IL FEDERALISMO VIVO DELLA VICINA SVIZZERA

In questa rubrica l’autrice ci racconterà, con interventi settimanali, la realtà di un Paese dove il federalismo è l’architrave della sua esistenza, la Svizzera.

di CHIARA M. BATTISTONI  

Quando poco meno di vent’anni uscivo finalmente laureata dal Politecnico avevo tutto l’entusiasmo e la grinta che i lunghi studi avevano contribuito a costruire; mi aspettavo ancora fatica e sacrifici, ma in cuor mio c’era la certezza di poter costruire davvero qualcosa di nuovo, in un mondo che, in piena globalizzazione, avrebbe offerto molte opportunità. La vita, come accade a tutti, non ha mancato di proporre sfide impegnative ma a fatica avrei immaginato a metà degli anni Novanta che il mio Paese e la mia Europa si sarebbero trovati nella situazione di oggi, con un piede nel vuoto, l’altro in equilibrio su un appiglio friabile e le mani aggrappate a una parete coperta di ghiaccio vetrato.

Ogni crisi, grande o piccola che sia, è un passaggio, da cui scaturisce sempre qualcosa di nuovo; pare però che i vertici della nostra Europa si siano scordati da tempo di pensare all’inedito, preferendo la sicurezza di modelli già superati all’incertezza del nuovo; quello slancio vitale che animò i padri fondatori, quella capacità visionaria di vedere il futuro si sono perse da tempo, senza che neppure ce ne rendessimo conto. E anche oggi che annaspiamo su pareti verticali sferzate da venti impetuosi non ci rendiamo conto che non abbiamo attrezzatura adatta ad affrontare la situazione. Siamo tutti vittime e prigionieri del mito della cornice, quello che l’epistemologo Karl R. Popper utilizzava per descrivere l’impossibilità di trovare soluzioni comuni e condivise quando i protagonisti sono saldamente ancorati al proprio sistema di opinioni e non sono disposti a discuterne razionalmente e scientificamente (sottoponendo cioè a verifica le proprie istanze) per trasformarle in pensieri da condividere. Quando in un Paese si perde la passione per la conoscenza e il sapere, quando in un Paese la creatività dell’individuo è castrata dalle sovrastrutture stratificatesi negli anni, quando si perde l’amore per la semplicità e l’essenzialità delle soluzioni (che invece la natura sa attuare con sorprendente capacità) la fine è davvero più vicina.

C’è un intero Continente che corre questo rischio; è un Continente vecchio per storia e cultura ma oggi anche per evidenza anagrafica; un Continente che è stato il centro del mondo conosciuto e che oggi, semplicemente, ha perso questa posizione e non sa perchè. Tornare a crescere è l’imperativo di questi giorni ed è un’urgenza non più solo italiana, resa ancor più drammatica dalla straordinaria inerzia al cambiamento che dimostrano le generazioni che questo mondo hanno costruito e di cui ancora, nonostante tutto, conservano le redini.

La biologia ci suggerisce che in un mondo dominato dall’incertezza c’è bisogno di strutture organizzative adattive, imitative e cooperative; sono esse che garantiscono la sopravvivenza. Albert Einstein, negli anni Quaranta del Novecento anticipò questo concetto riflettendo sul valore dell’istruzione, mettendo in guardia dall’educare i giovani al successo nel senso in cui è inteso comunemente, richiamando piuttosto la necessità di comprendere che il valore di un uomo “sta in ciò che dà, non in ciò che sa farsi dare”; per questo la “motivazione più importante dell’attività nella vita è il piacere del lavoro, dei suoi risultati, la consapevolezza del valore di tali risultati per la comunità.”

Tutta teoria, sterili parole? No, nel cuore delle montagne europee c’è un Paese che da oltre settecento anni naviga e supera le tempeste, senza troppi clamori, con la riservatezza delle persone di montagna che hanno sempre ben presente quanto fragile sia la vita. E’ un Paese costruito sulla volontà delle proprie genti, diverse per cultura e lingue, ma unite da un comune sentire che affonda le radici nella storia cristiana dell’Europa; quasi otto milioni di persone con quattro lingue nazionali di cui tre ufficiali, il 22 per cento di stranieri sul proprio territorio e un Pil pro capite da record oltre a prestazioni da primati in tutte le classifiche di performance dei Paesi.

Quel Paese tanto sorprendente èla Confederazione Elvetica, da tre anni guidato da signore che hanno saputo mettere al servizio di tutti i tratti di genere che rendono spesso le donne capaci di vedere l’inedito, di osare, di plasmare il futuro. L’attuale presidente, la signora Widmer – Schlumpf, nata nel Cantone Grigioni, in Consiglio federale dal 2005 (il governo svizzero), solo qualche anno fa, nel2008, inoccasione della seconda conferenza nazionale sul federalismo, enunciò con chiarezza le cinque funzioni basilari del federalismo rossocrociato, dando una lettura pragmatica dei principi di cooperazione, adattività e imitazione. Tutelare le identità delle minoranze garantendone l’autonomia, offrire separazione verticale dei poteri, promuovere l’avvicinamento dei cittadini alle istituzioni (attraverso il sistema di milizia, cioè la partecipazione attiva del cittadino alle istituzioni); promuovere l’efficienza e la concorrenza da cui dipende un’imposizione fiscale relativamente bassa (circa il 35 per cento); sono questi i capisaldi del federalismo elvetico, la forma più antica, dinamica e vitale di federalismo che il mondo conosca, un gioiello che il resto d’Europa con pervicacia fatica a capire e studiare, incapace di cogliere almeno quelle buone pratiche che aiuterebbero a valorizzare le specificità dell’Europa dei 27.

Un Paese che ha capito e si sforza di applicare ciò che nell’Ottocento Frederic Bastiat scriveva: “Concorrenza non è altro che assenza d’oppressione. In quello che mi interessa, io voglio scegliere da me medesimo, e non voglio che un altro scelga per me e mio malgrado, ecco tutto. (…) E’ evidente che la concorrenza è la libertà. Distruggere la libertà di agire è distruggere la possibilità e, per conseguenza, la facoltà di scegliere, di giudicare, di paragonare, è uccidere l’intelligenza, è uccidere il pensiero, è uccidere l’uomo”. (da Armonie Economiche, F. Bastiat).

Proprio qualche giorno fa, nel tradizionale discorso di inizio anno, la signora Wiedmer – Schlumpf, ricordando le difficoltà che attendono il mondo intero nel2012, haribadito come non ci siano soluzioni facili all’orizzonte ma non ha mancato di sottolineare che, nonostante l’impatto della crisi, “Faremo tutto ciò che è in nostro potere per sostenere le imprese e i lavoratori svizzeri nella loro autoaffermazione”.  Se crisi ci sarà,la Confederazioneha già dimostrato di avere in sé gli anticorpi per affrontarla; anticorpi che si traducono nella diversità, riconosciuta e valorizzata, delle sue genti, democrazia diretta che fa sì che il cittadino sia davvero libero, sovrano e responsabile, concorrenza soprattutto di idee per esplorare e forse costruire ciò che ancora non è.

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5 Comments

  1. corrado says:

    quando penso che la Svizzera e’ qui, confinante con la mia regione e non sappiamo niente, nulla, zero assoluto di quanto avviene in questo Stato Confederato, manco fosse su un’altro pianeta, mi fa capire come siamo tenuti disinformati.
    Grazie per il bell’articolo e le informazioni che ci verranno fornite.

  2. teresa says:

    Bell’ articolo……complimenti

  3. Livio says:

    Ottimo articolo,

    grazie

  4. cogo andrea says:

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