Il fiume carsico dell’indipendentismo deve affidarsi all’istinto

Il Meglio dell’Indipendenza

 

di ENZO TRENTIN

Dal secondo dopo guerra c’è, nelle cosiddette Venezie, una sorta di fiume carsico che scorrendo ininterrottamente a volte si inabissa per riemergere più in la’ nel tempo. Negli anni ’80 del secolo scorso la Liga Veneta puntò sul federalismo come ricerca di autonomia dallo Stato italiano. Più recentemente, vuoi per i mancati risultati vuoi per l’irriformabilità dello Stato italiota, si è passati all’indipendentismo sempre con un illimitato frazionismo politico. La millenaria e saggia amministrazione della Repubblica di Venezia non è mai stata del tutto dimenticata. Nascosta, semmai, dagli interessi del potere che via via si è alternato su quello che era il suo territorio.

Attualmente ci sono varie correnti indipendentiste. C’è chi si organizza in partiti, ed accettando il metodo “democratico” italiota (Tsz!) rivendica un nuovo Stato indipendente tutto da definire, e solo vagheggiato in articoli di giornale. Null’altro che semplici sogni, per quanto legittimi. Gli scozzesi cui gli autoctoni della penisola affermano di ispirarsi andranno al referendum del settembre 2014 esibendo una chiara proposta di nuova Costituzione. In altri termini: gli scozzesi sapranno per cosa votare, ed eserciteranno la loro sovranità deliberativa.

C’è chi, invece, vagheggia di popolo veneto, che dovrebbe registrarsi presso un’anagrafe da essi tenuta che certifichi tale appartenenza etnica. E qui è sorprendente (o ridicolo?) notare come ci siano più anagrafi. Il loro modello sembra essere quello dei pellerossa dell’America del Nord. Questi rivendicano la proprietà originaria di quelle terre e cercano di strappare – spesso riuscendoci – concessioni agli Stati che le inglobano. Secondo questo punto di vista solo i veneti “a denominazione di origine controllata” dovrebbero essere ammessi al referendum autodeterminativo. Una visione che lascia perplessi.

La razza e lingua non fanno, una nazione. La razza meno che mai: se si getta uno sguardo sull’Europa e si accorgerà che i popoli non si sono quasi mai costituiti sulla base delle loro origini primitive. Sono stati le convenienze geografiche e gli interessi politici a raggrupparli e a fondare gli Stati. Ogni nazione si è così formata a poco a poco, ogni patria si è disegnata senza che ci si preoccupasse delle ragioni etnografiche. Se le nazioni corrispondessero alle razze il Portogallo sarebbe spagnolo, il Belgio francese e l’Olanda prussiana. Gli uomini sentono dentro se stessi che fanno parte di un unico popolo quando possiedono una comunanza di idee, di interessi, di affetti, di ricordi e di speranze. Ecco che cosa «fa» una patria. Ecco perché gli uomini vogliono camminare insieme, lavorare insieme, combattere insieme e morire gli uni per gli altri. La patria è ciò che si ama. (1)

Ci sono persone residenti in questo territorio che non sono originarie di esso, né rientrano nel concetto di “popolo veneto”, tuttavia sono sorte in esse delle aspettative ragionevoli. Molte persone che non presero parte all’ingiustizia originaria (l’eliminazione illegittima della Repubblica di Venezia), hanno edificato le proprie vite secondo queste aspettative. È necessario che l’edificazione di un nuovo Stato non distrugga le aspettative, e quindi i piani di vita di tante persone innocenti. Di qui la necessità di Foedus, un contratto sociale. Una nuova architettura istituzionale.

