IL FEDERALISMO PER UN’IDENTITA’ IN DIVENIRE

di CHIARA M. BATTISTONI

“In nome di Dio Onnipotente, Il Popolo svizzero e i Cantoni, Consci della loro responsabilità di fronte al creato, Risoluti a rinnovare l’alleanza confederale e a consolidarne la coesione interna, al fine di rafforzare la libertà e la democrazia, l’indipendenza e la pace, in uno spirito di solidarietà e di apertura al mondo, Determinati a vivere la loro molteplicità nell’unità, nella considerazione e nel rispetto reciproci, Coscienti delle acquisizioni comuni nonché delle loro responsabilità verso le generazioni future, Consci che libero è soltanto chi usa della sua libertà e che la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri, si sono dati la presente Costituzione” Si apre così la Costituzione della Confederazione Elvetica, nella sua versione più recente, quella del 18 aprile 1999; si apre con questo Preambolo che da solo è un condensato della storia svizzera, testimonianza di un federalismo moderno saldamente ancorato alle sue radici, sintesi dei pilastri su cui la Svizzera si è costruita nel corso dei 721 anni di vita.

Cerchiamo le parole chiave di queste poche righe: alleanza confederale, innanzitutto, richiamo al patto federale, alla scelta che fa della Svizzera una Nazione costruita sulla volontà; poi coesione interna per “rafforzare libertà, democrazia, indipendenza e pace”, concetto che implica il riconoscimento e la piena accettazione delle diversità, un popolo cioè fatto da tanti popoli diversi che parlano lingue diverse e scelgono di vivere insieme nella propria specificità, senza necessariamente piacersi, senza essere obbligati a diventare ciò che non sono.

“Molteplicità nell’unità” è il binomio chiave, la formula magica che plasma la cultura e la politica elvetica, da cui scaturiscono la responsabilità per le generazioni future e la possibilità concreta per ogni cittadino di usare la propria libertà. Non c’è uomo libero, infatti, là dove mancano le condizioni per esprimere appieno le proprie potenzialità.

Se ci pensate bene, è proprio dal riconoscimento reciproco delle diversità che si supera il concetto stesso di minoranza. In una società composita, in cui però la matrice culturale comune è costruita su un idem sentire, la volontà di essere insieme per costruire insieme il proprio Paese, rende i concetti di maggioranza e minoranza del tutto relativi. Il meccanismo amministrativo svizzero, in parte, lo consente; referendum e iniziative popolari dovrebbero evitare il rischio delle dittature tanto della maggioranza che della minoranza; almeno in teoria, in un sistema a democrazia diretta, le minoranze lo sono solo temporaneamente; tuttavia perché questo meccanismo virtuoso non si inceppi è necessaria una cultura condivisa che accetti e rispetti le diversità, che permetta di riconoscersi tutti in un obiettivo comune, proprio quello da cui dipende l’alleanza confederale.

Non è dunque un caso che il termine minoranza appaia nell’articolo 70 della Costituzione, a proposito delle lingue ufficiali (tedesco, francese e italiano, mentre il romancio,lingua nazionale, è ufficiale solo nei rapporti con le persone di lingua romancia); sono i Cantoni a designare le proprie lingue ufficiali, per “garantire la pace linguistica rispettando la composizione linguistica delle regioni e considerando le minoranze linguistiche autoctone” e non tutto è semplice, come di recente ha dimostrato la proposta di San Gallo e Obvaldo di togliere l’insegnamento liceale dell’italiano, proposta poi rientrata dopo la mobilitazione del Canton Ticino e dei Grigioni di lingua italiana.

In un Paese così l’identità stessa è un concetto in divenire; qui si annida il tratto davvero innovativo del federalismo elvetico. Nel 2009, a Berna, in occasione della giornata annuale della Commissione federale della migrazione, la Consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf, oggi Presidente in carica, ricordò che “l’identità svizzera non è qualcosa di immutabile, di assodato, bensì qualcosa che con il passare del tempo ha subito dei mutamenti e continuerà a subirli. Tutti noi siamo coscienti del fatto che a volte tale evoluzione è un processo doloroso e, in ultima analisi, anche infinito. Sono tuttavia persuasa che noi Svizzeri, grazie alla nostra storia di nazione fondata sulla volontà, siamo in possesso delle premesse ideali per affrontare questo tipo di sfida.”

