famiglie sulle spese d’illuminazione correnti di circa il 50%, perché il costo attuale per l’illuminazione domestica è di circa 5 € al mese.

Ovviamente i due sistemi si possono abbinare, con creazione di almeno tre posti di lavoro permanenti.

Il profitto è calcolato nell’ipotesi di ricorrere a un finanziamento totale della durata di dieci anni per ogni sistema. Non vi è quindi bisogno di nessun sostegno esterno, nemmeno per l’avvio.

Nell’Africa sub sahariana vi sono almeno 500.000 villaggi, in concreto tutti candidabili all’uso di questi sistemi. Anche coprendo, in 10 anni, una quota di mercato solo del 15%, si potrebbero  creare circa 22.500 posti di lavoro ogni anno, generando reddito per mantenere circa 146.000 persone, anche senza costi d’avvio e con limitati, a volte limitatissimi costi di gestione. Sono stati elaborati i cosiddetti business plan (piani di gestione aziendale) per queste iniziative, con descrizioni analitiche dei costi, ricavi, investimenti, profitti ecc.

E anche la mossa due è fatta.

Corollari:

1 Il beneficio per l’economia italiana, potrebbe raggiungere circa 172.000.000 € l’anno, pari al lavoro di oltre 2.000 addetti.

2 Gli esempi citati non sono tutte le realizzazioni possibili destinate ai villaggi grazie all’uso dei sistemi fotovoltaici. Al contrario, ve ne sono altre, ancora più performanti. Se ci sarà tempo (per me) e pazienza (per voi) le illustreremo in una seconda conversazione.

Tornando al tema principale, la terza mossa (coinvolgere i beneficiari) può essere realizzata in diversi modi. Personalmente il mio modello preferito è quello, di mettere in funzione progetti pilota per fare vedere, in concreto, come lavorano i sistemi e quali sono i risultati. A questo punto si raccolgono i commenti dei potenziali utenti finali, a volte molto pertinenti e ingegnosi.

 

 

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7 Comments

  1. Leo Amani says:

    Egregio signor Castagno 12, non posso che ripetere quanto già detto nel primo commento.
    1 – Non ho capito bene le sue argomentazioni e, soprattutto, i nessi con quanto da me scritto.
    2 – Anche se esiste un complotto per invadere l’Europa da parte degli extracomunitari, ritengo che diminuire la povertà nei paesi d’origine sia, in ogni caso, un’azione non negativa (e doverosa). Il tema del mio scritto non era di denunciare complotti, ma di ridurre la povertà in Africa. E’ molto difficile affrontare molti i temi in una sola volta, giusto?
    3 – I soldi si possono trovare ad esempio nel sito:http://eepafrica.org. Ovviamente non è l’unico.
    Grazie per la cortese attenzione.

  2. Castagno 12 says:

    A LEO AMANI & C.

    Guardi che non è corretto travisare la realtà.
    Io “NON CREDO”, non ho espresso un parere personale. ma ho preso atto (da tempo) di fatti che sono sempre stati sotto gli occhi di tutti. E mi sono anche informato: il che richiede tempo e fatica.
    Ho anche indicato una pubblicazione le cui denunce hanno avuto ed hanno riscontro nella realtà.
    Non si tratta di un complotto ma di un Progetto che viene portato a compimento perchè i più seguono “la sua scuola di pensiero” (pensiero si fa per dire): non fanno NULLA per contrastare chi ci sta distruggendo.
    I suoi progetti, se portatii a compimento (con quali soldi ?), potranno dare risultati modesti ed in tempi lunghi: l’Africa è grande ed ATTUALMENTE è piena di Paesi “agli ordini” ,con conflitti, attentati e rivolte.
    E sicccome in italia gl’invasori arrivano a colpi di 1000 al giorno, si deve agire SUBITO, non si può aspettare il “SUO FOTOVOLTAICO”.