Come l’istinto è una conseguenza della selezione naturale nelle specie animali, così anche il “comportamento territoriale” è stato geneticamente acquisito come reazione istintiva di comportamento necessaria alla sopravvivenza e alla sicurezza della famiglia e della società in condizioni di pericolo. Per questo forse il comportamento territoriale istintivo degli animali ha attratto la curiosità di centinaia di specialisti, i quali sono convinti che l’uomo sia una specie legata al territorio, proprio come lo sono moltissime specie. La più importante fatica scientifica di un grande etologo e zoologo americano del passato, Robert Ardrey, s’intitola infatti: “L’imperativo territoriale” (2). La capacità di un popolo, di formare tradizioni culturali che diventano una rilevante forza selettiva in un particolare ambiente, ha probabilmente contribuito al rapido sviluppo dell’evoluzione umana. Sottovalutare le conseguenze a lungo termine di una tradizione culturale è altrettanto pericoloso che sopravvalutare le conclusioni a breve termine del determinismo culturale. (Ibidem). Nel libro Robert Ardrey considera il comportamento territoriale come “un istinto aperto in cui il comportamento finale è regolato da un modello geneticamente determinato, completato da tradizioni sociali e esperienze individuali”, e prosegue affermando che gli animali, esattamente come l’uomo, costruiscono “nazioni biologiche” i cui componenti “obbediscono all’imperativo territoriale”, fino a sostenere che “Una effettiva organizzazione sociale […] sarà raggiunta o attraverso il territorio o attraverso la tirannia”. Se l’istinto è un comportamento biologico di difesa geneticamente prestabilito, la paura è la causa prima di una intensa emozione derivata dalla percezione di un pericolo, reale o supposto, per la propria vita. Per questo nel corso della sua evoluzione sociale anche l’uomo, grazie all’istinto di sopravvivenza, ha adottato tutte le strategie di comportamento per cercare di eliminare i pericoli legati all’ambiente familiare, sociale e territoriale, in quanto dall’ambiente in cui vive dipende il suo benessere e la sua sopravvivenza. Un’ampia varietà di osservazioni interdisciplinari sul comportamento territoriale degli animali, fa pensare che la lotta per il territorio abbia caratteristiche innate e che sia fortemente dipendente dalla genetica.

L’imperativo territoriale deve perciò essere legato all’istinto; almeno nel senso che davanti a pericoli o situazioni in cui è in gioco la sicurezza, la sopravvivenza, la stabilità e il benessere di una comunità insediata su un determinato territorio, gli esseri umani tendono a unirsi e a cooperare volontariamente creando amicizia interna e tradizioni condivise. La difesa del territorio di ogni comunità o società sarebbe dunque un istinto sociale ancestrale, innato, legato sia all’identità e alla sopravvivenza dell’individuo, sia della comunità in cui vive. Questo vale per la casa della famiglia, per l’officina dell’artigiano, per il campo del contadino, come per il territorio della comunità in cui si nasce e si vive. La sempre più frequente richiesta di indipendenza dei popoli insediati su territori di dimensioni più limitate è dovuta all’imperativo genetico territoriale di difesa del territorio. Il mostruoso ideale dei pianificatori che sognano lo stato mondiale e l’impero della politica, della religione e della grande finanza, si infrangerà sulle scogliere delle “piccole patrie” dove l’autogoverno e la federazione fra individui e fra popoli sono possibili e si dimostreranno vitali per costituire nuove forme di civiltà. (3)

* * *

NOTE:

(1)   N.D. Fustel De Coulanges, L’Alsace est-elle allemande ou frangaise? Réponse a M. Mommsen, Paris 1870, PP. 8-9.

(2)   “L’imperativo territoriale” – Giuffrè Editore, Milano, Collana di scienza della politica diretta da Gianfranco Miglio, 1984.

(3)  Paolo Bonacchi: Le radici naturali dell’ordine sociale e l’elica immortale.

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

2 Comments

  1. Riccardo Pozzi says:

    A costituire un popolo dovrebbero essere le virtù sociali e la condivisione di principi morali.
    In questi giorni sta arrivando a maturazione la vicenda di Sergio Bramini, fallito e sfrattato perché lo stato non lo paga.
    La politica non dovrebbe parlare d’altro in questi giorni, perché questa vicenda qualifica questa nazione più di mille stalli politici.
    Invece parlano di forni e leggi elettorali.
    Meritiamo la tirannia di cui siamo vittime.

  2. caterina says:

    ma rispetto al referendum sull’Indipendenza operato nel 2014 saggiamente gli organizzatori di Plebiscito.eu si sono attrezzati chiedendo ai comuni le liste degli aventi diritto al voto residenti nel Veneto, come per tutte le chiamate a votare in uso nella repubblica italiana… così’ chiunque poteva votare SI o NO secondo la propria aspettativa… anche i veneti all’estero potevano farlo… oggi, con l’aiuto della tecnologia veramente l’espressione di voto su un quesito preciso è facilitata ed è un traguardo di civiltà. E’ stato un grande successo quello che abbiamo già sperimentato….
    Prima che ci fosse nel Veneto questa prospettiva di libertà che mi fa sentire non solo nativa, ma radicata, coltivavo il sogno di trasferirmi a Barcellona: mare e montagne, storia e cultura… poi, abbiamo scoperto che aspira anch’essa alla libertà… e per questo facciamo il tifo perché riesca a raggiungerla..l

Leave a Comment