Il Federalismo culturale ha un padre: Pasolini. L’uomo scomodo per la sinistra, che scriveva in friulano

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di ANDREA ROGNONI – Decenni dalla morte di Pasolini,  senza l’intellettuale più inquietante di Padania e Italia. L’aggettivo “inquietante” va letto qui nella sua accezione più costruttiva, nel senso cioè di qualcosa e qualcuno che mantiene l’animo inuno stato di ansia, permettendo così decisioni e scelte volte al rinnovamento e al cambiamento.
Persecutore e martire, boia e vittima, dissacratore e sacerdote della tradizione. Una filosofia e una vita, le sue, che richiedono una lettura complessa, articolata, aliena da facili condanne o esaltazioni. In quella notte novembrina del ’75 aOstia, in un autunno caratterizzato da un’inedita spaventosa violenza “privata” (la strage borghese del Circeo, la prima strage familiare a opera della vercellese Doretta Graneris), venne celebrato una sorta di olocausto individuale (il sito geografico stesso è un ome omen) che lo stesso Pier Paolo, con la sua “vita violenta” (è il titolo del suo romanzo più noto) e coi suoi scritti “corsari” (come son definiti nel saggio postumo di maggior successo), aveva in qualche modo preparato e inconsciamente
desiderato.

Ucciso a bastonate (come prefigurato in uno scritto giovanile) da uno dei suoi ragazzi di borgata, forse in qualche modo indirettamente eliminato dai numerosi nemici che si era fatto col passare del tempo, nemici
presenti e operanti nell’alveo di quella stessa sinistra alla quale aveva offerto un altissimo contributo
culturale, finendo col vederla alla fine come estranea, troppo bacchettona e conformista, scesa a squallido
compromesso storico con le forze del “neocapitale” e della tecnologia, come sembra emergere dagli ultimi contributi giornalistici, usciti sul Corriere della Sera tra ’74 e ’75, in stimolante polemica con Alberto Moravia.

Aveva iniziato a scrivere in dialetto friulano e di tutti i dialetti si farà anche in età avanzata autorevole portavoce, cosciente del fatto che la nuova comunicazione di massa si avviava inesorabilmente alla decandenza tipica della globalizzazione della parola. Il primo periodo della vita del Corsaro della letteratura e della politica (singolare il parallelo con la brutta fine fatta dal Pirata dello sport) va vista come una sorta di “età dell’oro”, vissuta nella Padania più agreste e primitiva, quella orientale, in mezzo ai protagonisti del mondo, che amerà per sempre più degli altri, quello contadino: confesserà in una bella  oesia degli anni maturi di essere Una forza del passato:/ solo nella tradizione è il mio amore./ Vengo dai ruderi dalle chiese,/ dalle pale d’altare, dai borghi/ abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,/ dove sono vissuti i fratelli (un bell’omaggio ante litteram al padanismo più autentico, non vi pare?).

La lingua italiana veniva subito vissuta come dittorialmente paterna (il padre era ufficiale dell’esercito), tanto che le maggiori opere antologiche del nostro saranno dedicate ai canti popolari del Nord e alla poesia dialettale. Gli anni Cinquanta vedono l’arrivo di Pier Paolo nella bolgia infernale dell’Urbe. Già insegnante, è ora costretto a lavori marginali, frequenta sempre più quel mondo delle borgate in cui sesso mercenario, violenza ed emarginazione la fanno da padroni. Roma capitale rappresenta per lui una sorta di volontaria discesaagli inferi, necessaria per provare fino in fondo la propria resistenza alla depravazione
e all’ignominia, secondo la più autentica prassi del masochismo.

Condannato da vari giudici per atti osceni, incriminato talora ingiustamente, ossessionato dalla forza fisica di quella marea pagana che si opponeva secondo lui al falso perbenismo borghese e cristiano tipico del Nord urbano, il giovane uomo accantona l’ultima chance di moralità privata offertale da una ragazza innamorata
e si avventura per gli impervi percorsi di un’omosessualità che non diventa mai fortunatamente – dobbiamo ammetterlo – una bandiera politica. All’abisso del suo corpo sembra affiancarsi una straordinariamente progressiva elevazione mentale, con approfondimenti filosofici e prove poetiche e narrative di eccezionale fascino e profondità.

Il neorealismo dei due romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta (trasposti in film con Accattone, opera prima cinematografica che venne bocciata dalla censura) si avvale dell’uso spietato del linguaggio dialettale della capitale, visto in contrapposizione all’ufficialità istituzionale né più, né meno, del dialetto padano di Casarsa. E gli anni Sessanta lo vedono riflettere sul valore del messaggio di Gramsci sul fallimento sostanziale dell’Unità di Italia.

La partecipazione alla redazione della rivista Officina sfocia in un interessante progetto di rilettura del Novecento come progressiva emarginazione (complici la Roma peggiore e le élite produttive e intellettuali del Nord, tutte impegnate ad avvalorare l’industrializzazione del Paese e la tecnologizzazione della stessa letteratura) degli strati popolari, con la denuncia della bieca riduzione della cultura, anche televisiva, a un unico modello linguistico e comportamentale.

Si tratta di una riflessione che non sarà affatto estranea alla nascita di movimenti identitari come la Lega e le Leghe nel corso degli anni Settanta e Ottanta. In questo senso Pasolini, al di là del suo “orrendo privato” è uno dei padri del neofederalismo culturale. Per il cinema pasoliniano, avviato a fine anni Sessanta per superare l’artificiosità letteraria dell’impegno precedente) si è parlato poi di “pornoteologia”, a causa
del singolare (e non sempre riuscito) impasto tra eros e religiosità. Peraltro Il vangelo secondo Matteo rimane uno dei film più riusciti su Gesù. La tensione verso l’alto, il sublime e il mistico, altro tratto caratterizzante la personalità di Pasolini, finiva forse per subire ogni volta una sorta di triste reazione di
ricaduta verso il basso, responsabile di opere come Orgia o Salò.

Occorre tener conto dell’intimo contrasto vissuto da poeta e regista: il livello di coscienza, straordinariamente vigile rispetto alla morale collettiva quanto impotente per quella privata, gli permetterà ad arrivare a condannare la pratica dell’aborto come contraria all’etica della specie (qui c’è probabilmente tutta quell’ammirazione per la sacertà della figura materna espressa in La meglio gioventù) e di immedesimarsi, in una famosa poesia della collana Poesia in forma di rosa con le ragioni dei poveri poliziotti rispetto a quelli dei contestatori sessantottini, antenati dei Noglobal.

E tra le sue righe, infine, non mancano neppure profetici accenni al disastro che a poco poco avrebbe seminato la bioingegneria a cavallo tra secondo e terzo millennio: Oh, Dio, c’è / già in me il mio fantasma, il mio automa/ che mi soppianterà.

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