    Ho indicato fino alla noia ciò che io faccio da più di 15 anni.
    Comunque dovrebbe essere superfluo fornire suggerimenti:
    chi è informato a dovere, chi conosce il contesto nel quale viviamo, chi ha la capacità e la voglia di agire E’ GIA’ IN MOVIMENTO.
    Non arrivano risultati perchè si tratta di una esigua minoranza: tutti gli altri sono ITALIANI DOC.
    Metà dell’elettorato è costituita da mantenuti, da individui legati AL SISTEMA.
    A questi sono da aggiungere quelli che avanzano proposte che non possono neppure ostacolare il PROGETTO del GOVERNO MONDIALE.
    GIANNI DA BRIVIO ha anche suggerito di “parlare chiaro alle Assemblee delle Nazioni Unite”.
    Chi dovrebbe ascoltare ed esaudire le proposte, le richieste di un esponente dell’italia, Paese privo della SOVRANITA’ MONETARIA e di quella LEGISLATIVA.
    A quest’ultima l’italia ha rinunciato per sua libera scelta (PERCHE’ ?), mentre la Germania ha mantenuto la sua Sovranità Legislativa.

    Parlate tutti in funzione di un contesto che esiste solo nella vostra testa, nei vostri sogni:
    siete DISINFORMATI, rifiutate la realtà pesantemente sgradevole, quindi non vi potete organizzare e NON REAGITE in maniera adeguata
    LE CONSEGUENZE SI VEDONO: chiacchiere tante, RISULTATI ZERO !

  3. Leo Amani says:

    Sono da 50 anni che visito e frequento l’Africa Subsahariana (dopo due anni passati in un villaggio del Burundi come volontario). Ho realizzato/concorso a realizzare sette imprese sociali, tutte funzionanti salvo una (c’è stata la guerra). Creazione di oltre 200 posti di lavoro Profitto per oltre 300.000 €/annui. Ho esaminato, in qualità di esperto, in 11 anni di servizio presso una importante struttura caritativa italiana, circa 8.000 progetti di cooperazione e sviluppo. Ho realizzato 53 impianti fotovoltaici in 10 paesi africani. Tutti funzionanti. Ho partecipato ad un centinaio di missioni sociali in 34 paesi Africani e continuo a farlo.
    1 Il signor Gianni da Brivio ammette che ci sono progetti che usano il fotovoltaico “su scala ridotta”. Ecco, l’ambizione sarebbe di diffondere queste iniziative. Sembra che lui ne conosca alcune simili a quelle proposte nell’articolo. Sarebbe interessante sapere dove sono e cosa hanno fatto/fanno. La sua disquisizione sulla Cina è fuori tema. Il taglio dell’azione proposta dall’articolo prescinde, volutamente, dalla politica nazionale o internazionale. E’ una proposta sociale affidata agli stessi africani, perché possano (e debbano) prendere in mano il loro destino.
    2 Il signor Carlo Butti dice una cosa vera, ma il desiderio del mio scritto era di dire cose vere e, soprattutto, realizzabili.
    Il signor Butti non spiega come si possa raggiungere l’obiettivo che gli sta a cuore.
    3 A parte la lingua italiana del signor/signora gl Lombardi-Cerri ed il piacere di aver generato un sorriso, credo ci sia un equivoco: tutto ciò che è scritto, condivisibile o meno, si realizza a costo minimo, tendente a zero, perché produce reddito e si autosostiene. Non c’è bisogno di oro.
    4 Infine, il commento del signor Castagno 12 non mi è chiaro ed anche qui credo ci sia un equivoco.
    La proposta che ho scritto vorrebbe contribuire alla riduzione dell’emigrazione forzata sui barconi della morte.
    Anche se il signor Castagno crede che, in realtà, vi sia un complotto internazionale che regola i flussi di arrivo in Europa, ebbene ritengo che diminuire la povertà in Africa possa essere un piccolo passo nella direzione giusta. Certo non l’unico. Infine informo che alcuni delle proposte elencate saranno rese operative nel 2015. Senza costi per i contribuenti italiani né di altri paesi… Né presenti né futuri. Questo si chiama sviluppo sostenibile nella forma dell’impresa sociale.
    Buon anno a tutti.

