Il fisco che taglia solo le gambe ai cittadini e non alla spesa pubblica

di REDAZIONEgiudizio_universale_san_paolo_dettagli

Le nuove misure fiscali annunciate nei giorni scorsi dal Presidente del Consiglio proseguono sulla stessa linea sbagliata. “Non abbiamo sentito parlare di spesa pubblica diretta, investimenti pubblici o creazione di occupazione, ovvero i soli interventi che, specialmente in recessione, moltiplicherebbero la crescita e i redditi. Il taglio generalizzato delle imposte avrebbe come effetto una maggiore riduzione delle tasse per i piu’ ricchi”.

Questo il giudizio del segretario confederale della Cgil, Danilo Barbi in merito al ‘pacchetto taglia-tasse’ del governo che prevedrebbe una revisione della spesa pubblica complessiva di circa 26 miliardi, una riduzione lineare che preoccupa il sindacato di corso d’Italia. Ad analizzare luci ed ombre della proposta di Renzi, uno studio dell’Ufficio fisco e finanza pubblica della Cgil che rileva come dalla creazione diretta di occupazione e investimenti pubblici si avrebbe un beneficio sul Pil quattro volte superiore rispetto ad un taglio generalizzato delle tasse.

Tassazione sulla casa. Lo studio rileva che per otto milioni di contribuenti, quelli delle due fasce di versamento più basse, l’imposta esentata sarà di circa 55 euro (pro-capite), mentre per un milione di contribuenti più ricchi, appartenenti alle due fasce di versamento più alte, il risparmio sarà in media di circa 827 euro. Lo sconto per i 35.700 proprietari di case di lusso di maggior valore, arriverà in media a circa 1.940 euro. “L’abolizione generalizzata delle imposte sulla prima casa – spiega Barbi – fornirà benefici molto limitati a chi ha già poco, cioè la maggioranza di lavoratori e pensionati, mentre saranno molto più cospicui per chi possiede proprietà di maggior valore”. Se per le persone a basso reddito i vantaggi saranno modesti, rilevanti saranno invece gli svantaggi: “le mancate entrate derivanti dall’abrogazione di Tasi e Imu – avverte Barbi – saranno coperte da tagli sui servizi normalmente fruiti da questi cittadini”, basti pensare all’ulteriore impoverimento del servizio sanitario pubblico che ridurrà il diritto universale alla salute.

Tassazione sulle imprese. Nel 2016, come anticipato dall’esecutivo, le misure strutturali di riduzione fiscale alle imprese raggiungerebbero i 10 miliardi annui, cosi’ da poter arrivare ad un’imposizione del 24% nel 2017. Con la decontribuzione legata ai nuovi contratti a tutele crescenti, previsti dal Jobs Act, si stima una spesa effettiva di 5 miliardi in tre anni per la creazione complessiva di 200mila unita’ di lavoro nel settore privato. Lo studio della Cgil sostiene che se tali risorse fossero state impiegate per la creazione diretta di lavoro pubblico, giovanile e femminile, in settori strategici legati a innovazione e beni comuni, non si sarebbero dovuti tagliare servizi e welfare e contemporaneamente si sarebbero moltiplicati i posti di lavoro privati. La riduzione delle imposte per le imprese, con la diminuzione di Ires e Irap, sembra essere per il dirigente sindacale “l’ennesimo provvedimento ‘a pioggia’ che prescinde, ad oggi, da investimenti, innovazione, produttività e maggiore occupazione”.

Tassazione dei redditi personali. Come ultimo provvedimento fiscale, Renzi ha annunciato la riduzione delll’Irpef nel 2018. L’Ufficio fisco e finanza pubblica della Cgil ha calcolato che con tale misura il risparmio annuo per un reddito di 18mila euro sara’ di 970 euro, per uno di 35mila euro di 2.950, e di ben 11.800 euro per un reddito annuo di 150mila euro. “Ricalcando il progetto del ‘Patto con gli italiani’ di Berlusconi e Tremonti, il governo Renzi evoca una riforma dell’Irpef che cosi’ come annunciata, con due sole aliquote, non garantirebbe più la progressività del sistema tributario. Il risparmio fiscale sara’ cosi’ tanto piu’ ragguardevole, quanto maggiore e’ il reddito”. In conclusione Barbi sottolinea come “ciascuna di queste nuove misure fiscali non favorirà l’occupazione, ne tanto meno stimolerà la crescita del Paese. Per tornare al tasso di disoccupazione pre-crisi occorrerebbero ancora venti anni, dato già stimato dalla Cgil e confermato dal Fmi”.

 

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1 Commento

  1. Giancarlo says:

    Concordo pienamente con l’articolo di REDAZIONE.
    Io avrei una soluzione attuabile per salvare l’Italia ( non che mi interessi più di tanto) e permettere che qualche regione virtuosa possa diventare indipendente, anche se per un certo numero di anni federata ugualmente all’Italia.
    La soluzione è semplice ed attuabile.
    Al Veneto….e, successivamente anche alla Lombardia e poi all’E.Romagna e poi al Friuli V.G. e indi al Piemonte si modifica la costituzione e una regione alla volta si “scollano” dall’Italia e si permette loro di diventare a tutti gli effetti un paese indipendente, ma federato per un certo numero di anni. In questo periodo il VENETO e via dicendo potrebbe attuare con gli oltre 20 miliardi annui di residuo fiscale un abbattimento considerevole delle tasse e permettere alla propria economia di decollare vertiginosamente.
    Il surplus di PIL prodotto e quindi delle tasse che il VENETO incasserebbe, almeno il 50% andrebbe a sostenere il debito pubblico italiano, se non anche per abbatterlo, dipende dalle politiche italiote.
    In questo semplice modo si renderebbe giustizia ad un Popolo, quello VENETO, che ha sempre dato tanto e ricevuto molto meno di quello che produceva come PIL e tasse e nello stesso tempo lo si favorisce rendendolo indipendente e quindi lasciandolo decollare economicamente.
    L’italia nel frattempo sopperirebbe agli oltre 20 miliardi in meno incassati,( perché l’organizzazione pubblica VENETA rimarrebbe operativa, ma meglio organizzata e razionalizzata, producendo anch’essa risparmi che valuto in almeno altri 7-10 miliardi. Infatti molti carrozzoni pubblici sarebbero eliminati)
    EFFETTUANDO FINALMENTE una SPENDING REVIEW degna di questo nome, in attesa che il VENETO decolli ( max 1-2 anni ) e poi inizierebbe a ricevere il surplus del PIL prodotto sicuramente dal VENETO ….. e così via per le altre regioni del NORD.
    In questo modo si salverebbero capra e cavoli e l’Europa non potrebbe che essere ” felice ” di potersi togliere di torno il problema ITALIA…si perché il problema oggi esiste e la ripresa la vedremo con il binocolo se i signori politici italioti si svegliassero e smettessero di sognare la bella addormentata nel bosco. L’italia appunto.
    Ciò è fattibile ed il tempo necessario sarebbe esattamente la metà di quanto ipotizzato dal FMIè cioè 10 anni anziché 20 affinché l’Italia possa salvarsi.
    Ma, le soluzioni semplici e la ragion di stato rimangono come sempre unite ed avvinghiate perché non interessa salvare l’Italia, ma lo stipendio di tutti i politici italioti.
    WSM

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