Pontida, i salami del potere

 

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di STEFANIA PIAZZO – Alla luce dell’ultima Pontida, in cui la Lega abdica rispetto alle proprie origini, con l’uscita di scena di Umberto Bossi silenziato, con un movimento interessato a cercare le ragioni dell’unità tra Nord e Sud più che a rivendicare le ragioni di casa propria, quale scenario politico si intravede? Nebbia fitta. Quale progetto politico avanza? Mentre il silenzio di Berlusconi dice molto sulla vischiosità del centrodestra, che ruolo gioca ancora il Nord? A Pontida le salamelle e i salami l’hanno sempre fatta da padroni. Genuinità, un bicchiere di vino rosso, simbolica icona di semplicità e modo diretto di raccontare le cose che vengono dal popolo. Poi, però, c’era il ragionamento, carburato dal sogno.

Oggi non solo Pontida è un pulpito per pochi, ma è diventata una festa tra il vintage della nostalgia, del “ci credo ancora” e la prematura scomparsa di una insoluta questione settentrionale. Che poi fa anche poco tendenza parlarne. E allora, nel vuoto di idee, e quindi di potere delle idee, cerchiamo un gancio, un appiglio.

Cerchiamo un supporto che viene da lontano. Doveva essere questo l’ultimo libro di Miglio: «L’Europa degli Stati contro l’Europa delle città». Aveva visto lontano. Nella resa dei conti due sono infatti i duellanti: il potere senza delega e il popolo. E in questa sfida appunto all’ultimo duello di sovranità, prevedeva: “Declineranno, una dopo l’altra, tutte le grandi strutture istituzionali che hanno caratterizzato, nel corso dei secoli, il nostro paesaggio politico”. Un declino che trova voce anche attraverso il referendum, se serve, strumento che gli piaceva da morire (“La Svizzera è lì”, ogni tanto indicava in senso geodemocratico), per abbattere quel “mistero dell’obbedienza civile” contro ogni finzione o invenzione politica.

Disobbedire ai tiranni è un diritto morale ed etico. E’ un tema sparito dall’agenda della politica della Lega.

E pensare che anni fa il quotidiano dei Vescovi,  dopo il no francese e durante il voto olandese sulla abortita costituzione europea, avesse dedicato la pagina di cultura all’intervista allo storico Tzvetan Todorov, intellettuale bulgaro residente in Francia, che commentava così la bocciatura: “Ora ci vuole un federalismo vero”. Lo mandava a dire persino San Pietro.
Con questo voto negativo, spiegava, i francesi vogliono «rimproverare alla loro classe politica il fatto che i suoi componenti si interessano a una sola cosa, la conquista e la conservazione del potere». Per la proprietà transitiva da cattivi maestri, con la stessa finalità essi pensano all’Europa. Quindi anche cambiando premier e ministri, i francesi non cambieranno nulla. Perché è il foedus, il patto che lega il popolo alla propria Costituzione, a fare la differenza.

Senza patto di convivenza civile, che è il solo ad avere titolo di credito, la politica ha fallito. «I popoli liberi – scriveva Miglio in “Disobbedienza civile” – sono quelli che si permettono ogni tanto di ribellarsi: che non temono di impugnare le decisioni del loro governo, ma che tornano poi ogni volta a rifondare, con più solida persuasione, l’ordinamento in cui vivono».

Salvini che ordinamento vuole rifondare? Vuol fare il premier, e quindi non può più proporsi come uomo che rappresenta il Nord. Via dunque le origini. Sono un treno che lo ha trasportato fin lì, ma ora si cambia vagone.

La Dichiarazione d’indipendenza – Americana (!), afferma: «Ma quando una lunga serie di abusi e usurpazioni, invariabilmente diretti allo stesso oggetto, svela il disegno di assoggettarli ad un duro dispotismo, è loro dovere abbattere un tale governo e procurarsi nuove garanzie per la loro sicurezza futura».

È la differenza che passa tra la cieca fedeltà, tra “il regime rappresentativo, la dittatura carismatica” e il “libero contratto”, come sosteneva il costituzionalista. Al Nord sta bene restare com’è? Si accontenta di salami sul sacro pratone?

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One Comment

  1. Padano says:

    Alle prossime elezioni avremo, tra i numerosi candidati premier, Salvini e Di Maio.
    Se si guardano i loro profili su wikipedia, affiorano numerose analogie.
    Entrambi hanno bighellonato all’università fino a tarda età senza mai riuscire a laurearsi.
    Entrambi possono vantare, come unica esperienza professionale, quella di giornalista (Salvini vanta l’esperienza di cronista per “La Padania” e “Radio Padania Libera”, entrambe svolte all’ombra della militanza partitica; Di Maio fa il pubblicista dal 2007).
    Hanno finalmente “trovato un lavoro” il primo nel 2004, quando è diventato europarlamentare, il secondo nel 2013, deputato. Rispettivamente a 31 e 27 anni.

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