  4. Castagno 12 says:

    LEO AMANI doveva intitolare il suo pistolotto “Parole tante, Utilità zero”.
    Il contenuto dell’articolo e quello dei tre commenti fino ad ora postati, indicano che gli autori hanno fatto riferimento ad un contesto presente solo nella loro fantasia, nei loro sogni.
    Sono persone che ignorano la realtà nella quale viviamo come pure il perfido Progetto che la stragrande maggioranza degli italiani APPROVA.
    In soccorso dei popoli africani hanno prospettato varie soluzioni che potranno essere applicate e realizzate solo dopo aver bloccato e debellato la causa principale dell’immigrazione / invasione che sta subendo l’Europa e l’italia in particolare.
    In prevalenza NON si tratta di un esodo spontaneo, ma programmato ed imposto.
    In queste condizioni non è lecito approvare i maggiordomi italici di chi ci tiene sottomessi e paganti.
    In vari Stati africani hanno provocato ad arte rivolte, guerre, genocidi, violenze, occupazioni: il tutto, inevitabilmente ha generato fughe e richieste di asilo.
    E in mezzo a questo flusso e agli arrivi quotidiani, trovate le porte SPALANCATE si sono inseriti anche individui di altre popolazioni con programmi ed intenti di altra natura (vedi i cinesi).
    Il tutto all’insegna di “INGRESSO LIBERO, ORARIO CONTINUATO”.
    Anche una persona distratta e sonnolenta avrebbe dovuto finalmente capire che solo una potente Organizzazione internazionale aveva ed ha la possibilità di curare, anche nei dettagli, questo massiccio esodo verso l’Europa per realizzare il più volte segnalato “SuperStato EURABIA”.

    Suggerisco, per l’ennesima volta, una pubblicazione che conferma, senza possibilità di smentite, la nostra drammatica situazione: SIAMO INVASI !
    Di Giuli Valli “Il vero volto dell’immigrazione” – La grande congiura contro l’Europa – Editrice Civiltà – Operaie di Maria Immacolata – Brescia – pagg. 197 – € 13,00.

    Per far ripartire l’economia, per realizzare le riforme, per bloccare l’immigrazione / invasione vengono vomitate proposte e suggerimenti per il momento INUTILI, ma permane il silenzio (dei politici e della maggioranza dei giornalisti) sulle vere cause delle nostra distruzione.
    Ci annientano anche avendo azzerato la volontà dei più (vedi anche la rifoma della scuola).
    Proposte utili, concrete: NON PERVENUTE !
    Di IMBONITORI ne abbiamo tanti, ma gli UOMINI sono pochini.
    Inoltre, quante sono le persone disposte ad ascoltare questi ultimi ?
    Penso che il loro numero si possa giocare al Lotto !
    Invece chi racconta BALLE, chi fa PROMESSE FASULLE, chi fa SOGNARE, trova sempre tanti seguaci: sono gli “adulti” che HANNO IL CERVELLO DEL BAMBINO !

  5. gl lombardi-cerri says:

    Raramente capita di leggere un articolo così esilarante.
    Qualche lettore dubita che l’A. sia mai stato in Africa: Io, più modestamente dubito, che abbia un minimo di conoscenze tecnico industriali.
    Sullo stile dell’A. faccio una proposta “serissima” volta a risolvere il problema degli africani : regaliamo ad ognuno di essi 1 kg di oro!
    Come ? Dice il saggio gufo : questo è un dettaglio operativo !

  6. CARLO BUTTI says:

    Il primo passo per aiutare i Paesi poveri è quello di abrogare tutte le barriere doganali, per consentire ai loro prodotti di entrare liberamente nei nostri mercati. Ma noi vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca: barriere all’immigrazione e barriere ai prodotti. Poi ci laviamo la coscienza con elemosine e progetti utopistici.

