Ma i politici “federalisti” sono pronti a disobbedire davanti ai tiranni?

MIGLIO 3di STEFANIA PIAZZO – Doveva essere questo l’ultimo libro di Miglio: «L’Europa degli Stati contro l’Europa delle città». Aveva visto lontano. Nella resa dei conti due sono infatti i duellanti: il potere senza delega e il popolo. E in questa sfida appunto all’ultimo duello di sovranità, prevedeva: “Declineranno, una dopo l’altra, tutte le grandi strutture istituzionali che hanno caratterizzato, nel corso dei secoli, il nostro paesaggio politico”. Un declino che trova voce anche attraverso il referendum, se serve, strumento che gli piaceva da morire (“La Svizzera è lì”, ogni tanto indicava in senso geodemocratico), per abbattere quel “mistero dell’obbedienza civile” contro ogni finzione o invenzione politica, come questa Costituzione europea.

Disobbedire ai tiranni è un diritto morale ed etico. Pertanto non ci stupisce che il quotidiano dei Vescovi, dopo il no francese e durante il voto olandese sulla costituzione europea, avesse dedicato la pagina di cultura all’intervista allo storico Tzvetan Todorov, intellettuale bulgaro residente in Francia, che commentava così la bocciatura: “Ora ci vuole un federalismo vero”. Lo mandava a dire persino San Pietro.
Con questo voto negativo, spiegava, i francesi vogliono «rimproverare alla loro classe politica il fatto che i suoi componenti si interessano a una sola cosa, la conquista e la conservazione del potere». Per la proprietà transitiva da cattivi maestri, con la stessa finalità essi pensano all’Europa. Quindi anche cambiando premier e ministri, i francesi non cambieranno nulla. Perché è il foedus, il patto che lega il popolo alla propria Costituzione, a fare la differenza.

Senza patto di convivenza civile, che è il solo ad avere titolo di credito, la politica ha fallito. «I popoli liberi – scriveva Miglio in “Disobbedienza civile” – sono quelli che si permettono ogni tanto di ribellarsi: che non temono di impugnare le decisioni del loro governo, ma che tornano poi ogni volta a rifondare, con più solida persuasione, l’ordinamento in cui vivono». E così la Dichiarazione d’indipendenza – Americana (!): «Ma quando una lunga serie di abusi e usurpazioni, invariabilmente diretti allo stesso oggetto, svela il disegno di assoggettarli ad un duro dispotismo, è loro dovere abbattere un tale governo e procurarsi nuove garanzie per la loro sicurezza futura».

È la visione dell’autorità e del potere che ha ragione di esistere se controllata dal basso. È la differenza che passa tra la cieca fedeltà, tra “il regime rappresentativo, la dittatura carismatica” e il “libero contratto”, come sosteneva il costituzionalista. E a proposito di Francia, Miglio aggiungeva nella sua prolusione dell’8 dicembre 1964 all’inaugurazione dell’anno accademico in Cattolica a Milano: «Se guardiamo al Paese in cui la costituzione rappresentativa rappresentativa moderna “pura” prese le sue forme definitive, cioè alla Francia, vediamo che al governo rivoluzionario, fondato su di un’assemblea rappresentativa, succedette dopo pochissimi anni la dittatura giacobina, così come al regime rappresentativo del Direttorio seguì subito la dittatura napoleonica; che alla Monarchia rappresentativa della Restaurazione e alla Repubblica del ’48 succedette la seconda dittatura bonapartista, che la Terza e Quarta repubblica rappresentative cedettero entrambe il passo a dittature militari».

È una nemesi storica. Ma L’ideologia decisionista che, più in grande, impone l’Europa di uno superstato giacobino, adesso è più a terra di prima, gli elettori hanno fatto strike. Lo sbrego del popolo sulla Costituzione europea, e beati i popoli ai quali fu consentito esprimersi, non come in Italia, fu uno sbrego di libertà, monito allo stato che non rappresenta più nessuno. Davvero, come dice Todorov, «ora ci vuole un federalismo vero».

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4 Comments

  1. Riccardo Pozzi says:

    Le alte riflessioni di Miglio, così bene esposte in questo pezzo, sono pesanti come macigni. La nostra ubbidienza a oltranza è il sintomo più evidente della malattia. La nostra di popolo è una codardia “complice” e non disinteressata. Un esempio. Per far saltare i conti dello Stato sono sufficienti due milioni di partite iva che procrastinano , operazione del tutto legittima e legale, il pagamento degli acconti irpef, ires, inps e irap, sia di maggio che novembre. I conti saltano, senza bisogno di rivoluzioni o moti eversivi. Perché nessun movimento indipendentista lo a mai proposto assumendosene la responsabilità politica? Semplice, nessuno vuole realmente far saltare il sistema. La risposta alla domanda di Piazzo è, perciò, sconsolatamente elementare: no. Un lettore, del quale non ricordo nome o pseudonimo, ha scritto giorni fa una lapidaria sentenza a proposito: “Troppi padani hanno ancora troppo da perdere, ecco perché il sistema non salta.” Sottoscrivo mestamente.

  2. luigi bandiera says:

    NON CREDO PROPRIO.

  3. RENZO says:

    Miglio era ed è sempre grande.
    Imparare dalla Svizzera….. ma se non si vuole…. si ha ciò che si merita…. e in democrazia, purtroppo, anche quelli che non se lo meritano.
    WSM

  4. Castagno 12 says:

    L’analisi di Miglio prevedeva l’esitenza di UN POLOLO VERO.
    Fiducia mal riposta.
    Il Professore parlava di DUELLANTI, da una parte il potere senza delega e dall’altra il popolo.
    Purtroppo, nella realtà, non c’è il duello, non c’è partita.
    Abbiamo IL POTERE che picchia pesante ed IL POPOLO che le prende.
    E, peggio ancora, chi le prende mantiene il “PICCHIATORE” nel lusso e negli agi, lo sostiene nel quotidiano.
    Quello che dovrebbero fare i politici “FEDERALISTI” – che neppure segnalano l’esistenza dei problemi che stanno alla base della crisi e della nostra sottomissione – potrebbe essere affiancato da una azione quotidiana del POPOLO (nel rispetto della Legge).
    Ma questo, quando si muove, FA SOLO COSE INUTILI: scioperi, manifestazioni, convegni, parlamenti ombra (prima padano poi veneto) e PATETICHE RICHIESTE AL PICCHIATORE.
    Ora il popolo “illuminato” ha fiducia nel “NUOVO” e non ha ancora capito che si tratta del VECCHIO IN MASCHERA.

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