Con la nascita della Svizzera moderna nel 1848, i cittadini rossocrociati costruirono di fatto una nuova identità, senza per questo rinunciare alla propria cultura e alla storia del Cantone di origine. Costruirono qualcosa di nuovo, riconoscendosi nei valori fondamentali comuni definiti dalla Carta Costituzionale federale, negli obiettivi e nelle istituzioni comuni.

E’ l’assetto del Paese che permette agli abitanti di identificarsi, senza rinunciare alle proprie radici, paradigma ben diverso dalla maggioranza dei Paesi in cui è l’omogeneità di lingua e cultura a caratterizzare il processo di identificazione. La vocazione federalista è la vocazione alla diversità, alla disomogeneità che costruisce valore e innovazione. In “Federalismo e secessione” il professor Gianfranco Miglio ricorda che le condizioni da cui dipende il funzionamento dello Stato moderno, struttura centrale e accentratrice, sono l’omogeneità dei cittadini, la buona amministrazione e una certa predisposizione geografico-storica. Là dove queste condizioni non siano verificate la soluzione federale è senza dubbio quella che meglio di altre incontra le necessità e le aspettative dei cittadini. La chiave di volta del pensiero federalista è proprio la specificità, traduzione socio – politica dei diritti individuali di tipo culturale e linguistico che Miglio declinò come diritto di “stare con chi si vuole” (e con chi ci vuole), dando spazio alle proprie potenzialità in libere convivenze regolate da contratti, per loro natura limitati nel tempo, soggetti dunque a verifiche e riconferme.

 

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4 Comments

  1. Francesco Montanino says:

    Il federalismo sul modello elvetico ci risolverebbe tutti i problemi e renderebbero l’itaglia un paese migliore di quella fogna che purtroppo e’ sempre stata. Oggi sentiamo enormemente la mancanza del grande prof. Miglio, stella polare i tutti coloro i quali sognano la vera rivoluzione federalista!

  2. Alberto Pento says:

    Bon, bon bon!

  3. Giacomo says:

    Eccellente, perfetto. Grande Chiara.

  4. Franco says:

    Quiesta è MUSICA per le orecchie di chi ama la propria LIBERTA’ e quella del territorio .Chi non VUOLE capire è colui o coloro che in un “sistema federale”perderebbero privilegi e vantaggi che soltanto uno”stato” confusionario e pieno di ambiguità oggi “garantiscono” loro.Poche regole e semplici,nulla di immutabile,ma soprattutto estrema chiarezza delle stesse.Se Il grande GIANFRANCO MIGLIO aveva individuato nel sistema federale svizzero un modello da seguire,è di tutta evidenza che,conoscendolo bene,riteneva che avremmo potuto beneficiarne traendone innegabili vantaggi,a scapito di quella”classe politica” che rappresenta la continuità di costosissimi errori non più tollerabili.Vorrei aggiungere che nella costituzione svizzera al titolo TERZO Capitolo 3 alla voce IMPOSTE DIRETTE c’è scritto:”La confederazione PUO’ RISCUOTERE UN’IMPOSTA DIRETTA,a) sul reddito delle persone fisiche,con UNA ALIQUOTA MASSIMA dell’11,5 %,b)Sul reddito delle persone giuridiche,con UNA ALIQUOTA MASSIMA del 9,8%,c)sul capitale e sulle riserve delle persone giuridiche,con una ALIQUOTA MASSIMA dello 0,825%.”.Senza ombra di dubbio chi si impegna a determinare un tetto massimo di tassazione sicuramente saprà che non potrà permettersi spese oltre un certo limite,nella Costituzione ITALIANA,la vaghezza della tassazione è pari alla certezza che si può spendere quanto si vuole ,tanto si può sempre “spremere”chi quelle spese non le ha fatte e non può nemmeno farsele rendicontare.LE COLPE SONO SEMPRE DI CHI NON NE HA,e LE RESPONSABILITA’ NON HANNO MAI NOME !

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