  7. gianni da Brivio says:

    Mi è difficile pensare che chi ha scritto l’articolo abbia esperienza di Africa, di villaggi primitivi, di apparecchiature tecniche e della loro manutenzione, dei rapporti con le autorità locali molto volubili, del peso della geo-politica. Il programma esposto (sono sufficienti le prime tre fasi) è utopisticamente apprezzabile ma solo su scala ridotta come si fa già da tempo (sono al corrente delle soluzioni proposte che conosco e che potrei, teoricamente, implementare con interessanti soluzioni up to date). Ma il punto da considerare è un altro: chi si occuperebbe della cosa ? Le Onlus, le Ong, le…..come altro si chiamano ? O l’ONU ? O, peggio ancora, il governo italiano ? Tutti girano attorno, ignorandolo, al problema vero che è lo sfruttamento, nel bene (poco) e nel male (tanto), delle risorse naturali del continente africano. Dai minerali, alle piantagioni di tutto, alle foreste, alla pesca, al turismo. Prima c’erano gli imperi coloniali tradizionali a gestire lo sfruttamento, ora ci sono dei paesi che ufficialmente non sono imperialisti, nel senso tradizionale del termine, ma si comportano in modo tale da raggiungere gli stessi obiettivi, a scapito delle popolazioni locali. Se si trattasse di normali affari del tipo ” tu mi dai ciò di cui ho bisogno ed io ti do ciò che ti serve” in equa transazione, nulla da ridire. Ma questo non è. C’è una potenza economica, ad esempio, che fino ad un decennio fa era un paese in via di sviluppo e che ora è una potenza economico-finanziaria ai massimi livelli mondiali, che in Africa ha sviluppato una rete di affari e connessioni politiche di portata che solo loro e pochi altri conoscono. Senza l’intervento armato diretto. Se necessario si limitano a vendere gli armamenti a chi li chiede tra coloro che accettano di fare affari con loro. Non regalano nulla. Non hanno delegazioni umanitarie al loro servizio. Trattano direttamente con i governi presenti e a divenire. Di norma non tirano bidoni, perché vogliono apparire, e lo sono, gente seria. Ma nel medio-lungo termine sono gli africani a rimetterci. Ci sono poi altre grandi e una piccolissima potenza che sono interessate al potenziale enorme africano. Queste sono più rudi della prima ed il loro diretto coinvolgimento con guerre e guerriglie locali è palese. Ci sono poi i battitori liberi che, protetti o meno ma comunque con solidi agganci politici, vendono morte con vari prodotti molto appetibili sul mercato dei ras locali. Questi ultimi sono forse il maggior ostacolo al progresso dell’Africa perché hanno un solo amore: il denaro, il prestigio ed il clan che li protegge e favorisce la loro ascensione al potere. E ciò è ben noto a tutte le fazioni che si disputano il continente. E allora, si dirà, come la mettiamo ? La prima cosa da fare è di parlare chiaro alle assemblee delle Nazioni Unite e non accontentarsi delle risposte accomodanti perché ci sono dei fatti documentati a parlar chiaro. Fintantoché accetteremo che non solo gli africani ma anche i membri di quella organizzazione vengano presi in giro dal gruppo dei nuovi imperialisti e dei corrotti al loro soldo, non caveremo un ragno dal buco. Le ambizioni dei villici africani verranno comunque frustrate, i nostri soldi risulteranno sprecati ed grandi gruppi finanziari ed imprenditoriali continueranno ad ingrandire la loro sfera d’azione relegando noi ed i nostri pii progetti nell’angolo. E non è solo una questione di soldi ma anche di salute, perché il degrado ecologico, di fronte al quale quelli sono insensibili, è già ragguardevole anche in Africa. Se si decide di affrontare il problema dei paesi in via di sviluppo in modo frammentario e caritatevole si deve tenere presente che la sua risoluzione sarà una chimera. Più ardua in termini di volontà politica (ché di politica in fin si tratta), di denaro dei contribuenti e di prospettive, sia pure a lungo termine, è la via della chiarezza in ambito internazionale. E’ ovvio che se ognuno si nasconde dietro le proprie necessità, vere o presunte, sarà solo una perdita di tempo. Ma non lasciamoci andare alla solita battuta di spirito per evitare di affrontare “il” problema da troppo tempo sul tappeto, il cui angolo più remoto è rigonfio del pattume inseritogli sotto.

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